Costruire sulle macerie. Cosa rischia di smantellare la modifica dell’articolo 98. Matteo Fiorani
Costruire sulle macerie. Cosa rischia di smantellare la modifica dell’articolo 98
Il dibattito sulla modifica dell’articolo 98 del Codice penale, relativo all’imputabilità dei minorenni, riporta al centro una questione che da lungo tempo interroga il rapporto tra società, istituzioni ed età evolutiva: come considerare chi, prima della maggiore età, commette un reato? Come autore di un crimine cui deve corrispondere una risposta prevalentemente sanzionatoria, o come soggetto in una fase della vita in cui responsabilità, crescita e trasformazione vanno pensate insieme?
Per comprendere la portata di queste domande è utile tornare, in una prospettiva storica, al secondo dopoguerra e ai decenni della ricostruzione.
Di fronte alle macerie materiali, morali e istituzionali lasciate dal conflitto bellico, dal fascismo e dal nazismo, la presa in carico dell’infanzia e dell’adolescenza non fu considerata una semplice misura assistenziale o contenitiva, ma uno degli ambiti attraverso cui costruire la democrazia e dare attuazione ai principi della nuova Europa. A promuovere questa impostazione, in Italia, furono soprattutto tecnici e intellettuali legati all’antifascismo e alla Resistenza, provenienti dal cattolicesimo democratico, dall’azionismo e dal comunismo. Medici, psichiatri, psicologi, psicoanalisti, pedagogisti e assistenti sociali maturarono la convinzione che “devianza” e “disadattamento” giovanile non fossero soltanto colpe individuali da punire né anomalie da correggere, ma il segnale di una frattura nei contesti di vita del minore.
Le prime iniziative internazionali presero forma negli anni immediatamente successivi alla guerra. Tra queste, meritano di essere ricordate le Semaines internationales d’études pour l’enfance victime de la guerre (Sepeg). Avviate a Losanna dallo psichiatra Oscar Forel, si ponevano l’ambizioso obiettivo di ricostruire l’Europa e creare le condizioni per prevenire futuri conflitti attraverso un approccio interdisciplinare orientato alla ricerca di soluzioni condivise. Per gli specialisti e gli esponenti delle organizzazioni sociali, mediche e pedagogiche delle zone devastate dal conflitto, rappresentarono un punto di incontro e formazione, attraverso il quale promuovere una diversa concezione della cura, dell’assistenza e del benessere psicofisico, oltre che favorire la fondazione di nuove istituzioni. In tale ambito nacque una rete italiana di Centri medico-psico-pedagogici. Tra il 1947 e il 1948 presero il via le prime esperienze a Roma, con gli psichiatri Giovanni Bollea e Adriano Ossicini, a Milano, con la pediatra Maria Elvira Berrini, e a Rimini, con la pedagogista Margherita Zoebli. Successivamente, nel 1955, il magistrato Uberto Radaelli fondò la rivista “Esperienze di rieducazione”, mettendo in dialogo ambiti differenti – giuridico, sociologico, psicologico, psicoanalitico e pedagogico – per affrontare la delinquenza minorile, le sue cause e le possibilità di prevenzione. Pochi anni dopo, nel 1959, lo stesso Radaelli affidò allo psichiatra e psicoanalista Giovanni Hautmann la direzione del Gabinetto medico-psico-pedagogico del Centro di rieducazione minorile di Firenze.
Si tratta di esperienze accomunate dalla convinzione che clinica, scuola, giustizia e famiglia dovessero operare in stretta sinergia. L’obiettivo era intervenire senza necessariamente sradicare i ragazzi dal loro ambiente, leggere il disagio nell’intreccio tra storia individuale e ambiente sociale e trasformare anche il passaggio giudiziario in un’occasione educativa. Era una risposta il cui intento superava l’ambito specialistico: un progetto sociale e civile, perché prendersi cura del soggetto in crescita significava intervenire sulle condizioni che generavano la violenza e costruire la convivenza democratica.
Questa prospettiva è uno dei tratti che maggiormente caratterizzarono alcune delle esperienze europee di quegli anni. Il concetto di “rieducazione” – pur tra contraddizioni e resistenze conservatrici, e successivamente criticato dai movimenti antiautoritari degli anni Sessanta e Settanta – non indicava una riduzione della responsabilità né il disciplinamento del minore, ma piuttosto la possibilità di costruire percorsi capaci di accompagnarlo verso una diversa relazione con sé stesso, con gli altri e con la società, nella convinzione che il comportamento potesse modificarsi nel corso dello sviluppo, attraverso l’interazione tra individuo e ambiente. La responsabilità non veniva cancellata, ma collocata dentro un processo evolutivo, nel quale la società stessa era parte del problema e possibile luogo di rielaborazione.
Oggi, come allora, la criminalità minorile è un problema serio. I fattori che la producono non possono essere affrontati con dispositivi sanzionatori alimentati dalla strumentalizzazione comunicativa dei singoli episodi e da definizioni stigmatizzanti – come l’utilizzo politico e mediatico del termine “maranza”. È proprio in questa direzione, tuttavia, che si muove il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio 2026, che introduce una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i minori che hanno compiuto quattordici anni, modificando il criterio di accertamento oggi affidato al giudice caso per caso. La capacità di intendere e di volere deve essere invece contestualizzata e valutata non solo sotto il profilo patologico, ma anche rispetto al grado di maturità del minore. Ciò significa considerare molteplici elementi, la loro interazione e il legame tra fatto, autore e ambiente. Orientare, nella pratica, la risposta delle istituzioni verso un automatismo sanzionatorio significa schiacciare gli adolescenti sul singolo reato, svuotare progressivamente la rete della presa in carico e rinunciare all’idea che la (co)responsabilizzazione richieda tempo, ascolto, uno spazio di elaborazione e recupero.
Il disegno di legge in discussione non è un episodio isolato: si inserisce in una traiettoria avviata con il decreto Caivano del 2023 e proseguita da allora con altri interventi sulla giustizia minorile, che nel loro complesso spostano il baricentro dalla presa in carico verso l’automatismo sanzionatorio. È un percorso che rischia di smantellare, nelle intenzioni e nei fatti, quel progetto politico, culturale, educativo e sociale nato come risposta alla catastrofe del fascismo, del nazismo e della guerra, che contribuì a plasmare l’Europa democratica del secondo dopoguerra. Non è un caso che quel progetto riconoscesse nei giovani una risorsa e non un pericolo.
Matteo Fiorani
Storico delle Scienze umane, della salute mentale, dell’età evolutiva
















Ho letto recentemente ” Il raccoglitore nella segale ” Matteo Fiorani eleva questo dibattito sulla modifica all’articolo 98 ad una visione antropològica,storica e scientifica, che lascia nessuna giustificazione a chi insiste nella efficacia di azioni repressive e punitive come cura al disagio giovanile.