Vademecum di neurologia neuropsicologia psichiatria psicodinamica dell’età evolutiva – Fulvio Filacchione
Il volume “Vademecum di neurologia neuropsicologia psichiatria psicodinamica dell’età evolutiva” di Fulvio Filacchione (neuropsichiatra infantile) è un’opera monumentale: un vero manuale per gli specialisti, ma scritto in modo così chiaro e divulgativo, nonostante il rigore scientifico, da essere facilmente utilizzabile da ogni terapista, insegnante, educatore che lavora con i bambini e gli adolescenti. È una grande rivoluzione del Portale “psicoanalisi e sociale” offrire gratuitamente al grande pubblico un testo di tale spessore. Inoltre, il grande lavoro di indicizzazione del testo permette di usufruire autonomamente di tutti i capitoli e i paragrafi del libro.











Apprezzo l’ accuratezza e la chiarezza con cui sono stati svolti i temi trattati e l’ aspetto divulgativo del libro.Lo troverei particolarmente indicato per i terapeuti che effettuano una psicoterapia psicoanalitica genitoriale e per i genitori considerati come i migliori colleghi dei terapeuti della coppia genitoriale e coniugale
Ringrazio per le considerazioni fatte sul lavoro e credo di cogliere, nel termine “colleghi” riferito ai genitori in questione, l’importanza di quella alleanza terapeutica troppo spesso inibita dalla differenza di ruolo.
Quando Bollea diceva:” le mamme hanno sempre ragione” credo si riferisse proprio alla ricerca di sinergizzare le diverse formazioni professionali all’interno dello stesso prendersi cura del bambino comune prima di
curare.
Ho trovato questo libro un’ottima sintesi alla quale possono fare ricorso sia gli addetti ai lavori che le persone meno dentro le problematiche neurologiche e psichiatriche. Infatti è schematico e quindi di facile consultazione ma al tempo stesso non tralascia nulla, rimandando il lettore ad un approfondimento personale. Credo possa essere utile anche al personale scolastico che, pur non avendo una formazione specifica si trova sempre di più a dovere quotidianamente interagire con tanti aspetti del disagio giovanile.
Molto interessanti i casi clinici.
Apprezzo molto il riferimento al lavoro di sintesi, perchè rappresenta l’obiettivo centrale del metodo che ho cercato di seguire.
Sostengo da tempo che nelle scienze spesso manca un “tessuto connettivo” capace di mettere in relazione le principali acquisizioni a cui ciascuna branca del sapere è giunta.
Per questo ritengo importante proporre una visione d’insieme che aiuti a collegare i diversi capitoli interni ad una disciplina, senza rinunciare poi agli aggiornamenti specifici necessari.
Mi fa piacere inoltre che siano stati apprezzati anche i casi clinici e la possibile utilità del volume per chi opera
quotidianamente a contatto col disagio giovanile.
Chiaro, accurato e di facile lettura. Utile per i terapeuti, ma anche per insegnanti e genitori
Credo si riferisca ad una visione d’insieme del libro ed è esattamente l’immagine che volevo dare.
La prima parte dovrebbe servire ad inquadrare quale dei tre grandi capitoli della NPI può servire al quesito del momento
per poi scendere nella analisi dei dettagli.
La seconda, quella delle tre storie cliniche trattate, vorrebbe mettere in evidenza
come gli aspetti umanistici, filosofici ed esistenziali, dovrebbero entrare a far parte della diagnostica e della terapia con pari dignità.
Non mi ritengo affatto un esperto, ma in una realtà medica nella quale si ha a volte la sensazione che i bambini e gli adolescenti siano “oggetti” e non “soggetti” attivi dell’analisi degli specialisti, questo testo sembra ricollocare al centro del discorso la personalità e i bisogni dei piccoli pazienti, partendo da una reale considerazione del loro esclusivo punto di vista. Il miglior modo per rendere veramente “attendibile” ed esaustiva ogni diagnosi. La struttura di guida e di vademecum, fanno di questo libro un elemento prezioso. E, al tempo stesso, strumento pratico capace di supportare con concretezza ed immediatezza l’operato dello specialista e di quanti operano all’interno di un così nobile e delicato settore.
Sarebbe interessante riflettere su come anche il “non esperto” possa contribuire al percorso diagnostico, soprattutto negli aspetti psichiatrici e psicodinamici,oltre che anamnestici.
Le discipline specialistiche rischiano talvolta di trascurare osservazioni più libere, ma non meno significative.
Poichè il bambino è un paziente
“portato” alla consultazione, solo una progressiva soggettivazione della conoscenza può integrare dati oggettivi e vissuti soggettivi, rendendo la valutazione più completa.
