“The Odyssey” (Nolan, 2026)

Christopher Nolan

Produzione

Syncopy, Wildside- U.P.

Cast

Matt Damon, Tom Holland,

Anne Hathaway, Robert Pattinson,

Lupita Nyong’o, Zendaya, Charlize Theron,

Benny Safdie, Bill Irwin,Elliot Page, Himesh Patel,

James Remar, John Leguizamo,

Jon Bernthal, Josh Stewart, Logan Marshall-Green,

Maurice Compte, Mia Goth, Ryan Hurst, Samantha Morton

 

La struttura non è niente senza il rispetto per il suo significato.

Penelope

 

La pellicola si apre con un richiamo alle origini dell’Opera. Ecco compare un bardo che narra, cantando e battendo il tempo. È la canzone di Ulisse.

Il richiamo sembra associarsi ad una doppia caratteristica della rappresentazione: narrazione e ritmo.

L’Odissea attribuita ad Omero, sarebbe in realtà una raccolta di canti/episodi narrati dagli aedi in occasione di feste e banchetti o riti religiosi. Il regista sembra seguire la struttura dell’Opera nella prima parte del montaggio, inizia, infatti, con la Telemachia (Canti 1-4), ciclo nel quale il giovane figlio di Ulisse parte da Itaca per cercare notizie sul padre; per passare poi ai racconti e le avventure affrontate da Ulisse dopo la caduta di Troia (Canti 5-12) e, infine, il ritorno ad Itaca e la vendetta contro i Proci- pretendenti (Canti 13-24).

I piani temporali e narrativi, tuttavia, inizialmente abbastanza fedeli vengono progressivamente presentati in maniera intrecciata mentre il tempo incalza, generando ritmo e confusione tra un pesante passato e un incerto futuro.

Nolan incontra il testo e lo interiorizza trasfigurando i personaggi; particolarmente significativa appare l’azione demiurgica di una Circe re-impastatrice di uomini o la condensazione nella figura di Calipso di Nausicaa e del popolo dei Lotofagi… la chiave di lavoro scelta dal regista sembra collocarsi a metà tra le conseguenze somatopsichiche del trauma- un tempo fermo, impossibile da riattivare- e le caratteristiche allucinatorie del sogno.

L’Ulisse omerico, celebrato ed esaltato per il suo multiforme ingegno (la metis), diviene un uomo tormentato e colpevole, più angosciato che esaltato dalla grande astuzia dello stratagemma del cavallo che consente la vittoria di Agamennone e la resa dei Greci. Egli è un uomo responsabile delle conseguenze delle proprie azioni e ne percepisce tutto il peso. Nolan sembra, in questo senso, continuare la riflessione iniziata con Oppenheimer (2023), di cui la frase di apertura recita “Prometeo rubò il fuoco agli dèi e lo diede all’uomo. Per questo fu incatenato a una pietra e torturato per l’eternità”. L’operazione del regista è ardita e foriera di interessanti spunti: togliere gli dei dall’opera omerica (In un mondo di apparente magia…). La divinità rimane nelle sue manifestazioni indirette come il mare, il cielo tonante, la Legge di Zeus- che richiede un’ospitalità obbligata a chiunque ne faccia richiesta per non incorrere in disonorevoli e vendicativi errori. Lo stratagemma del cavallo viola la Legge, la perverte al tal punto da trasformare l’accoglienza in morte e distruzione.

Ulisse che segue Agamennone nella propria volontà di potenza sta difendendo Itaca o sé stesso? L’uomo disperso sulla spiaggia ed accudito da Calipso si sta curando o sta fuggendo da ciò che lo attende ad Itaca?

Nei momenti in cui Ulisse vaga sulla spiaggia raccogliendo i resti di legno e raggruppandoli, il suo corpo continua a mettere insieme e riparare ciò che la mente non riesce ancora a ricordare. Come ipotizzato da Freud nel saggio del 1914 “Ricordare, ripetere e rielaborare” la persona che non ricorda il passato rimosso, lo ripete agendolo nel presente sotto forma di resistenza, coazione a ripetere e transfert, e, solo attraverso la lenta rielaborazione (attraverso il lavoro clinico), può riuscire a sciogliere le rigidità di cui si trova ad essere parallelamente artefice e vittima.

