Oltre l’articolo 98: alcune riflessioni sul dibattito sulla giustizia minorile. Cira Stefanelli
Ho letto con interesse la lettera del professor Ugo Sabatello e dei numerosi professionisti che l’hanno sottoscritta. È un contributo importante, che richiama l’attenzione sulle conoscenze scientifiche relative allo sviluppo neuropsicologico dell’adolescente e sul valore dell’accertamento individuale della maturità.
Mi sono chiesta, però, se il dibattito che si è aperto non possa rappresentare anche un’occasione per allargare lo sguardo e interrogarsi su alcune questioni che vanno oltre la modifica dell’articolo 98 del codice penale.
La prima riguarda gli effetti concreti della riforma.
I dati oggi disponibili mostrano che i casi nei quali viene dichiarata la non imputabilità per immaturità sono numericamente molto limitati. Nel 2024 i proscioglimenti sono stati circa sessanta, a fronte di oltre ventitremila minorenni seguiti dai Servizi della giustizia minorile. È un dato che non diminuisce l’importanza delle garanzie previste dall’ordinamento, né il valore dell’accertamento individuale della maturità, ma che aiuta probabilmente a collocare la modifica nella sua reale dimensione applicativa.
Accanto a questo dato, tuttavia, emerge una questione che appare più ampia.
Ogni riforma, oltre a produrre effetti giuridici, esprime anche una determinata concezione del fenomeno che intende disciplinare. In questo senso, la modifica dell’articolo 98 sembra assumere un significato che va oltre il numero dei casi concretamente interessati. Essa sembra segnare un progressivo spostamento culturale del sistema della giustizia minorile: dalla centralità della persona alla crescente centralità del fatto; dalla lettura del comportamento deviante come espressione di un percorso evolutivo e relazionale ad una concezione della responsabilità più prossima a quella propria del sistema penale dell’adulto.
La giustizia minorile italiana si è costruita, nel corso degli anni, su un presupposto diverso. Il reato costituisce certamente il fatto sul quale si esercita la giurisdizione, ma rappresenta anche un indicatore del percorso evolutivo del ragazzo, delle relazioni nelle quali è cresciuto, delle fragilità e delle risorse del contesto familiare, scolastico e sociale di appartenenza.
In questa prospettiva la responsabilità personale non viene attenuata, ma collocata all’interno di un progetto educativo che considera il procedimento penale un’occasione di responsabilizzazione e di cambiamento, nella consapevolezza che la sicurezza della collettività si costruisce anche attraverso la riduzione della recidiva e il reinserimento sociale.
La questione diventa allora quale rappresentazione dell’adolescenza e della responsabilità minorile sia sottesa alle scelte che oggi si stanno compiendo.
Continuiamo a considerare l’adolescenza come una fase dello sviluppo nella quale la costruzione della responsabilità richiede di comprendere il significato del comportamento deviante anche alla luce del contesto nel quale esso si è sviluppato? Oppure stiamo progressivamente orientando il sistema verso una concezione nella quale il fatto di reato tende ad assumere una centralità maggiore rispetto al percorso evolutivo della persona?
E ancora.
Quando un adolescente commette un reato, il problema riguarda esclusivamente la sua responsabilità individuale oppure interpella anche la responsabilità dei contesti educativi nei quali quel ragazzo è cresciuto?
Non si tratta di ricercare giustificazioni o di distribuire responsabilità. Si tratta piuttosto di riconoscere che l’esperienza maturata nei servizi della giustizia minorile mostra come, dietro il comportamento deviante, si intreccino frequentemente fragilità familiari, dispersione scolastica, disagio psicologico, povertà educativa, dipendenze, marginalità sociale e relazioni interrotte.
Anche il dibattito sulle difficoltà degli Istituti Penali per i Minorenni potrebbe forse essere collocato dentro questa prospettiva.
Le criticità degli IPM sono reali e meritano tutta l’attenzione necessaria. Tuttavia, leggerle come problemi esclusivamente interni all’istituzione penale rischia di isolare il luogo nel quale tali difficoltà si manifestano dal contesto più ampio nel quale esse si sono generate.
Gli istituti rappresentano spesso il punto di approdo di percorsi nei quali le diverse agenzie educative, sociali e sanitarie hanno incontrato crescenti difficoltà nel prevenire, contenere o accompagnare situazioni di particolare complessità. In questo senso, negli IPM arrivano anche problemi che la società non è riuscita ad affrontare tempestivamente e che finiscono inevitabilmente per concentrarsi all’interno del sistema penale.
Per questo il tema non riguarda soltanto il numero degli operatori, pur essenziale.
Riguarda soprattutto la crescente complessità del lavoro educativo.
Accompagnare oggi un adolescente significa confrontarsi con vulnerabilità psicologiche, relazionali e sociali che richiedono competenze sempre più articolate, continuità educativa, integrazione tra servizi e una forte capacità di costruire alleanze con il territorio. È difficile immaginare che un’istituzione, da sola, possa farsi carico di bisogni che hanno origine molto prima dell’ingresso nel circuito penale.
Forse è proprio questo uno dei punti sui quali varrebbe la pena interrogarsi.
Il dibattito aperto in queste settimane potrebbe rappresentare l’occasione per superare una contrapposizione che spesso accompagna il confronto pubblico: quella tra sicurezza ed educazione.
Davvero questi due obiettivi sono alternativi? Oppure la sfida consiste nel comprendere come possano sostenersi reciprocamente? La storia della giustizia minorile italiana suggerisce che la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la risposta sanzionatoria, ma anche attraverso la capacità di accompagnare i ragazzi verso percorsi di responsabilità, appartenenza e inclusione.
Forse la domanda più impegnativa è un’altra.
Che cosa significa oggi educare un adolescente a vivere in una società attraversata da profonde trasformazioni, dalla fragilità dei legami, dalla rapidità dei cambiamenti e dall’incertezza del futuro? È una domanda che riguarda certamente la giustizia minorile, ma che interpella, prima ancora, le famiglie, la scuola, i servizi, il privato sociale e tutte le istituzioni chiamate a condividere una responsabilità educativa.
Infine, c’è una riflessione che mi accompagna ascoltando il dibattito di queste settimane.
I ragazzi ascoltano quello che gli adulti dicono di loro. Seguono i mezzi di informazione, i social, le discussioni pubbliche. Mi chiedo quale effetto producano queste parole e quale rappresentazione dell’adolescenza contribuiamo a costruire attraverso il linguaggio che utilizziamo. Perché anche il modo in cui una società parla dei propri giovani costituisce, a suo modo, un fatto educativo e contribuisce a definire la qualità della relazione che decide di instaurare con le nuove generazioni.
Più che fornire risposte, credo che questo dibattito ci offra l’opportunità di porre alcune domande. E forse, quando si parla di adolescenti, è proprio dalla qualità delle domande che scegliamo di porci che dipende anche la qualità delle risposte che saremo capaci di costruire.
Cira Stefanelli
Dirigente dipartimento per la giustizia minorile e di comunità de Ministero della Giustizia
















La Dottoressa Stefanelli ha esposto in maniera chiara, sintetica e brillante,un argomento che non deve e non può passare inosservato, si tratta del presente delle nuove generazioni e del futuro dell’umanità. Mi auguro che il dibattito venga arricchito attraverso molteplici interventi dai nostri proffessionisti e intellettuali. Mi auguro altresì che da questo dibattito abbia origine un confronto che dia luce ad una lettera con invito ad una profonda riflessione sul tema prima di applicare misure che possono compromettere la crescita dei futuri cittadini.