Violenza di genere e femminicidi: la confusione delle lingue tra giustizia, psicologia e media – Nadia Muscialini
Nadia Muscialini
Abstract
Nell’articolo si vuole porre l’attenzione su quanto è stato fatto per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne negli ultimi quindici anni ma anche di ciò che stato dimenticato tra cui l’esplorazione delle dinamiche inconsce e profonde che si esplicano in chi compie violenza. Si osserva anche come spesso si creino incomprensioni e lotte tra esperti, come le informazioni veicolate dai media possano confondere per l’uso improprio di termini psicologici e il frequente coinvolgimento di esperti di diverse discipline. La confusione che comporta l’utilizzo di linguaggi appartenenti a diverse discipline non aiuta a comprendere il fenomeno della violenza di genere e dei femminicidi e bisognerebbe quindi evitare di sovrapporli. L’articolo suggerisce l’importanza del coinvolgimento degli psicoanalisti in ambito clinico e teorico nello studio delle dinamiche violente nella coppia e dell’agire i crimini.
Anche se partita con ritardo l’Italia è dotata di un sistema di norme in tema di prevenzione e contrasto della violenza di genere considerato tra i più completi e all’avanguardia nel mondo.
In pochi anni vi è stata un’intensa accelerazione dei lavori e un prezioso confronto tra istituzioni, professionisti, volontari che ha portato alla promulgazione di molte leggi a tutela delle donne e percorsi di uscita dalla violenza.
Delle diverse normative vorrei ricordare quella del 2009 la legge sullo stalking, quella del 2013 sul femminicidio, il codice rosso rafforzato del 2023 e l’approvazione al Senato a marzo 2025 della legge che introduce il femminicidio come reato autonomo punito con l’ergastolo.
Quest’ultima legge oltre ad essere importante in ambito processuale lo è anche da un punto di vista simbolico come chiaramente espresso dalla magistrata Paola De Nicola Travaglini in un’intervista “per la prima volta viene inserito nel codice penale il femminicidio come reato e viene inoltre introdotta la parola donna” (..) il movente non viene non viene più individuato nella gelosia, raptus, impulso o rabbia ma nell’odio, nella discriminazione, nella violazione della libertà femminile”[1].
Le prestazioni socio assistenziali per le donne vittime di violenza sono inserite nei LEA (livelli essenziali di assistenza) e negli anni si è ampliata l’offerta degli interventi di prevenzione e contrasto aggiungendo nei diversi disegni di legge strumenti educativi, tutele abitative e lavorative, sostegno economico, la regolamentazione della comunicazione dei media e la presa in carico a degli autori di reato in specifici centri.
In poco più di quindici anni è avvenuta una rivoluzione copernicana, un cambiamento culturale epocale: oltre alla violenza fisica e sessuale sono state riconosciute altre forme di violenza tra cui quella psicologica, quella economica, quella assistita, quella agita tramite social e i dispositivi digitali, matrimoni forzati, ecc.
Nei tavoli istituzionali accanto agli interlocutori storici composti da medici ginecologi, pediatri e medici del Pronto Soccorso sono stati affiancati specialisti della salute mentale; ciò ha permesso di dare una definizione chiara e certificabile delle violenze morali, psicologiche, alla manipolazione ma anche di contestare la consuetudine di attribuire diagnosi psicopatologiche alle vittime che denunciano il partner. Se in passato quelle più usate erano quelle di isteria, bovarismo, ninfomania, mania maligna, ecc., oggi si abusa di diagnosi come disturbo borderline, disturbo di personalità nas (non altrimenti specificata), love addiction, dipendenza affettiva, disturbo bipolare.
Per fortuna oggi termini come violenza psicologica, manipolazione, molestie morali, gaslighting, annichilimento psichico, sono entrati nel linguaggio clinico e in quello giuridico marcando una netta differenza tra quelle che sono le cause della violenza e quelli che sono invece gli effetti sulla salute mentale di una donna che subisce abusi. Sintomi che venivano collegati a condizione psicopatologica sono stati correttamente ricondotti agli effetti post traumatici che le violenze producono sulla psiche delle vittime e sulla qualità della loro vita.
Quando si parla di donne con disabilità psichiatrica o cognitiva è utile chiarire e sottolineare che non accettano violenze per una presunta forma dipendenza affettiva ma la subiscono maggiormente perché sono più vulnerabili e meno in grado di difendersi, motivo per cui sono quattro volte più colpite rispetto alla popolazione generale ed esistono specifiche norme di legge a tutela delle categorie vulnerabili. La presenza di una patologia psichica, quindi, non è una giustificazione ma un aggravante.
Gli studi riportano che negli “autori di reato” una problematica psichiatrica è stimata nel 4% della popolazione generale e nella restante percentuale gli uomini che agiscono comportamenti violenti non risultano avere nessuna diagnosi e sono perfettamente capaci di intendere e di volere. Anzi, è proprio la lucida determinazione a fare del male o uccidere la compagna che ha reso necessario configurare il reato di femminicidio come specifico e differente da altre forme di omicidio.
