Articoli Scientifici

Difficoltà procedurali causate dal protocollo “Paesi Sicuri” – Patrizia Montagner

Patrizia Montagner

con Nikola Savic e Giuditta Zanon

 

 Abstract

In questo lavoro, scritto dall’Autrice con il contributo di due Operatori di Cas (Centro di Accoglienza Straordinaria) si esamina la funzione che il gruppo degli operatori svolge e come la modalità con cui essi accolgono i nuovi migranti che arrivano avvii e sostenga il ripristino dell’identità della persona e il processo di recupero delle funzioni dell’Io.

Si discute poi del ruolo svolto da leggi e decreti nel regolare i processi di inserimento nella realtà del nostro Paese e le conseguenze che hanno avuto le nuove disposizioni in materia di Procedure di valutazione accelerate” sia dal punto di vista dell’organizzazione concreta, che per ciò che possono implicare in termini di effetti sui processi psichici di ricostruzione in atto. Si esemplifica infine la situazione di una famiglia ospite del Centro.

Introduzione e quadro teorico

Il lavoro di osservazione nel Centro di Accoglienza per Migranti sta durando ormai da nove anni.

In questo tempo la qualità della relazione tra gli operatori e gli ospiti che vengono accolti è molto cambiata.

Le scoperte e le riflessioni che abbiamo maturate hanno accompagnato una attenzione crescente alla persona, al recupero della forza dell’Io (Freud 1923) e delle capacità di guardare e affrontare la realtà.

Abbiamo compreso come questo implichi far diventare l’incontro una esperienza umana sia per l’operatore che per l’ospite, esperienza nella quale ciascuno con le sue competenze e le sue risorse psichiche, collabora a costruire un progetto di vita per il migrante.

Riconosciamo che l’esperienza della migrazione mette in gioco meccanismi primitivi e dinamiche affini a quello che il bambino vive nelle prime fasi della sua vita. Si tratta di una condizione di dipendenza e passività dalla quale è possibile uscire più o meno rapidamente a seconda della capacità del migrante di recuperare le capacità di un Io maturo.

Il lavoro che gli operatori svolgono è fondamentale, essi fungono da primo ambiente di accoglienza e lavorano a supportare il recupero di queste capacità.

La funzione dell’Istituzione (comprendendo in questa sia l’Ente Gestore, che le Forze dell’Ordine, che la Magistratura e tanti altri) dovrebbe essere quella di ambiente contenente e facilitante questo recupero e questo primo “livello” di lavoro degli operatori in una sorta di struttura a cerchi concentrici (Winnicott (1968) in cui quello più esterno contiene e protegge le attività di quello più interno, e così via.

Questa è un’ipotesi ideale. In realtà le cose spesso non vanno così.

Contesto normativo e impatto psicologico

Gli operatori sono posti spesso in condizioni di lavorare in un’atmosfera di ansia, ad esempio quando si prospetta un cambiamento nell’Ente gestore, e di cambiamenti in questi anni ne abbiamo visti molti. Ogni nuovo Ente mette in discussione modalità di lavoro e soprattutto obbiettivi che sono stati faticosamente individuati rischiando di danneggiare se non addirittura distruggere il gruppo di lavoro, la sua fiducia nel metodo che è andato costituendo, e soprattutto mettendo in discussione la possibilità stessa di continuare a dare nel rapporto con in migranti quella qualità umana che ne costituisce l’essenza.

Un altro cambiamento che squilibra potentemente il lavoro è rappresentato dai continui cambiamenti nelle leggi e nelle disposizioni che regolano la procedura giuridica a cui i migranti sono sottoposti che implica un cambiamento analogo nella funzione che l’operatore può svolgere.

Una delle attività che impegna di più gli operatori è proprio quella di seguire i migranti in tutte le operazioni burocratiche e legali alle quali devono adempiere.

La burocrazia e le complesse disposizioni legali costituiscono una fonte notevole di disorientamento per chi arriva nel nostro Paese da luoghi nei quali le procedure sono molto più semplici e comprensibili.

Anche per chi non è addentro in tali procedure, pure se italiano, tutto questo finisce per essere fonte di disorientamento e di estraneità.

Quindi, ben si comprende come può sentirsi un migrante che si trova a dover rispondere a domande di cui non capisce il senso, ad essere spostato come un oggetto da un luogo ad un altro, a subire valutazioni e giudizi che nulla hanno a che fare con la sua reale situazione e con le motivazioni per le quali è giunto nel nostro Paese.

Di fronte alle ultime disposizioni in materia di “Procedure di valutazione accelerate” io stessa mi sono trovata a non comprendere ciò di cui gli operatori stavano parlando.

