Frankenstein (2025) come metafora di crescita e individuazione
Di
Alessandro Fioretti
La rivisitazione di Guillermo del Toro del romanzo classico di Mary Shelley, Frankenstein, non tratta tanto della morte, quanto della nascita, crescita, separazione e individuazione, di un proprio senso d’identità senza tralasciare la ricerca della propria integrità.
Il mostro viene costruito, assemblato pezzo per pezzo, diventando un prodotto carico delle fantasie del suo creatore. Il desiderio di Victor Frankenstein di plasmare la vita e sottrarre la morte manifesta l’amalgama genitoriale, una somma di sogni e angosce proiettate su un figlio che nasce già carico di attese irrealistiche, un ideale che inevitabilmente disattende.
Sebbene la creazione del Dottor Frankenstein non sia in grado di comunicare a voce o di dimostrare nell’immediato la propria intelligenza alla nascita, possiede la capacità di locomozione e di esplorazione del proprio ambiente circostante. Tuttavia, non è in grado di esprimere sentimenti o di farsi comprendere.
Una volta abbandonata dal Dottor Frankenstein, la Creatura si dedica alla ricerca di un proprio senso, vagando per l’Europa di fine ‘700, in cerca delle proprie origini; una genesi che dapprima non accetta e che soltanto attraverso la vicinanza di anime affini riesce a comprendere. Margaret Mahler, richiamando le prime fasi di separazione-individuazione, mostra quanto ogni processo di crescita implichi una dolorosa perdita dell’oggetto originario, dolore che nel film si traduce nella ricerca struggente della propria identità e delle radici, nella richiesta dell’amore negato e, infine, nella disperazione di chi non riesce ad autodefinirsi fuori dalla relazione col padre.
La Creatura viaggia per adempiere al suo compito di maturazione e individuazione, un percorso struggente che simboleggia il tormento della sua psiche. Nel momento di maggior dolore, quando assiste alla brutale morte del suo unico amico, nonché maestro, un vecchio cieco, essa torna a cercare il suo creatore. Nel cammino della Creatura si riflette la seconda individuazione di cui parla Peter Blos, dove il soggetto si dibatte tra il bisogno infantile dell’altro e il desiderio di autonomia, tra la dipendenza e la spinta a dichiararsi come essere separato.
L’essere rimane tuttavia ancora intrappolato nel rapporto e nella relazione con il suo creatore. Laddove tutti i suoi tentativi di contatto falliscono, ancora incapace di darsi un senso, di trovare la sua personale forma di autonomia e di unicità, affronta un padre rifiutante, un creatore utopico, che tenta, con ogni sua forza, di ingabbiare o di distruggere, di controllare. Freud offre qui una chiave universale con Totem e tabù, individuando nel padre totemico il limite che deve essere superato per accedere a un nuovo ordine: il parricidio simbolico come passaggio da uno stato di natura anarchico a uno stato civile regolato dal senso del limite e della perdita, tema centrale nella lotta della Creatura con Victor Von Frankenstein.
Essa domanda una compagna, chiede la costruzione di una propria famiglia, di un proprio ciclo di vita, di un diritto all’umanità, in quanto essere umano in potenza (in divenire), che il dottore però gli nega. Davanti a ciò la risposta della creatura umana è esplosiva: “se non posso dare sfogo al mio bisogno di amore, allora darò sfogo alla mia rabbia, che è infinita”. Figurativamente si tratta di una rabbia narcisistica che, quando il dolore prende forma da una ferita del Sé, spinge a distruggere, attaccare e annientare tutto ciò che lo circonda.
La narrazione segue la crescita della Creatura, che passa dall’infanzia all’adolescenza. La vediamo studiare, apprendere, conoscere il mondo e, infine, confrontarsi con la perdita: il lutto dei cari, degli amici, dell’amore di una figura materna. Impara a gestire le proprie paure e attacca l’oggetto spaventoso, smanioso tentativo di ottenere una propria individualità.
L’opera si chiude con la morte del padre-creatore, del Dottor Frankenstein, con l’accettazione da parte del mostro del ruolo che questo padre ha avuto per lui. A questo punto è il padre‑creatore che riconosce la Creatura come legittimo figlio e la vede per ciò che è. Si ricuce quello strappo che ha segnato profondamente la relazione, una rottura radicata nella personalità dell’essere e attorno alla quale ruota la narrazione. Di fronte alla morte del padre totemico, essa deve accettare che il suo futuro è ormai maturo, e che si appresta a crescere ed evolversi.
La pellicola si conclude con una citazione romantica e simbolica di Lord Byron, che sintetizza efficacemente il percorso e il processo di vita.
«and thus the heart will break, yet brokenly live on.»
«e così il cuore si spezzerà, ma, spezzato, continuerà a vivere.»
Mostra allo spettatore come, anche di fronte al lutto, alla sofferenza e al dolore, un cuore spezzato possa continuare a battere e, proprio nel suo battere spezzato, farsi testimonianza della forza della sopravvivenza. Le frustrazioni, le difficoltà e le sofferenze assumono un’importanza secondaria quando nel cuore alberga la dedizione a uno scopo superiore: quello di vivere.
Bibliografia:
- Blos, P. (1971). L’adolescenza: Un’interpretazione psicoanalitica. Franco Angeli. (Opera originale pubblicata nel 1962)
- Freud, S. (1975). Totem e tabù. In Opere (Vol. 7). Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1912-1913)
- Kohut, H. (1982). Pensieri sul narcisismo e sulla rabbia narcisistica. In La ricerca del Sé. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1972)
- Mahler, M., Pine, F., & Bergman, A. (1978). La nascita psicologica del bambino. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1975)
- Palacio Espasa, F., & Manzano, J. (2001). Scenari della genitorialità: La consultazione genitori-bambino. Raffaello Cortina Editore. (Opera originale pubblicata nel 1993)
- Shelley, M. (1818). Frankenstein, or the modern Prometheus. Lackington, Hughes, Harding, Mavor & Jones.

