Chi sbaglia, paga? Adolescenti, violenza e fallimento degli adulti. Curto-Dalba-D’Ambrosio-Montinari
Esiste sicuramente un tema adolescenza che il mondo degli adulti negli ultimi anni sta trascurando. Ed è sicuramente vero che sono in un aumento gli adolescenti disregolati e i comportamenti violenti, anche di gruppo. Il rapporto Espad Italia, condotto dal CNR di Pisa (2024), ha riportato dati inquietanti rispetto all’aumento della violenza fra i giovani: quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori dichiara di aver partecipato a risse; negli ultimi anni si è ridotta la differenza di genere tra ragazzi e ragazze che agiscono violenza, mentre permangono differenze sulla tipologia di violenza agita (più spesso in forma “indiretta per le ragazze); il 12% del campione ha preso parte a episodi di violenza di gruppo. Condotte associate ad altri fattori di rischio, come il ricorso a sostanze psicoattive e l’uso eccessivo di internet. Un malessere che risulta correlato a relazioni conflittuali con i genitori e a una scarsa soddisfazione nei rapporti con amici e familiari. Allargando lo sguardo, i dati epidemiologici ci segnalano, già prima del Covid, un aumento significativo della sofferenza degli adolescenti, che si esprime, non solo in un incremento drastico degli accessi ai PS e dei ricoveri ma anche attraverso quadri sintomatici sempre più complessi e ad esordio precoce. Una vera e propria “pandemia psichiatrica” rispetto alla quale alcuni studi hanno riscontrato, pur necessitando di ulteriori approfondimenti, una correlazione temporale con l’uscita dei primi smartphone e l’uso/abuso di social media.
A partire da ciò, AGIPPsA (associazione di 15 gruppi italiani che si occupano di psicoterapia psicoanalitica dell’adolescenza) ha recentemente redatto un “Manifesto psicoanalitico dell’adolescenza. Il diritto di crescere”[1], con l’obiettivo di informare, sensibilizzare, stimolare e suggerire una riflessione più generale che ci coinvolge in quanto adulti e che reclama una revisione sul piano sociale e culturale delle nostre idee e del nostro sistema di valori. È necessaria e forse ineludibile un’opera radicale di umanizzazione e democratizzazione che si fonda sul garantire l’accesso alla cultura e sull’educazione dalla quale dipende la nostra capacità di divenire soggetti, come sosteneva già Dolto (pediatra e psicoanalista francese). Niente di nuovo!
Evidentemente però è necessario ribadire che non abbiamo bisogno di una cultura repressiva, non soltanto perché non ha mai prodotto risultati. Non servono nuove carceri, espressione propagandistica di chi non riesce a guardare all’origine dei problemi e a farsene carico, essendone forse in una qualche misura il precipitato di una posizione culturale che si esprime attraverso la falsificazione, il discredito dell’altro e che esita nella ghettizzazione e nel controllo sociale. Il richiamo non vuole essere puramente astratto o ideologico quanto, piuttosto, fare riferimento ad una dinamica specifica che caratterizza la mente adolescente. La possibilità di investire sull’oggetto culturale favorisce processi sublimatori di cui l’adolescente ha estremo bisogno per gestire l’energia in eccesso, spesso all’origine di un atto violento. Dovremmo chiederci come aiutare gli adolescenti di oggi (e non solo) ad abbandonare la ricerca di soddisfazione immediata dei propri impulsi, portata all’eccesso dalla pubertà e incoraggiata dalla cultura dominante. Come allenare i nostri figli a tollerare le frustrazioni, necessarie per l’instaurarsi di un adeguato rapporto con la realtà? Servono altri modi di pensare e modelli culturali integrativi capaci di sostituire all’edonismo e al primato dell’individualità, alla spinta al successo e al modello prestazionale, la possibilità di recuperare il valore dell’unicità e il confronto con le differenze, di sostenere l’incontro con le proprie fragilità e con l’alterità che sono alla base di ogni processo di crescita personale.
Ma torniamo nel merito. L’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone (2026) dal titolo “Tutto chiuso” denuncia un’impennata dei minori detenuti (più del 50%) che, tuttavia, non corrisponde a un progressivo aumento della criminalità. Sembra evidente, ai ricercatori di Antigone, che la causa principale sia l’inasprimento della reazione penale introdotta a partire dal Decreto Caivano. Da qualche anno l’approccio dei nostri legislatori sembra allontanarsi in modo preoccupante da una visione multifocale dei fenomeni e procedere senza tener conto dell’apporto che le ricerche in ambito sociologico e psicologico sull’età evolutiva possono dare alla lettura di eventi complessi. Assistiamo inoltre a un progressivo disinvestimento di politiche e interventi tesi alla prevenzione e alla cura del disagio degli adolescenti nei loro contesti di vita.
La norma, approvata dal Consiglio dei Ministri, che avrà bisogno di un percorso parlamentare per divenire legge, verosimilmente non avrà effetti incisivi nell’azione dei Tribunali ma veicolando il messaggio “sono criminali” ha un notevole valore simbolico ed avrà sicuramente conseguenze nei sistemi di rappresentazioni che albergano dentro tutti noi, adolescenti compresi, alimentando la logica della contrapposizione invece che del conflitto evolutivo e, forse, anche agendo sull’azione di polizia nei confronti dei più giovani.