Ci trovavamo in un incontro di osservazione a riflettere insieme su alcuni casi che sono stati sottoposti a tale procedura. Nello specifico cercavamo di lavorare su come affrontare lo sconcerto e l’angoscia che gli ospiti stavano vivendo a causa di questo.

Ma io non capivo, non riuscivo a collocare la storia di queste persone all’interno di una cornice visibile alla quale dare un significato. Perché non riuscivo a comprendere le procedure.

Perciò ho chiesto agli operatori che si occupano di quest’area, di farmi un quadro un po’ più chiaro. Ed ecco qui quanto Nikola e Giuditta scrivono:

Un cittadino straniero che arriva sul territorio italiano senza documenti per regolarizzare il proprio stato deve fare richiesta per essere riconosciuto come rifugiato presso la Questura di competenza.

Tale richiesta si fa compilando un modulo chiamato “modello C3” e al momento del deposito la Questura rilascia al richiedente un permesso di soggiorno per “richiesta asilo” della durata di sei mesi. A questo punto il richiedente attende la convocazione presso la Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale, organo preposto a decidere se accogliere o no la richiesta di asilo. Se la risposta della Commissione è positiva il migrante diventa un rifugiato, è protetto dal Governo Italiano e viene munito di un permesso di soggiorno di lunga durata. Se invece la risposta della Commissione è negativa il richiedente asilo ha diritto di presentare un ricorso entro 30 giorni presso il tribunale competente. In attesa del giudizio ai richiedenti viene rinnovato il permesso di soggiorno per “richiesta asilo” ogni sei mesi, e con esso si certifica il loro diritto di lavorare sul territorio, ricevere cure mediche, ecc.  

La situazione cambia quando il richiedente proviene da un paese che è stato inserito sulla lista dei paesi sicuri. In questi casi si applica la procedura accelerata che prevede che il richiedente asilo non venga munito del permesso di soggiorno, bensì riceva direttamente un appuntamento per il colloquio con la Commissione Territoriale. L’unico documento a lui rilasciato è un’attestazione cartacea che costituisce permesso di soggiorno provvisorio.

Inoltre, in caso di una risposta negativa della Commissione, l’avvocato del richiedente non ha 30 giorni di tempo per presentare un ricorso al tribunale, ma ha a disposizione soltanto 15 giorni per avviare tre diverse procedure giuridiche. Oltre al ricorso, uguale a quello per i richiedenti provenienti dai paesi non sicuri, bisogna fare un secondo ricorso contro l’applicazione del procedimento accelerato, nonché una richiesta al giudice di sospendere l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale che la risposta negativa della Commissione contiene. 

Recentemente il Governo Meloni ha ampliato a propria discrezione la lista dei paesi sicuri inserendo stati quali Egitto, Tunisia, Bangladesh, Nigeria e Costa D’Avorio. La ragione di tale scelta, ovviamente, non ha niente a che fare con la sicurezza dei cittadini di questi stati e ha tutto a che vedere con il fatto che questi sono i paesi dai quali proviene la maggior parte dei richiedenti asilo negli ultimi anni.

 In questa condizione si trova la famiglia di cui stiamo parlando oggi.

Ci chiediamo come supportare la loro capacità di rapporto tra di loro e con la realtà che si sono trovati ad affrontare, dopo che il lavoro fatto precedentemente ci appare tanto danneggiato dalle decisioni di legge.

Osservazione di una famiglia comune 

La famiglia egiziana A., composta da madre, padre e bambino in età scolare, arriva in Italia intenzionata a fare richiesta asilo. Questa famiglia viene accomodata in un centro di accoglienza. Dopo diversi mesi di attesa vengono portati in Questura per depositare il modello C3 e fare richiesta asilo. In Questura, siccome provengono da un paese sicuro, non ricevono un permesso di soggiorno, ricevono invece l’appuntamento per la Commissione tra minimo sei mesi. Giunti all’appuntamento, ed essendo passati ormai diversi mesi dal loro arrivo, il bambino sta frequentando la scuola primaria e il sig. A., suo padre, sta lavorando con un contratto regolare presso una pizzeria. La signora A. sta frequentando i corsi di lingua italiana per stranieri e saltuariamente fa volontariato presso un centro anziani. L’esito della Commissione Territoriale arriva dopo alcuni giorni: la madre e il bambino ricevono una risposta negativa in regime ordinario, il sig. A. riceve invece una risposta negativa in regime di procedura accelerata, in quanto maschio adulto a cui non viene riconosciuta alcuna vulnerabilità. L’avvocato al quale la famiglia si rivolge non deve più fare un procedimento legale di ricorso contro la decisione della Commissione, ma ne deve fare quattro. Due ricorsi separati, uno per la madre e il bambino e uno per il padre. Inoltre, per permettere al padre di rimanere in Italia, l’avvocato deve fare un ulteriore ricorso contro il fatto che è stata applicata la procedura accelerata e la richiesta al giudice di sospendere l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale che ha ricevuto il Sig. A. Finché il giudice non si esprime, il sig. A. non può rinnovare il permesso di soggiorno e, di conseguenza, perde il lavoro. Inoltre, qualora il giudice non sospenda l’ordine di allontanamento, il sig. A. diventerebbe illegale in Italia e dovrebbe allontanarsi nel tempo più breve possibile dal territorio UE.

