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Prima la colpa, mai la causa: quando il carcere diventa la risposta più facile. Luciana Littizzetto

Premetto di non essere professionalmente all’altezza delle riflessioni degli interventi precedenti. Non sono un’operatrice del settore. Non ho le competenze di una psicologa tanto meno di una sociologa. Sono una saltimbanca quindi parto decisamente svantaggiata.

Ho però un po’ di esperienza accumulata nel tempo, due ragazzi in affido, (ormai da 20 anni) più una terza, tracce di cervello e di cuore e una lingua che non sta mai al caldo.

Ho insegnato per 10 anni alle medie, alle Vallette. Erano gli anni ’90, e quella una delle periferie più hard di Torino, un quartiere ribollente di rabbia, emarginazione e miseria.

Ho militato per anni nella G.i.o.c, la gioventù operaia cristiana che sviluppava progetti educativi avvicinando ragazzi di strada perduti e fuori controllo. Comprendo che la situazione, già allora complicata, è obiettivamente peggiorata. La quotidianità per i più fragili è fatica ma è anche lo specchio implacabile della nostra politica arruffata, che invece di fermarsi a riflettere prende sempre più velocità, nella giostra di una perenne campagna elettorale. E questa nuova proposta rientra in questo vortice pericoloso.

D’altronde ci piace cosi tanto Mare fuori… quindi perché non seguire quella narrazione lì? Tifiamo tutti per Massimo, “il comandante” dell’IPM. Lui che rischia la vita per i giovani criminali, lui che è padre severo e giusto.  Ma la realtà è ben più complessa di una bella serie e noi dalla complessità rifuggiamo. Non sappiamo come maneggiarla, perché richiede studio, analisi, progetto, costanza, pazienza e soprattutto tempo. Ma noi abbiamo bisogno di fare in fretta, non abbiamo neanche il tempo di valutare caso per caso, lo farà il giudice. Così i ragazzi giovani già vittime della criminalità organizzata diventeranno anche vittime dello stato. Bingo.

Io credo ci sia un equivoco di fondo. Quello di partire sempre dalla colpa, mai ci chiediamo quale sia la causa. Colpa e causa, due punti di vista opposti. Ci concentriamo sul colpevole, sulla sua punizione perché è più facile, più immediata, raccoglie applausi. Siamo illusi che incutendo paura (e già su questo non sarei così convinta) diventi un esempio per gli altri.

Ordine e disciplina, autorità dello stato quella di cui tutti si riempiono la bocca. Uno stato autoritario ma sempre meno autorevole che delega agli altri la gestione dei problemi.

Un paese che sta regredendo, che ha chiuso gli occhi rassegnato, che ha smesso di accorgersi, che non sa cosa sia la cura.

I deboli sempre più ai margini anche da ragazzini.

Resiste qualche oratorio, preti e suore illuminati e combattivi, tenaci nell’accogliere il disagio. Ma sono sempre meno, sostituiti da altri luoghi di aggregazione, panchine e centri commerciali dove almeno c’è l’aria condizionata. Lo sport come alternativa alla strada? Chi può permetterselo?

Eppure ha una forza di vita e di rinascita prorompente.

Percepisco il Tanto ormai…la sotterranea convinzione che tutto è perduto ed è inutile perdere tempo.

Non è facile trovare una soluzione. Perché ce ne vogliono mille, millemila, grandi e piccole di soluzioni. Ma questa del carcere per ragazzi così giovani di sicuro non lo è.

Luciana Littizzetto

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andres pietkiewicz
andres pietkiewicz
1 mese fa

Carissima Luciana, che bello leggerti fra queste pagine! premetto che io addirittura sono soltanto un umile lettore, che cerca attraverso queste aperture, di apprendere come evitare che cerchino di manipolare i miei pensieri , o, peggio ancora, di divenire vittima di una feroce e subdola propaganda imbastita da quei pochi che vogliono impossessarsi di tutto.

Ho letto con piacere il contributo che hai portato su questo portale, luogo che mi ricorda vecchi circoli culturali in cui ci si trova in tanti , dai semplici operatori sociali come me fino ad illustri uomini di pensiero e scienza, dove l’ascolto e alla base del dialogo e l’etica e il rispetto i principi che lo sostengono.Ho seguito e seguo tanti ragazzi, come ex operatore di strada posso soltanto dire che la tua affermazione che si cerca, per comodità, di partire dalla colpa, per evitare di affrontare il duro e impegnativo lavoro di costruire le fondamenta di una società migliore per i giovani e a garanzia degli adulti, è certamente una delle cause principali del disagio giovanile e della deviazione sociale che subire questa ingiustizia provoca in loro.

Sono certo che grazie al tuo contributo tanti altri prenderanno coraggio e si apriranno a scrivere manifestando il proprio pensiero riguardo questo delicato tema.

Grazie ancora Luciana,

A presto!!

Andrès

Bruno
Bruno
23 ore fa

Che piacere averla qui, la seguo da anni con estrema simpatia. Io sono un educatore che da anni lavora nell’ambito di comunità per aolescenti. Credo che lei colga appieno un punto quando dice che anzichè reprimere col carcere dovremmo risvegliare il sogno e la speranza di un futuro possibile nell’animo dei giovani, soprattuto di quelli piú fragili, a cui spesso la speranza viene negata agli albori della vita, e qui la psicoanalisi tanto puo aiutare nell’intecettare quel dolore. Grazie del suo contributo,
Bruno.

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