Si era giunti, negli anni 80/90 (con De Leo e Novelletto a Roma e con Senise a Milano) alla definizione di immaturità versus maturità dell’adolescente, in relazione al grado di capacità nella comprensione delle conseguenze e gravità degli atti delinquenziali e antisociali, piuttosto che utilizzare il concetto di capacità di intendere e volere, più adatto a persone che sono già adulte. Considerare l’adolescente come un individuo maturo è un ossimoro. L’adolescente (dal latino adolescens, participio presente del verbo adolescere, letteralmente colui che sta crescendo) per definizione attraversa una fase di vita complessa legata alla metamorfosi pubertaria, che lo impegna ad affrontare compiti evolutivi e i conflitti connessi, come quello di separarsi dal mondo dell’infanzia: a superare l’onnipotenza infantile, accettando la finitudine e il senso del limite, e ad appropriarsi di un corpo sessuato, a vivere l’esperienza orgasmica e la responsabilità connessa alla capacità generativa. Tutto concorre a renderlo estremamente vulnerabile, altalenante sul piano dell’umore e a ricercare soluzioni identitarie che necessitano di tempo, in quanto legate a processi profondi di sviluppo e maturazione, e del supporto della famiglia, della scuola, della società, oltre che del gruppo dei pari.
Da anni le neuroscienze hanno dimostrato la lunga fase di ristrutturazione cerebrale del cervello adolescente, attraverso processi di sinaptogenesi e di pruning sinaptico, e come sulla qualità di tale sviluppo siano determinanti gli stimoli ambientali. Il disallineamento nello sviluppo cerebrale tra la regione limbica (che guida le emozioni, la cui attività si intensifica proprio a partire dal periodo prepubere) e il lobo frontale (che gestisce gli impulsi e che completa la sua maturazione intorno ai 25 anni) testimonia a livello anatomo-fisiologico la propensione degli adolescenti al rischio ma anche la possibilità di fare dei salti in avanti e di poter contare su maggiori capacità adattive. Trasformazioni che determinano nell’adolescente una predominanza del vissuto sul pensato e che, in alcuni casi possono spingerlo alla ricerca di sensazioni forti ma anche all’agìto aggressivo (auto o eterodiretto), nel tentativo di lenire la sua sofferenza e di comunicare all’ambiente ciò che non riesce ad esprimere con le parole. Per Novelletto (insieme a Senise pioniere della psicoanalisi dell’adolescenza in Italia), l’azione violenta in adolescenza è sostenuta da una fantasia di recupero maturativo, una sorta di “delirio maturativo”, che illude l’adolescente di superare attraverso un’azione simbolica il suo blocco evolutivo. Non si tratta di giustificare o di infantilizzare l’adolescente quanto di sostenere l’assunzione di responsabilità per le proprie azioni e la possibilità di riparare al danno, come già accade nella “messa alla prova”. Non si tratta di giustificare o di infantilizzare l’adolescente (proprio quello di cui ha meno bisogno), risparmiandogli il confronto con il suo processo di crescita, l’assunzione di responsabilità per le proprie azioni e la possibilità di riparare al danno, come già previsto da dispositivi di pena alternativa come la “messa alla prova”. L’attuale norma italiana sul diritto penale minorile è una delle più avanzate al mondo, che riflette una conoscenza profonda del funzionamento della mente adolescente e del suo rapporto con l’ambiente di vita, in primis quello familiare, sul quale l’adolescente tende ad esternalizzare i conflitti interni che non riesce a gestire. Il motto “chi sbaglia paga anche se minorenne” elude la complessità delle componenti in gioco nell’agire impulsivo, che è sempre l’ultimo atto di una catena determinata da fallimenti ambientali, legati a deprivazioni o ad eccessi. Sono spesso una serie di fallimenti ambientali a portare l’adolescente ad alzare la posta e ad agìre attraverso un azione violenta una richiesta inconscia di contenimento che in un’ultima analisi si traduce in un intervento istituzionale. In questo complesso processo è necessario mantenere una visione che tenga conto delle diverse componenti in gioco per evitare di cadere, anche noi professionisti, nella trappola della coazione a ripetere o della semplificazione. Trovare la punizione per la colpa, attraverso misure restrittive della libertà personale, non ridurra il disagio, la violenza e il rischio di recidive. È necessario ascoltare, comprendere e sostenere l’acquisizione di un senso di responsabilità per le proprie azioni, attraverso misure terapeutiche, azioni educative e culturali.
Nell’esperienza di Rifornimento in Volo presso l’IPM di Casal del Marmo a Roma (nel 2023-25, mentre il Beccaria a Milano bruciava) abbiamo osservato il rischio di cadere nel “sorvegliare e punire” alla Foucault, per le scarse risorse e per la complessità dei profili dei giovani detenuti, in prevalenza MSNA (minore straniero non accompagnato), caratterizzati da vulnerabilità sociali, percorsi migratori traumatici, assenza di reti familiari, disagio psicologico e fragilità educativa. È necessaria una riflessione sistematica, per far sì che ogni intervento sia garantito all’interno di una rete di integrazione fra istituzioni, servizi sanitari, scuola, terzo settore e territorio; progetti individuali, integrati e multidisciplinari, in grado di tenere insieme le diverse competenze (sicurezza, giustizia, sanità, servizi sociali ed educativo-trattamentali), così da trasformare la permanenza in un IPM da esperienza detentiva a una concreta opportunità di cambiamento.
Si tratta, secondo noi, di una regressione sociale che rispecchia la frattura fra le generazioni e che nell’azione violenta esprime una disperata richiesta di aiuto. Non basterà invertire l’ordine dei termini per garantire una società migliore per i nostri ragazzi, una società che in verità appare sempre più violenta nei toni, nel linguaggio e nel pensiero, anche a partire dalle istituzioni che la governano e che testimoniano, a nostro avviso, il fallimento dell’ambiente nell’offrire quella funzione adulta di cui l’adolescente necessita per crescere. In questo caso chi sbaglia, paga?
[1] “Il Manifesto” sarà presentato alle scuole del territorio di Roma il prossimo 27 ottobre, alla Protomoteca Capitolina.