Personalmente mi sono molto impegnata perché la valutazione e la refertazione delle condizioni cliniche tengano conto oltre che delle lesioni del corpo anche di quelle dell’anima che sono le più difficili da rimarginare e perché non si confondano le cause della violenza con gli effetti, errore che ha pesanti ripercussioni sia sull’esito dei processi sia sulla terapia. Attribuire alle donne che denunciano etichette psichiatriche, disturbi o tare mentali, non solo è errato ma favorisce pregiudizi e conferma gli stereotipi sulla responsabilità delle donne per quanto loro accade legittimando in qualche modo il comportamento violento.
Molte attiviste tra cui magistrate, avvocatesse, psicologhe, giornaliste, sociologhe, continuano a battersi affinché non si confonda il linguaggio della clinica con quello della giustizia o dei media; fanno appelli perché nei processi si eviti quanto più possibile il ricorso a perizie psichiatriche sulle vittime o sugli imputati che una volta tramutate in diagnosi possono contribuire a giustificare i comportamenti delittuosi invocando impulsi incontrollati, problemi psichici, troppo amore o paura dell’abbandono. Una lettura dei reati con un’ottica psicologizzante interferisce con la possibilità che i giudici esprimano giudizi sui fatti e le prove[2].
È sicuramente utile comprendere questi aspetti per ipotizzare percorsi di presa in carico o riparazione ma ciò non deve impedire una valutazione circa l’efferatezza, la premeditazione, l’accanimento, le intenzioni basata su fatti e non su stereotipi, miti, credenze come ad esempio la “disperazione d’amore e l’abbandono”.
Una tendenza ad usare diagnosi psicologiche per cercare di spiegare la violenza e i femminicidi, credo, che dipenda in parte dall’abitudine degli esperti a guardare i fenomeni con la lente della psicopatologia e in parte dal fatto che alcuni termini psicologici sono diventati di uso comune e utilizzati fuori contesto. Quando si parla degli uomini che commettono crimini contro la propria compagna si usano di frequente etichette come narcisista declinata in tutte le salse: patologico, maligno, compulsivo, accanto a termini che derubricano le i reati a raptus, gelosia, amore malato. Anche la correlazione tra i crimini commessi e un passato di bambino abusato o deprivato è spesso invocata come spiegazione per le violenze; relazione spesso ipotizzata al di fuori da contesti specialistici e scientifici.
La tendenza a usare spiegazioni psicologiche per questi crimini rispecchia sicuramente un sincero tentativo di capire e di dare una spiegazione ad un fenomeno altrimenti intellegibile ed emotivamente destabilizzante. Il femminile che vive nel terrore di essere ucciso, percosso, stuprato, ha un impatto traumatico sulla collettività intera; intacca la donna e la società, si tramanda nelle generazioni segnando profondamente il futuro dell’umanità. Penso che questa psicologizzazione sia un tentativo di difesa dal pensare che tutte le donne, madri, sorelle, figlie, amiche, corrono questo rischio convincendoci che questa violenza può accadere solo a chi appartiene a particolari categorie socio economiche, etniche e di salute disagiate.
In un articolo Chiara Buoncristiani sottolinea come nei casi di femminicidio vengano spesso interpellati dai media criminologi, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri che esprimono valutazioni diagnostiche e cliniche sulla vittima o l’autore di reato. L’autrice sottolinea come Il pericolo di una diagnosi “quando si presenti fuori luogo, senza ascolto, senza contesto, smetta di essere un dispositivo di cura e diventi una forma larvata di discredito[3]”, semplifica complessità e non aiuta a rendere più intellegibili i crimini e nemmeno a debellarli; diventando invece una forma di vittimizzazione secondaria.
Il bisogno di comprendere è sicuramente legittimo ma anche integrare quanto già costruito e acquisito con la consapevolezza che i cambiamenti interiori sono lunghi, le credenze radicate e difficili da abbandonare, che serve tempo per trasformare le nuove normative in imperativi morali, che esistono differenze tra ciò che fa agire maltrattamenti in una relazione stabile da quello che avviene nello stalking piuttosto che nello stupro del branco o nella violenza sessuale da parte di uno sconosciuto; conoscere le differenze è utile sia da un punto di vista clinico che preventivo e implica l’approfondimento di quelle dinamiche che accadono sotto la superficie corticale e nel mondo misterioso dell’inconscio.
Demolito il modello identitario del maschio padre padrone dobbiamo aiutare i giovani a crearne uno nuovo che posa essere di riferimento identitario; dobbiamo essere consapevoli che adulti distanti, indifferenti, non impegnati, violenti sono esempi viventi di relazione che viene interiorizzata da giovani che hanno un sistema nervoso e psichico non ancora maturo: Gli adulti sono quindi responsabili della trasmissione della violenza o dell’equilibrio nella relazione tra uomini e donne.
