Articoli Scientifici

Dopo l’accoglienza: il lavoro dell’integrazione – Virginia De Micco

Il lavoro psicoanalitico con migranti e rifugiati tra aspettative e disillusioni

Virginia De Micco

 

Abstract

Partendo dalla sua pluriennale esperienza clinica e relazionale nel campo delle migrazioni l’autrice, coordinatrice del gruppo PER (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati) della SPI, riflette sullo specifico contributo psicoanalitico al riconoscimento e al possibile superamento delle dinamiche inconsce suscitate dall’incontro dei paesi di accoglienza con l’alterità culturale rappresentata dai migranti e sulla complessità di quel vero e proprio ‘lavoro di integrazione’ che si intesse tra aspettative e disillusioni.

 

Il lavoro psicoanalitico nell’ambito delle migrazioni espone a una complessa ridefinizione dell’area dell’illusione, sia a livello intrapsichico che relazionale che delle dinamiche culturali.

Basterà ricordare che il celebre lavoro La doppia assenza del noto sociologo di origine algerina Abdelmalek Sayad , portava come sottotitolo Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, come a sottolineare che per emigrare occorre una buona dose di ‘illusioni’ ma poi l’esperienza dell’essere immigrato in un paese straniero comporterà una formidabile dose di sofferenze, di ‘delusioni’, capaci di far ammalare psichicamente e fisicamente o, addirittura, di propagarsi attraverso le generazioni causando molteplici forme di malessere psichico e di disagio sociale.

L’elemento ‘delusivo’ spesso resta inelaborato e incistato, da un lato ingombrante ed onnipresente, dall’altro per così dire ‘inconfessabile’ e non delimitabile psichicamente, fino a costituire una sorta di ‘atmosfera’ psichica intrisa di elementi depressivi e persecutori che rendono gli sforzi di integrazione nel nuovo contesto sempre più inefficaci, col rischio di vere e proprie derive psicopatologiche sia lungo il versante melanconico che lungo il versante persecutorio, condizioni che possono facilmente cronicizzare.

Come ci insegna Winnicott l’illusione primaria indispensabile per ‘venire al mondo’ in quanto Io, dovrà poi cedere il passo a un delicato ma altrettanto indispensabile ‘lavoro di dis-illusione’, che possa arginare i rischi appunto di una violenta ‘delusione’ e il crollo psichico che ne conseguirebbe.

Il contributo di una funzione materna sufficientemente buona, capace di accompagnare la mente del bambino in questo faticoso processo di dis-illusione è fondamentale, e anzi ne deciderà in larga parte della riuscita o meno.

Come si ricorderà Leon e Rebecca Grinberg assimilavano l’esperienza migratoria a una vera e propria esperienza di rinascita. Ho sottolineato in altri lavori le conseguenze psichiche di questo vero e proprio rinnovarsi di una dimensione sovrapponibile alla condizione infantile di Hilflosigkeit, la condizione di ‘disaiuto’: a cominciare dal rivivere una condizione di impotenza fisica, col corpo del migrante che rivive stati di bisogno elementare, esposto alla fame e al freddo, di inermità, esposto alla violenza e alla sopraffazione, e alla necessità di ritrovare un caregiver , un soccorritore, in questo stato massicciamente regressivo; inoltre anche la condizione di infans[1] rispetto ad una lingua nuova e sconosciuta viene rivissuta.

