Recensioni

Il Gabbio. Storie di umanità reclusa

Gianluca Biggio (Mimesis, 2024)

 

Recensione di Adriano Purgato

Quello di Gianluca Biggio è un libro che arriva dritto e senza preamboli al nocciolo della questione. Il Gabbio, il carcere, è un mondo a parte, all’interno del quale le regole – pur sempre attinenti all’umano – si modellano all’istituzione che, in una presenza-assenza continua, costringe chiunque la frequenti ad essere consapevole di muoversi in un luogo a gradiente diverso dal fuori.

Questo libro è senza dubbio una testimonianza preziosa di ciò che sappiamo possa accadere ‘lì dentro’, ma che non riusciamo a vedere. La voce narrante, aprendoci le porte del carcere, ci concede il privilegio di ascoltare le storie in forma non mediata, e per questo autentica, di chi al carcere consegna ampie porzioni di esistenza. E questa operazione, scopriamo subito, è doppiamente preziosa: lo è per noi che ascoltiamo, e lo è per chi racconta, perché altrimenti quella voce che arriva a noi grazie al testo, andrebbe molto probabilmente perduta.

E l’autore, forte di una lunga esperienza di carcere come operatore, si dispone al pari di un etnografo imperfetto (Piasere, 2002) a fare entrare il lettore in una realtà nella quale il motivo per il quale si è dentro – per il ristretto così come per chi vi lavora – perde importanza. A parlare sono le storie di un’umanità intensa, nella quale anche la banalità è intrisa di aspetti pulsionali dalle sfumature sempre nuove.

Il narratore-etnografo è consapevole, come sosteneva De Sardan (2015), che chi osserva il campo non può sottrarsi al rischio di ogni osservatore partecipante che si rispetti: la sua sola presenza è un’alterazione del campo stesso. Ecco allora che lo psicologo narrante, abitante i ‘piani alti’ della gerarchia carceraria, è chiamato a sapere l’ultimo risultato della partita di calcio, che tra molte altre è nozione passe-partout che al Gabbio può aprire le porte sia della comunità dei ristretti, sia di quella del personale deputato alla sorveglianza.

Il tema della comunità è centrale nel libro e nella realtà carceraria in generale, l’autore lo sa bene. Per i ristretti non importa chi tu sia, ma cosa tu abbia fatto fuori e come ti comporti dentro. Violare la regola dell’omertà – ‘Cassazione’ del fuorilegge – equivale a non avere diritto d’asilo al Gabbio. La sentenza è eseguita dalla comunità stessa, ed è riscossa direttamente sul corpo, tela sulla quale la parola trova spazio in un luogo nel quale il silenzio è insieme valore inestimabile e condanna senza appello.

Biggio ci conduce all’interno di una realtà istituzionale complessa con la leggerezza e l’acume di una posizione che è scomoda e privilegiata allo stesso tempo. Essere psicologo in carcere consente di essere in ascolto di un inconscio carcerario che ‘come quello umano – scrive l’autore -, non si palesa direttamente: arrivano segnali deboli simili al rumore cosmico che non sentiamo ma sappiamo che esiste perché qualche scienziato da decenni ha imparato a captarlo’.

Nel carcere, infatti, sono gli organi di senso a farla da padrone. L’udito di lamenti sommessi e chiacchiere in apparenza (o realmente) insignificanti, preghiere salmodiate e spasmi di piacere soffocati.

L’olfatto, per cibi paralleli alla ratatuille istituzionale che sanno di ribellione e pulsionalità esibita e che però, intuisce l’autore, come nell’omonimo film di animazione, non rimanda ad altro che al vissuto di sentirsi ancora una volta (un topo) in gabbia, al Gabbio.

Ancora, il tatto. La violenza sul proprio e altrui corpo per sentirsi o, coglie l’autore, per non essere stati trovati, oppure ancora per essere ascoltati da chi dispensa merce rara in carcere: cure, farmaci, permessi, ascolto.

Infine, la vista. La narrazione di una vita tatuata sulla pelle, il sangue che scorre come lasciapassare più efficace della domandina per essere visti da chi, come l’autore del libro, insieme alla professionalità al Gabbio offre il proprio sguardo a chi ne fa richiesta.

Posizione difficile, quella dell’autore. Devereux (1984) aveva colto molto bene i tanti punti di contatto che uniscono chi, come Biggio, frequenta abitualmente i difficili territori dei luoghi di detenzione, e lo psicoanalista: ‘per quanto una tribù primitiva non sia l’equivalente di un paziente, le difficoltà psicologiche che l’etnologo sul campo si trova a dover affrontare – la sua incapacità a sfuggire completamente al ruolo che gli viene imposto – sono, da un punto di vista dinamico, comparabili a quelle dello psicoanalista, cui un paziente cerca insidiosamente di far assumere un ruolo complementare ansiogeno’ (ivi:405).

Il rischio sembra essere infatti quello di cedere alla forza centrifuga del campo in nome di una preziosa appartenenza, essenziale per poter fare al meglio il proprio lavoro, ma disturbante al pari del transfert psicotico agito in seduta da un paziente grave.

Dello stesso parere sembra essere un’altra autorevole voce dell’antropologia classica: gli psicoanalisti, che devono prestare un’attenzione così intensa e continua a ogni minima sfumatura del processo di comunicazione, alla fine della giornata possono chiudersi dietro la porta del loro studio, girare l’interruttore delle loro capacità di attenzione e di intuizione e immergersi nel mondo esterno per diventare, in apparenza, altrettanto inconsapevolmente inconsapevoli dei meno analizzati dei loro conoscenti. […]. L’antropologo sul campo non può mai distrarre l’attenzione (Mead,1979: 14).

La chiave antropologica-etnografica di questa breve recensione sembra restituire almeno in parte il grande merito di questo libro, che riesce ad essere allo stesso tempo testimonianza sociale e psicologica, narrazione incarnata di storie di vita altrimenti destinate ad un immeritato oblio, descrizione obiettiva di ciò che accade tutti i giorni ad un passo da noi.

 Bibliografia

Devereux G., (1984), Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma (ed. or. From Anxiety to Method in the Behavioral Sciences, The Hague-Paris 1967).

Mead M. (1979), Lettere dal campo 1925-1975, Mondadori, Milano (ed. or. Letters from the field 1925-1975, New York 1977).

Olivier de Sardan J.-P. (2015). Epistemology, fieldwork and anthropology. Palgrave.

Piasere L. (2002), L’etnografo imperfetto, Laterza, Bari.

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