Di 

Concetta Rotondo

Onorati della presenza, tre grandi saggi Don Mussie Zerai, Marco Revelli e Sarantis Thanopulos sul nostro Portale si è discusso del significato della guerra, si sono aperti importanti spazi di pensiero suscitati dalle loro riflessioni, proposte, condivisi con i partecipanti.

Seppur con orientamenti e contributi diversi i tre saggi ci hanno offerto diversi spunti di riflessione e letture a partire dai loro sguardi, dalle loro competenze e dalla loro formazione. Contributi seppur diversi ma preziosamente utilizzabili per tentare di comprendere e cogliere la complessità del senso della guerra oggi, non la guerra in sé, ma il senso della guerra. Il titolo infatti di questo evento era Il significato della guerra.

L’introduzione di Tito Baldini, dopo aver ringraziato a nome del Portale Psicoanalisi e Sociale i saggi e i partecipanti, ha sottolineato l’attualità dell’argomento e la necessità di avere i giovani, futuri cittadini del mondo, come interlocutori ad interrogare i saggi a partire dall’ascolto dei loro contributi e riflessioni.

L’evento è stato coordinato da Paolo Baldini, studente universitario di storia, che ha posto domande agli ospiti per indirizzare il dialogo senza però ingessarlo in un’argomentazione specifica auspicando una libera e attiva auto-organizzazione derivante dai contributi, dai pensieri fluttuanti e dalle riflessioni dei partecipanti.

Paolo Baldini segnala la particolare situazione caotica del presente, che seppur difficile e complessa da analizzare, può essere il punto di partenza da cui partire per provare a capire e analizzare a livello storico, geopolitico di quello che sta succedendo oggi a livello mondiale. Non si possono però prima non analizzare i rapporti di forza nello scontro tra grandi potenze come l’America, la Russia, le potenze emergenti come la Cina, l’India (Paesi del BRICS), etc., per tentare di capire l’insensatezza della guerra.

Si è passati da un bipolarismo della Guerra Fredda a un momento di multipolarità dove sono diverse le potenze che si contendono il primato sul globo. Le conseguenze sono scontri che danno luongo alla insensatezza delle guerre, a conflitti per isolare o impoverire altre potenze.

Il primo intervento è di Don Mussie Zerai che sottolinea come i conflitti in generale e in particolare il conflitto russo-ucraino e il conflitto medio orientale, israelo-palestinese, sono funzionali agli interessi delle potenze occidentali a livello geopolitico, economico, strategico.

Ricorda però che ci sono guerre per procura, guerre dimenticate e sconosciute, come in Etiopia, Sudan, di cui o non si parla mai o se ne parla poco e l’Europa gira lo sguardo da un altra parte,  anche l’attenzione mediatica da parte dei media occidentali, nonostante i gravi genocidi e le pulizie etniche, è minore. Non ci si occupa di queste guerre secondarie nonostante esse siano funzionali agli interessi delle grandi potenze americane e russe e di altre potenze

Guerre che sono sempre funzionali perché dettate da interessi economici quali lo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, gas, minerali, etc.) da parte delle grandi potenze al fine di mantenere l’egemonia politica, economica, culturale, che sembra giustificare, in nome di interessi materiali,  massacri delle popolazioni.

Il mondo ha bisogno delle guerre per far girare l’economia delle industrie che producono armi.

Don Mussie Zerai ci ricorda che, come per le guerre, ci sono anche morti di serie A e morti di serie B, basti pensare all’attentato alla sede di Charlie Hebdo, avvenuto il 7 gennaio 2015 a Parigi che ha causato dodici morti, di cui si è molto parlato, e dell’attentato avvenuto in Nigeria, lo stesso giorno che ha causato l’uccisione da parte delle milizie di quasi 2 mila persone, di cui si è parlato pochissimo perché l’Africa, per le grandi potenze regionali e planetarie che sperimentano la forza dei loro muscoli, è importante per le sue risorse naturali e non per i diritti civili delle persone che invece vengono ignorate o usate a loro vantaggio economico, politico, etc…

Nel 1968 don Alessandro Ronzato si chiedeva cos’è la civiltà e cosa dà. Scriveva che la vera civiltà deve ancora cominciare e la prima pagina della storia della civiltà dovrà contenere la notizia, banale, che sulla terra c’è un pezzo di pane per tutti gli uomini. L’immigrazione si innesta in questa mancanza di pane, e questo è frutto dello squilibrio della gestione delle risorse, della politica e dell’ordine mondiale che dovrebbe garantire la vivibilità, la salute, l’istruzione. Se il continente africano diventa solo un luogo da cui prelevare le risorse, senza creare in quei luoghi una condizione in grado di garantire una distribuzione equa delle ricchezze, che permetta alla popolazione  di vivere una condizione dignitosa e vivibile, questi giovani andranno a cercare altrove il loro diritto di affermare la vita. Invece si preferisce alzare fili spinati o muri e impedire a chi fugge da guerre o persecuzione politica, religiosa o etnica. C’è il paradosso che questi paesi, che vanno a rubare le risorse, sono gli stessi che impoveriscono la popolazione, un circolo vizioso. L’Europa invece investe milioni per erigere fili spinati e muri, costruisce barriere e non investe con iniziative per garantire un futuro dignitoso ai giovani. Il futuro di questi giovani non interessa a nessuno. I centri di accoglienza finanziati dall’Europa solo solo dei lager, in cui avvengono violenze e soprusi di ogni genere.