Opera ricca e con molti spunti clinici. Consente una consultazione rapida ma al contempo esauriente. Penso sia un’ ottima risorsa per i professionisti bisognosi di un sapere a portata di mano ma più in generale per chiunque desideri calarsi nel delicato mondo della sofferenza infantile.
Mi fa piacere,ovviamente,vedere ribadito il concetto della facilità di consultazione del contenuto del libro ad una prima lettura.
Le due parti in cui è diviso, come accennato in un’altra risposta,sono molto diverse tra loro: la prima, di carattere analitico-espositivo, riguarda le diverse componenti teoriche della NPI; la seconda, di taglio descrittivo- interpretativo, affronta la complesstà del disagio del vivere umano.
Spero che queste due modalità possano integrarsi reciprocamente per chi, indipendentemente dal ruolo ricoperto, cerchi di compredere come orientare al meglio
l’intervento di aiuto.
Un’opera importante e attesa: negli ambiti disciplinari cui si rivolge, offrendo ad essi riferimenti scientifici di veloce consultazione e riflessioni di non comune valore epistemologico; per i non specialisti, grazie alla semplicità dell’esposizione, mai a discapito del rigore scientifico. Risultato, con evidenza, di una lunga esperienza professionale e umana.
Se si ritiene che questo metodo di sintesi possa aver risposto ad attese specifiche in materia…ringrazio !
L’aspetto epistemologico del lavoro, se presente, consiste nel tentativo di utilizzare l’esperienza dello studio dell’incontro con l’Altro- sia esso genitore, bambino o la diade genitori-bambino,per interrogarsi su se, e in quale misura, le definizioni nosografiche classiche fossero adeguate a ciò che il caso clinico (o umano?) suggeriva.
L’obiettivo è stato quello di approfondire la comprensione dell’incontro tra le discipline cliniche della mente e dello sviluppo e la filosofia della conoscenza, mettendo in relazione l’esperienza clinica
con i modelli teorici del sapere.
Mi pare che questo vademecum sia scritto con molta chiarezza facilitando la comprensione di argomenti attinenti il campo medico e perciò di non facile comprensione
per tutti. Inoltre gli argomenti trattati sono esposti in modo da far emergere le eventuali connessioni ed interazioni tra le diverse problematiche che riguardano lo sviluppo dell’età evolutiva. Dal mio punto di vista,un libro del genere risulta sì molto utile, specie per chi lavora nel campo, per avere un quadro generale, ma può rischiare di diventare come il bugiardino di un farmaco: si elenca con precisione ciò che contiene la medicina, ma si trascurano gli effetti. Voglio dire che ci si ferma all’aspetto tecnico e poco si considera la parte interiore della persona che c’è sempre nonostante la “malattia ” ed è quella che permette di aprire un varco e poter contattare l’Essere che siamo. Vedasi casi di autismo che vengono trattati in modo asettico e meccanico come viene consigliato dagli esperti (lo dico per mia esperienza), che invece presentano un mondo ricchissimo, creativo e personale che non ha niente a che fare con le nostre modalità di pensiero ma che è estremamente interessante e valido proprio nella sua diversità. È l’altro di noi che non conosciamo ma ci appartiene. Talvolta le situazioni problematiche possono presentarsi in modo molto complesso e poco lineare per cui diventa difficile ascriverle a un quadro ben specifico. E il rischio è quello di fare “diagnosi “, magari schematiche e rigide, che ci rassicurano e rispecchiano un’ufficialità riconosciuta. Penso che aldilà delle problematiche che ci troviamo ad affrontare con molti bambini (ne ho viste tante e le più disparate come insegnante) ciò che è assolutamente importante è entrare in relazione con il portatore del problema. Una relazione che deve essere umana, empatica e deve toccare in profondità l’altro, il suo cuore e la sua anima. Se non si entra dentro l’altro, se non si mettono in contatto le diverse energie, il puro lavoro professionale non potrà mai raggiungere l’altro che resterà solo un mero caso clinico.
Ringrazio anche lei per la conferma di facilità di consultazione della parte tecnico-nosografica di una disciplina, nella quale, anche se relativamente nuova nella storia della medicina, non è assolutamente facile distinguere le componenti biologiche da quelle della personalità nelle sue componenti umanistiche, cliniche o filosofiche che siano.
Quindi la ringrazio ancor di più per aver centrato la difficoltà che io ho cercato di affrontare in questo lavoro.
Ad un primo scorrere le pagine questo non può che apparire non risolto.
Se si entra poi nella descrizione dei tre “casi clinici” il quesito potrebbe apparire addirittura ribaltato.