Può essere che smantellati i modelli tradizionali del maschio padre\capo famiglia e della donna madre gli uomini si sentono fragili nella loro identità e ruolo sociale, abbandonati a loro stessi (dalla società prima ancora che dalle donne)? Che le donne abbiano confuso autonomia e libertà con il sacrificio della propria femminilità e mimino comportamenti “machisti” per sentirsi libere, realizzate e potenti?
Comunque sia è ingenuo pensare che basti essere sommersi da informazioni affinché queste si trasformino in conoscenza, che il lavoro mentale e i processi trasformativi avvengono solo in maniera consapevole e razionale, che un problema complesso possa risolversi con soluzioni lineari, che valgano più le parole degli esempi.
La cura di donne e bambini che hanno subito abusi non fa sconti perché rinascere alla vita è un percorso lungo e difficile, ancora più arduo è cercare di promuovere un cambiamento profondo in uomini che non si sentono responsabili per i reati che hanno commesso e spesso li reiterano anche dopo avere scontato una pena ed avere effettuato percorsi psicoeducativi.
Forse bisogna fermarsi un attimo e pensare come andare oltre gli slogan e le ideologie, alle lotte di quartiere, alla confusione dei numeri che escono ogni giorno su dispacci e giornali e si contraddicono tra loro, ai processi fatti sui media prima ancora che nelle aule dei tribunali; è necessario unirsi con una strategia comune tenendo presente di quando già è stato fatto per non ricominciare sempre da capo.
Il cambiamento nella relazione tra uomini e donne e nel ruolo che essi ricoprono nella società è già avvenuto nella quotidianità ma dobbiamo impegnarsi affinché non vi siano altre vittime e vengano rispettati i diritti previsti dalle norme e le diversità.
A mio parere la psicoanalisi e gli psicoanalisti posso essere molto utili nell’importante impegno di tutelare civiltà, democrazia e una positiva relazione tra i sessi mettendo a disposizione della collettività il loro sapere e il loro mestiere centenario.
Credo sia pleonastico affermare che accanto al patriarcato chi usa la violenza e agisce comportamenti criminali come stile di vita dovrebbe essere oggetto di riflessione e studio per chi si occupa della mente e del suo funzionamento ciò tramuterebbe automaticamente scienziati in agenti attivi di difesa della pace e della libertà.
[1] www.repubblica.it 8 marzo 2025
[2] Paola de Nicola Travaglin, Le figure della violenza di genere. 26 febbraio 2023 Roma. www.psicoanalisiesocialie.it
[3] Inattualità/5 — Sul tatto della diagnosi. Contro l’uso improprio del lessico clinico e la banalizzazione della violenza. C. Buoncristiani. spiweb
Nadia Muscialini, Psicoanalista Spi, dirigete psicologa SSN. Esperta in contrasto e prevenzione violenza di genere
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

































Grande lavoro di Nadia Muscialini, una luce che fa chiarezza su un tema torbido e ofuscato da resistenze.Un percorso da inserire nell’educazione scolastica sin dalle primarie.Una speranza che può divenire una realtà grazie anche al contributo della psicoanalisi.
Leggendo il bellissimo e interessantissimo articolo, la mia mente andava di continuo ad una frase letta su orizzonte scuola “Passo indietro culturale”. La dice Gino Cecchettin, persona che di cultura se ne intende ma di quella profonda. Non solo per le vicende di cronaca che lo hanno travolto e che hanno mostrato tutta la sua integrità personale e culturale ma perché è un addetto ai lavori, per anni ha diretto una scuola superiore a Venezia.
Quindi, andavo con la mente avanti e indietro tra le ultime vicende di cronaca e le ultime misure di legge. La Commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento che vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, limitandone la possibilità alle scuole superiori e solo previo consenso scritto dei genitori. Misura, inserita nel disegno di legge presentato dal governo il 16 ottobre 2025. È qualcosa che sicuramente va in sordina rispetto agli ultimi eventi che stanno stravolgendo le nostre menti(mi riferisco al genocidio) Menti a volte impreparate a tanta violenza, come dice l’autrice dell’articolo (si riferisce al femminicidio). Ma noi come professionisti della cura che abbiamo se non la prevenzione? !? E quale agenzia educativa migliore se non la scuola?!? Istituzione che ha tra i diritti/doveri di impegnarsi nella cura della comunità scolastica. Alla luce anche dei nuovi disegni di legge sulla psicologia scolastica, sono convinta che non va assegnata la responsabilità di questi temi agli insegnanti curricolari, ma possano loro, ragazzi e la comunità scolastica essere i destinatari di percorsi preventivi e/o di cura.