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Adolescenza lasciata a se stessa. Angelo Ariemma

Sono un vecchio boomer, e non posso dimenticare come la mia adolescenza, pur nelle immancabili difficoltà legate all’età, alla rigida genitorialità, tipica dell’epoca, e al momento storico del terrorismo anni ’70, sia stata comunque caratterizzata dall’appartenenza a una serie di comunità civili e sociali, che hanno potuto “contenere” le derive distruttive che avrebbero potuto prodursi.

Quindi, la famiglia, rigida sì, ma pronta al sostegno materiale e psichico; la rete di rapporti che quella famiglia costruiva intorno a sé, e della quale ero comunque parte: parte problematica, ma inserita in un contesto relazionale vivo.

Quindi, la scuola: inserirsi in un nuovo contesto, con difficoltà, ma spesso trovando l’appoggio di compagni e insegnanti; compagni che poi diventavano amici, amici di giochi, amici di discorsi, amici della squadra di calcio dell’Oratorio, e lì altri adulti, che spendevano parte del loro tempo per farci divertire e per ascoltarci.

Quindi, il quartiere, nella sua dimensione di comunità solidale di persone di età e ceti diversi, capaci di incontrarsi e di discutere insieme: artigiani, commercianti, artisti, poeti…

Siamo così arrivati al valore della cultura; una cultura che ha i suoi apici, che pure si irradia nella società; una cultura che ha fondato la caratteristica educativa di un popolo della prima televisione: irradiata così nei vari strati sociali, ha arricchito la dimensione vitale di giovani e adulti, ha fatto crescere la società e la sua dimensione democratica.

Tutto questo si è andato via via perdendo. Prima una televisione che ha fatto dell’ignoranza, della proterva volgarità, la cifra dell’Auditel. Poi la scomparsa di quelle comunità di ascolto e partecipazione – partiti, sindacati, oratori – e l’isolamento di ognuno nella comunità virtuale, vasta quanto effimera: ognuno chiuso nella bolla dei propri bias, senza possibilità di confronto e di apertura. Infine la liquidità sociale estesa alla propria “identità”, alla propria “personalità”: “chi sono io?”: questa la domanda fattasi ancora più pressante nelle menti adolescenziali, allorché una genitorialità troppo “liquida” non ha saputo “contenere” nei giusti limiti l’esplosione vitale dell’adolescente; allorché la loro visione del gap tecnologico verso gli adulti è sembrata incolmabile; allorché il turn-over lavorativo è cessato e si è andati in pensione senza poter travasare le proprie esperienze e cognizioni ai giovani subentranti, lasciati soli, anche lì, soli con se stessi e le proprie paure, soli in un mondo talmente “liquido” da affogarcisi dentro; o da distruggerlo con la propria rabbia, quella stessa rabbia specchiantesi anche nelle nuove classi dirigenti.

Allora, troppo facile l’idea della “punizione” esemplare rivolta ai “colpevoli”, senza chiedersi quale mondo abbiamo costruito; senza lasciare a un’elaborazione consapevole di quel malessere che ha generato la “colpa”, attraverso l’aiuto di persone e strutture impegnate nel recupero, prima di tutto interiore, di quei ragazzi soli, la possibilità di essere se stessi con gli altri, di “esserci nel mondo” da costruire insieme. Altrimenti, la vera loro comunità solidale diventerà quella del carcere, che ne farà uomini condannati al “delitto”; e questo non potrà essere che il nostro più grave “delitto”.

Angelo Ariemma

Poeta, romanziere e saggista, già Sapienza Università di Roma

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Andres Pietkiewicz
Andres Pietkiewicz
21 ore fa

Caro,carissimo Angelo, anche io ho navigatore quelle acque adolescenziali in un periodo dove imparavi a navigare da solo e nell’infanzia . Acque mosse, ma non torbide come quelle in cui si trova a navigare l’adolescenza odierna. Noi si navigava a vista,ma non c’era la nebbia populista che rende tutto così sterile da incolpare ” l’altro” di ciò che accade a noi.
Come sostiene Cacciari, sotto questo attuale Kaos, prende forma il brodo primordiale che darà origine a una nuova umanità, ho fiducia che sarà così.

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