In quest’ottica anche il passaggio attraverso una rinnovata area illusionale e, di conseguenza, un rinnovato lavoro di dis-illusione appare necessario, ma le modalità attraverso le quali quest’ultimo risulterà possibile, oppure al contrario impossibile, sono tutte da ri-giocare nella nuova condizione del paese di arrivo. Da un lato vengono rimesse in gioco le modalità individuali- insieme psichiche e culturali – con cui l’area interiore dell’illusione è stata a suo tempo attraversata, dunque la capacità degli oggetti primari e degli oggetti culturali originari di sostenere l’area vitale dell’onnipotenza infantile e poi di tradursi in oggetti interni sufficientemente stabili, contenitivi e riparativi, dall’altro il migrante si ritrova a fare una nuova esperienza, in un certo senso ‘estrema’, di questa area psichica in un ambiente spesso poco accogliente, se non francamente ostile. Situazione particolarmente complessa se si tiene conto come in una condizione di rinnovata dipendenza e di riattivazione di profondi movimenti regressivi, ancora più massicci se si accompagnano ad esperienze traumatizzanti e violente, i migranti possano poi sperimentare invece una ‘funzione ambientale’ particolarmente carente. Mi riferisco qui specificamente agli aspetti psichici inconsci dell’ambiente relazionale del paese di accoglienza, piuttosto che agli aspetti logistici o alla soddisfazione dei bisogni primari. Questa funzione di accoglienza primaria nelle situazioni migratorie, storicamente, era sempre stata svolta dalle comunità di connazionali presenti sul territorio, modalità che in maniera molto ‘naturale’ e ‘spontanea’ si intonava alla necessità iniziale di consentire uno spazio regressivo in cui poter dipendere dal gruppo ‘accogliente’, gruppo che forniva anche i rudimenti linguistico-culturali per orientarsi nel nuovo contesto, per poi piuttosto rapidamente recuperare spazi sempre maggiori di autonomia funzionale. Modalità ‘efficace’ da un lato, ma che certamente lasciava inevaso e inascoltato tutto il profondo e doloroso lavoro di lutto delle illusioni cui accennavamo.

Attualmente invece è sempre più frequente l’esperienza di una prima accoglienza in contesti istituzionali in cui spesso la funzione ambientale[2] nei suoi aspetti psichici inconsci risulta particolarmente problematica. Inoltre l’intreccio di proiezioni incrociate tra migranti e operatori rende ancora più complesso il delicato dosaggio tra sostegno vitale all’area dell’illusione, tanto più necessario in soggetti gravemente traumatizzati, e l’avvio di un indispensabile lavoro di dis-illusione che possa limitare il rischio di gravi crolli psichici legati a violente esperienze di delusione e di deidealizzazione del paese ospite.

Anche nelle migliori condizioni possibili, l’accoglienza nei contesti istituzionali avviene quasi esclusivamente sotto la spinta di una risposta al bisogno, non certo sotto la spinta di un desiderio, anzi tutto l’apparato istituzionale-legislativo-burocratico sembra dover enfatizzare al massimo la condizione di bisogno del migrante. In questo faticoso e doloroso processo di dis-illusione, infatti, saranno inevitabilmente coinvolte anche le autorappresentazioni dei paesi accoglienti e la necessità di fare i conti con la cruda realtà dei desideri inconsci dall’una e dall’altra parte, in uno sgradevole, reciproco, percorso di riconoscimento delle proprie illusioni su di sè oltre che sull’altro culturale.

Questa funzione specchio della migrazione, ( Sayad, 2002) diventa ancora più evidente proprio nell’area dell’illusione/disillusione, rivelandoci tra l’altro una versione inattesa del ‘rispecchiamento’ che, nel lessico analitico, indica in genere una capacità positiva e integrativa di immedesimazione e rimando dei vissuti altrui: in questo caso invece si tratta piuttosto di vedere nello straniero proprio la nostra stessa parte più disumana e rifiutata, sia quando ci rimanda la parte più inerme e bisognosa, sia all’opposto quando ci rimanda una parte crudele e sanguinaria, il migrante ci fa da specchio, ‘costringendoci’ suo malgrado a vederci in una sorta di specchio deformato, quasi involontaria caricatura dei nostri stessi valori e delle nostre rappresentazioni.