Marco Revelli intravvede, nei protagonisti della storia, oligarchi politici ed economici, e nella storia attuale, il rischio di un impazzimento. Si interroga e ci propone la sua riflessione, da storico, rispetto a non tanto cosa stia succedendo ma cosa ci stia succedendo. Intravede che qualcosa, negli ultimi anni, è entrato nelle nostre vite e nelle nostre menti che ha cambiato i nostri fondamentali della vita. A suo avviso è avvenuta una sorta di decostruzione sistematica dei principali fondamenti della civiltà europea; in primo luogo della parola pace che era stata la principale ragione dell’unione. Adesso è il riarmo, la crescita dell’industria bellica è diventato un punto principale dell’agenda politica, come pure la crisi della civiltà del comandamento non uccidere, della asimmetria tra le potenze (palestinesi e israeliani).

Sembra esserci un demone impetuoso (il riferimento è a Wotan una divinità germanica della guerra) che risvegliandosi si impadronisce e possiede le menti dei politici occidentali, meno dell’opinione pubblica, rendendole incivili.

L’Europa, a suo avviso, sta vivendo una profonda ferita narcisistica collettiva che sembra  terrorizzata dall’immagine della propria insussistenza e inutilità; l’Europa, come scrive Colamedici, non è più al centro del mondo come lo è stata per secoli, oggi non è più l’epicentro della produzione economica mondiale, l’autoritratto dell’umanità. Incapace di elaborare il lutto della perduta egemonia assoluta si aggrappa alla forza e questo vale anche per l’intero occidente.

Da storico intravede un processo di radicale individualizzazione che ha segnato gli ultimi 40 anni, qualcosa che ha preceduto tutte le catastrofi del 900, un americanismo e una razionalizzazione che hanno determinato rotture sistematiche dei legami affettivi, emotivi, solidaristici in nome di un individualismo radicale che ha generato vuoto interiore e un noi bellicoso.

I mass media e il contesto generale, come la fine delle ideologie, hanno lavorato per distruggere tutto ciò che poteva essere considerato collettivo, facendo prevalere la logica del mors tua vita mea che ha funzionato molto bene, creando atomi competitivi e anche atomi predatori. Tutto ciò ha anestetizzato l’opinione pubblica rispetto alle guerre anche quelle vicine a noi.

Sarantis Thanopulos ci propone la sua lettura psicoanalitica: la distruzione nasce da un vuoto dentro di noi, un vuoto di rappresentazioni, di sentimenti e di emozioni: è la morte psichica.

La legge del più forte ha nel suo nucleo più profondo la distruttività, la guerra è un’esplosione della violenza spinta da diverse motivazioni.

Nel tempo sono venute meno anche le relazioni di scambio che sono quelle che impediscono la guerra. A suo avviso le guerre mondiali sono state create da un vuoto di relazione. Hitler aveva come scopo quello di fare del popolo tedesco un unico organismo psicologico e l’odio era l’unico sentimento possibile, non era il grande pensatore che poteva rendere possibile questa impresa ma uno psicologo; infatti lui si presentava come psicologo delle masse tedesche. Questa psicologia delle masse ha poi dato origine alla seconda guerra mondiale.

Quando una società è precaria come la nostra e la nostra identità, che è strettamente legata al legame con l’altro viene privata delle relazioni lavorative, conviviali come possono nascere i sentimenti, i pensieri?

La distruzione della convivialità, la distribuzione della ricchezza concentrata nella mani di pochi va invertita coltivando l’amicizia, la convivialità e sperare che ci sia una forza politica che si occupi  della qualità della vita, della redistribuzione della ricchezze, della salute. Solo così potremmo avere meno distruzione e tornare ad una società più sana; la ragione deve essere coniugata ai sentimenti, deve  vivere e convivere con essi. 70 anni fa Anna Arent ha detto che la peggiore incomprensione nasce dalla pretesa di essere razionali senza sentimenti, se non ci si commuove con la vita non la si può  comprendere. Rispetto alle guerre del passato dove si uccideva l’altro ma non i sentimenti oggi Thanopulos ravvede anche l’uccisione dei sentimenti oltre che dell’altro e questa è una identificazione con la morte.

Occorre riflettere ed avere chiaro in mente che i valori democratici non esistono di per sé, hanno una fonte naturale nel desiderio ma non sono una condizione naturale della società, bisogna costruirli e difenderli. La democrazia deve fare dei suoi valori un’esperienza di vita vissuta.

Ad una domanda sul ruolo della donna rispetto alla guerra secondo Thanopulos non si può contrapporre un matriarcato ad un patriarcato, entrambi gli sguardi, quello femminile che guarda da dentro a fuori e quello maschile che guarda da fuori a dentro, e l’unione tra donne e uomini, rendono vivibile la vita e l’umanità ha necessità della presenza dell’Altro. La donna deve avere un suo posto paritario nella società e, se c’è una dimensione paritaria tra donne e uomini, la democrazia raggiunge la sua forma più alta; la polis, come scriveva Aristotele è una comunità di diversi ma pari, forse è ideale ma permette di capire “se siamo abbastanza vivi o non lo siamo”.

Da sempre la civiltà è fondata sulle donne, le donne sia pure sottomesse e represse mantengono vivi gli uomini che sono educati sul piano della civiltà dalle donne.

Da alcuni interventi dei partecipanti si aprono interessanti spazi di riflessione e ci salutiamo con la promessa che questo evento avrà un seguiti. Vi terremo aggiornati.