È proprio quell’entrare alla ricerca di quel rapporto empatico, o relazione di transfert se si preferisce, che permette di leggere e dare significato a quei nuclei esistenziali che possono sì turbare e sconvolgere chi li porta, ma possono anche svelare aspetti che nella “normopatia” vengono occultati
o contraffatti.
Uno slogan nato da un verso di Caetano Veloso e adottato nella esperienza triestina successiva
a Basaglia: “da vicino nessuno è normale”, se invertita, ridà dignità umana a quello che altrimenti sembra solo clinica.
Il caso : ” B.C. Un caso clinico o un caso umano” della seconda parte del libro descrive proprio questo.
L’autismo poi, meriterebbe un capitolo aggiuntivo.
Io mi sono limitato a descrivere le origini storiche dell’inquadramento etiopatogenetico e nosografico classico.
Negli ultimi decenni il DSM e l’ICD10 hanno formulato classificazioni anche diverse da quelle conosciute, questo ha permesso, purtroppo, di allargare il numero dei casi individuati e degli interventi terapeutici che meriterebbe un nuovo dibattito.
Ad una prima occhiara mi sembra che sia uno strumento molto utile, che rende più accessibili agli operatori le scienze che si occupano della mente e dei comportamenti, lasciando però intatto il ruolo dello specialista per la diagnosi definitiva.Un ruolo che va salvaguardato, perchè troppi presunti esperti danno risposte non adeguate ma sono spesso più visibili e dunque consultati e ascoltati grazie a un uso disinvolto dei social media e dei mezzi contemporanei di comunicazione
Mi sembra uno strumento molto utile, che rende più accessibili agli operatori le scienze che si occupano della mente e dei comportamenti lasciando però intatto il ruolo dello specialista per la diagnosi definitiva. Un ruolo che va salvaguardato, perchè spesso altre figure meno adeguate trovano maggiore visibilità sui social media e altri moderni mezzi di comunicazione.
Aggiungo tuttavia che non sono un’esperta del settore, ma vi è stata una fase della mia vita in un cui mi sono occupata di storia della psichiatria, in relazione a un caso di isteria collettiva del secondo Ottocento. Lo segnalo anche qui perchè resta una vicenda poco nota, su cui magari chi legge può nutrire qualche curiosità. https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/le-indemoniate/
Lei identifica due aspetti importanti della diagnostica medica e ancor più di quella neuropsichiatrica: ▪︎ la necessitàdi un contributo a più mani, o meglio a più occhi,dei segni semeiologici che compongono l’esame obiettivo, ▪︎ l’interfaccia con la sociologia.
Ho scelto, negli anni, per quanto possibile e compatibile, di praticare in parallelo sia la funzione di medico di base che quello di NPI nella ASL.
Sostenevo e sostengo che non c’è sapere specialistico che possa fare a meno delle basi aggiornate della semeiotica medica, nè tantomeno delle informazioni che arrivano dagli operatori del campo, dai famigliari o dagli amici, sempre nel rispetto della priorità delle competenze.
Così, come nell’esempio che lei cita di “isteria collettiva” del secondo ottocento, non si dovrebbe fare a meno della sociologia, che non è altro che la “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” come S. Freud certificò già da allora.
L’intento è quello di capire quanto, come e se, la cultura sociale e politica possono condizionare, inibire o
stimolare pensieri e condotte
devianti del singolo.
“L’ansia spesso passa quando incontri quello a cui puoi dire quello che spaventa te …” penso che ognuno di noi abbia provato una situazione del genere e così ad ogni inizio capitolo si intrecciano esperienze e vissuto personale. Come tutti hanno sottolineato, il lavoro di Fulvio Filacchione è imponente. E’ evidente la sua capacità non comune agli studiosi sia di scienze applicate che umanistiche, di rendere comprensibili, anche per i non addetti ai lavori, il complesso mondo della psicopatologia dell’età evolutiva. Immagino però che questo patrimonio di conoscenza debba essere condiviso ed elaborato insieme agli specialisti. Chi lavora con i minori, nei diversi ruoli, deve essere nelle condizioni di poterne riconoscere il disagio ma anche di poter condividere il lavoro successivo; Credo che chi lavora in questo ambito non debba mai agire e/o sentirsi solo, con il rischio di interpretazioni azzardate. Mi affiora la sensazione che questo lavoro abbia un’anima, coniuga il lato tecnico con quello umano e che ciò emerga bene dalla lettura dei casi. Grazie dottor Filacchione
Se è vero che “la vita è l’arte dell’incontro”, temo sia l’arte più difficile, non è frequente incontrare chi è disposto ad ascoltare le tue paure…e in assenza di questo la paura cerca le sue cattive compagnie.