In tutto ciò, il sig. A. e la sua famiglia sono in Italia da più di un anno, parlano e capiscono la lingua italiana discretamente, e la “procedura accelerata” applicata al signor A. di “accelerato” ha solo il nome.

Si ricrea nuovamente un vissuto di disorientamento non soltanto nei membri della famiglia ma anche negli operatori. Lo stato d’animo degli operatori è un elemento importante, sia per la funzionalità del loro gruppo, sia per la forza delle identificazioni che gli ospiti hanno con la loro modalità di guardare e affrontare le difficoltà. (Freud 1921) Questi ultimi vivono una profonda frustrazione, sentono di essere tornati indietro e che tutto ciò che hanno fatto finora per questo piccolo gruppo non ha senso.

Arrivano a mettere in discussione molto di più. Forse il loro stesso lavoro non ha senso.

Essi affermano:

L’ampliamento della lista dei paesi sicuri comporta un ulteriore appesantimento della mole di lavoro che devono sostenere i già intasati tribunali e dei costi che ne derivano. Si sono creati gruppi di persone, già avviate verso un inserimento lavorativo e sociale, illegali sul territorio, che non possono provvedere al fabbisogno proprio e della famiglia, visto che sono impossibilitate a lavorare legalmente. I più fortunati tra questi si appoggiano all’assistenza ad oltranza di qualche organizzazione caritatevole, altri diventano lavoratori in nero, o prede della criminalità organizzata.

Le procedure già lunghe e contorte che permettono di regolarizzare le persone sul territorio si sono allungate ulteriormente, sono diventate più complicate, ingiuste e costose. La società non ne ricava nessun beneficio e le persone coinvolte si trovano senza motivo in un limbo di semi legalità, in attesa frustrante di un qualche futuro cambio di leggi o di una possibile sanatoria.

Considerazioni conclusive

La mancanza di senso è un sentimento distruttivo. Priva la psiche di una funzione vitale, appunto il bisogno di dare un significato non soltanto alle azioni che vengono fatte quotidianamente, ma di collocarle all’interno di un percorso di vita in cui bisogno, desideri, ideali trovano uno spazio per interloquire tra loro.

La distruzione del senso precipita la persona in un luogo privo di riferimenti temporali e logici.

Tutto questo ha spesso conseguenze sia sul tono dell’umore che su benessere fisico.

Le capacità dell’Io si alterano.

Tanto più se la distruzione del senso avviene a causa di imposizioni esterne, la fiducia nell’altro, in tutti gli altri, nel genere umano, viene compromessa.

Gli operatori si sentono non soltanto incapaci di fornire supporto adeguato, ma si vivono come dei traditori, come se loro stessi, e non le disposizioni dell’Istituzione che sta alle spalle, fossero coloro che causano il malessere delle persone affidate alle loro cure.

Quale sarà il futuro di questa famiglia? Il padre potrebbe essere rimpatriato, anche restare in Albania per diciotto mesi, e poi tornare in Egitto. Se, come di fatto spesso succede, il rimpatrio non è concretamente eseguito dal Governo Italiano, resterà sul nostro territorio come qualcuno senza diritti e senza esistenza.

La moglie e il bambino resteranno soli. Questo significa rompere il legame affettivo che li ha sostenuti in questo anno e che li ha portati a pensare e iniziare a costruire un futuro per la famiglia. Rabbia, disperazione, odio, distruttività. È facile immaginare tutto questo, le conseguenze sia concrete che psichiche per questa donna e soprattutto per questo bambino.

 

Riferimenti Bibliografici 

AA.VV. L’osservazione. Quaderni di Psicoterapia Infantile Vol. IV. Borla1984

Freud S.  (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF Vol. IX Boringhieri

Freud S. (1922) L’Io e l’Es. OSF vol. IX. Boringhieri

Winnicott D.W. (1968) La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Armando 2005

 

Patrizia Montagner, patmontagner28@gmail.com

Psicoanalista SPI e IPA. Coordinatore dell’Osservatorio delle Migrazioni

Nikola Savic. Coordinatore CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria)

Giuditta Zanon. Operatrice CAS

 

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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