In questo senso, ugualmente significativa appare la figura interpretata dall’attrice Zendaya, nella quale viene condensata l’immagine doppia della dea Athena e del volto di una sacerdotessa defunta della dea stessa, uccisa brutalmente nella presa di Troia. Analogamente, la figura della divinità, concretizzata nella spilla di cui Penelope fa dono ad Ulisse prima della partenza per Troia, sembrerebbe rappresentare un oggetto interno riparativo, anche nei momenti in cui l’eroe sembra non ricordare chi sia e cosa faccia lì. Non sono soltanto le azioni a definire gli uomini anche i legami, che essi sono in grado di creare e interiorizzate.

Solo quando il tempo interno si riattiva, è possibile tornare ad Itaca.

Recando con sé la propria storia ed il proprio peccato– sono i resti del Cavallo legati assieme che costruiscono la zattera su cui l’eroe colpevole fa ritorno, riuscendo ad abbandonarsi al volere degli Dei, i quali sembrerebbero averne percepito il rimorso. In un gioco di specchi, i compagni di Ulisse- nessuno dei quali riuscirà a far ritorno con lui- comporrebbero diverse parti del suo Sé, tutte da mettere in salvo e, allo stesso tempo, impossibili da proteggere. Persino lo stesso Agamennone, pagherà la colpa di aver sacrificato la figlia al suo rientro dalla vittoria. L’aldilà non è rappresentato come un luogo in cui si scende, si sprofonda, ma sono gli Inferi stessi a riemergere attraverso il sacrificio agli dei, come se tutto rimanesse in superficie, nonostante i meccanismi difensivi ed una fantasia grandiosa di deresponsabilizzazione. Anche la scelta, tanto discussa, di togliere la sequenza dialogica tra Ulisse e Polifemo, a livello fantasticato, potrebbe rappresentare un ulteriore incastro in questo senso: “Nessuno è il mio nome” è una frase che non può appartenere a colui che sceglie di essere responsabile del proprio destino e della sua storia. Il vertice osservativo di Nolan rassomiglia ed amplifica l’operazione dantesca, che colloca Ulisse nell’inferno dei dannati in cui è punito per aver usato la sua grande intelligenza per ingannare il prossimo (Dante, 1955).

Tornando al rapporto con il tempo, nell’interpretazione di Nolan appare evidente una delle fondamentali “rivoluzioni” dell’epoca contemporanea rispetto alla narrazione omerica.

Come racconta Elvio Facchinelli in La Freccia Ferma. Tre tentativi di annullare il tempo (1992) Ulisse rappresenta l’Archetipo del ritorno che desidera cancellare l’assenza coltivando l’illusione che nei venti anni della sua peregrinazione nulla sia cambiato ad Itaca. Questo modo di percepire il tempo blocca la storia, preclude l’evoluzione e la trasformazione, distrugge il futuro e la possibilità di differenziazione. Nolan, invece, ci consegna un Ulisse diverso, più consapevole del peso delle sue azioni e delle difficoltà che la sua assenza ha causato e, che ritrova la propria libertà solo attraverso un esilio, che appare una soluzione di compromesso tra l’espiazione delle proprie colpe, l’onorare gli uomini che hanno combattuto per lui e il tramandare il proprio regno al figlio.

 Dott.ssa Arianna Salerno

Psicologa clinica e psicoterapeuta

 

Bibliografia e filmografia

Alighieri, D. (1955) Inferno, Canto XXVI. In La Divina Commedia [a cura di Natalino Sapegno] Firenze: La Nuova Italia

Freud, S. (1914) “Ricordare, ripetere e rielaborare”. In Opere di Sigmund Freud Vol. 7(pp. 511-518). Torino: Boringhieri

Fachinelli, E.(1992), “La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo”, Milano: Adelphi

Nolan, C (2023) [regista], Oppenheimer. Universal Pictures; Syncopy; Atlas Entertainment [film]