Nasce così la psicoanalisi e gli altri mestieri di aiuto che si potrebbero ridefinire, anche osando un pò,”dell’ascolto mercenario”.
La ringrazio di aver colto, in un libro tecnico,un aforisma che potrebbe riassumerlo, almeno nella parte psicodinamica, sicuramente frutto della sua esperienza.
Raccolgo e rilancio sul concetto dell’anima, necesaria ad affrontare questo mestiere, per dire che ne servono di due tipi.
Quella che ci spinge ad incontrare l’anima dell’altro nel rapporto a due, e quella che ha bisogno che di anime ce ne siano altre intorno.
È quello che si dovrebbe mettere in forma, insieme, nella famosa “equipe”, sognata, ma di difficile realizzazione, quando l’intervento va oltre lo psichico, si confonde con il sociale e diventa necessaria una collaborazione in quei complessi casi che necessitano di una Istituzione specialistica…che funzioni.
Anche questo è già nelle sue parole.
Ringrazio il dottor Filacchione per la scelta di condividere il suo attento e paziente lavoro basato non solo su un approfondito studio teorico ma anche sulla lunga esperienza clinica.
Trovo utilissima la forma sintetica e analitica nello stesso tempo che aiuta a orientarsi nella diagnosi e nella scelta degli approfondimenti specifici
Detto da una collega con la quale abbiamo condiviso quasi trentacinque anni di lavoro istituzionale negli ambulatori poi chiamati TSMREE, confesso che coincide con il valore del “senso del poi”.
Questo perchè non sembri un semplice complimento tra compagni di lavoro che, proprio per questo,
non hanno mai risparmiato di nascondere i diversi modi di intendere quesiti e risposte della diagnosi e della cura nel complesso panorama nosografico che ad unna istituzione NPI pubblica possono capitare.
Torna il complesso tema della “equipe” con i suoi dolori e le sue soddisfazioni, di cui abbiamo fatto parte, sempre molto difficile da usare bene al momento, ma è quel momento che
nutre il poi e che
permette di ringraziarsi
per aver tentato di farlo…
Per la dott.ssa Musu.
Torna il tema che mette in relazione la complessità della materia col metodo usato, che dovrebbe rendere più facile la consultazione.
Ringrazio chi lo afferma…sperando che sia vero.
L’intento era proprio quello di incuriosire il non addetto ai lavori, affiancando ad ogni grande capitolo dei quadri sinottici che rimandano subito ad un possibile approfondimento e, al contrario, offrendo una sorta di ripasso dei grandi titoli a chi è più del mestiere.
Interessante anche il “lapsus” buoni al posto di bambini.
In fondo, il bambino che viene portato al NPI per un disagio, si potrebbe defiinire buono nel senso che, anche quando manifesta aggressività, questa può essere espressione di un malessere e diretta o verso sè o verso il proprio
Sè, ha sempre una
motivazione da scoprire e necessita di una cura, non
di una pena.
Testo chiaro, schematico e di facile consultazione nonostante la complessità della materia trattata.
Lo trovo uno strumento molto utile per tutti coloro che operano con buoni e adolescenti.
Errata corrige: bambini e adolescenti
Il Vademecum del Dottor Fulvio Filacchione si rivela un’opera di grande utilità sociale e professionale per l’ascolto e la comprensione della complessità e delle difficoltà della mente infantile. L’autore tratta gli aspetti psichiatrici, neurologici e neuropsicologici in una forma di facile consultazione sia per gli addetti ai lavori che per chi quotidianamente opera nel settore del disagio infantile. La impostazione psicoanalitica conferisce una profondità particolare nella trattazione delle patologie psichiatriche così come la descrizione dettagliata di casi clinici conferisce spessore alla descrizione. In sintesi il Vademecum ha la capacità di costituire uno strumento di studio e di lavoro pregnante e di facile consultazione
Mi torna difficile, anche questa volta, omettere che conosco bene la dott.ssa Piazza con la quale c’è una stima umana e professionale di vecchia data.
Cito questo perchè le componenti personali e la competenza, pur essenziali, potrebbero edulcorare la valutazione di questo lavoro soprattutto rispetto a quella che potrebbero esercitare quanti non hanno una competenza medica specifica, perchè forse è a loro a cui è particolarmnte dedicato.
La dottoressa sottolinea un punto per me di centrale importanza, la indivisibilità delle due metodologie di studio della psiche umana.
La psichiatria e la psicoanalisi sono una visione binoculare della conoscenza tecnica di una personalità senza la quale un caso clinico verrebbe scisso
da una specie di schizofrenia metodologica.