La profonda incoerenza di questa funzione ambientale dei paesi di accoglienza risulta particolarmente evidente proprio quando lo stesso riconoscimento dello status giuridico di rifugiato, da cui consegue il diritto all’accoglienza nel paese di immigrazione, viene vincolata alla capacità di dimostrare la propria condizione di ‘traumatizzato’. Tutte le contraddizioni e le ambiguità delle politiche migratorie soprattutto europee degli ultimi decenni si condensano in questo uso della nozione di trauma, uso che non esiterei a definire perverso, nel senso che giunge a ‘pervertire’ sia la finalità giuridica dello status di rifugiato che la sostanza dell’esperienza clinica, contribuendo in maniera decisiva ad una sua cristallizzazione, piuttosto che ad una sua risoluzione.

In questa situazione il cerchio si chiude:  partiti da una serie di condizioni cliniche per approdare ad un’area di riconoscimento sociale e giuridico degli individui traumatizzati, assistiamo ad una vera e propria inversione dei termini della questione in cui, invece, l’unico canale di accesso ad una condizione giuridica di titolarità di diritti umani consiste nel poter provare la propria condizione di vittima di trauma, la quale costituisce l’unico titolo di inclusione tra gli ‘aventi diritto’ appunto.

D’altro canto la necessità di sottoporre i propri vissuti traumatici all’esame delle varie commissioni deputate a dare visti e riconoscere status, non potrà che avere drammatici effetti ri-traumatizzanti, dal momento che impedisce proprio di trovare quell’indispensabile tempo soggettivo che una autentica ‘elaborazione’ del trauma richiede, imponendo al contrario tempi, modalità e logiche di narrazione degli eventi del tutto estranei ad un’autentica possibilità di superamento.

La stessa dimensione traumatica connessa all’esperienza migratoria entra così, suo malgrado, in un’area molto ambigua investita anch’essa da illusioni reciproche e proiezioni incrociate.

Come sottolineato si tratta di ‘illusioni’ che investono sia i percorsi psichici individuali che la dimensione relazionale, sia il confronto/conflitto con l’alterità culturale che la percezione della ‘stranierità’ dell’altro.

Dal punto di vista individuale, intrapsichico, si tratta di un percorso molto delicato: da un lato la dimensione regressiva in cui il migrante è immediatamente proiettato appena arriva nel paese ospite sollecita intensamente l’area dell’illusione, rinnovando in un certo senso la necessità psichica che ‘l’oggetto salvifico’ si materializzi esattamente laddove e nel modo in cui viene ‘immaginato’, si ripresenta dunque quella vitale necessità di esperire l’oggetto trovato/creato di cui parla Winnicott, il quale descrive precisamente l’illusione come la coincidenza tra ciò che ci si aspetta e ciò che si riceve. Dall’altro lato però tale ‘necessità’ psichica verrà invece quasi sistematicamente disattesa, dal momento che, nonostante i suoi sforzi, tutto l’apparato istituzionale del circuito dell’accoglienza ha una sua intrinseca rigidità e una scarsa capacità di ‘adattarsi’ alle esigenze potentemente regredite dei migranti. Regressione che, lo ribadisco, paradossalmente, è incoraggiata dallo stesso sistema di accoglienza che schiaccia integralmente il migrante nella posizione di oggetto di cure oppure di soggetto traumatizzato.

In questa situazione il contatto tra migranti e paese ospite risulterà spesso in un fallimento dell’area dell’illusione: ovverosia anche in presenza di misure di accoglienza efficaci, se viste da un osservatore esterno, la percezione del migrante sarà invece costantemente quella di doversi adattare ad un ambiente che sembra non fare alcuno sforzo per ‘andargli incontro’, sollecitando immediatamente angosce persecutorie e depressive dal lato dei migranti, e fantasie predatorie dal lato degli autoctoni.

Potremmo dire che se i migranti hanno la percezione di “ricevere sempre troppo poco” dall’altro gli operatori al contrario sentiranno che “pretendono sempre troppo”, alimentando vissuti rivendicativi da una parte e la percezione di pretese eccessive dall’altra. Proprio questi vissuti costituiscono la traccia stessa di un incontro che avviene nel segno del fallimento dell’area dell’illusione, nel senso appunto di una mancata coincidenza tra ciò che viene offerto e ciò che era atteso: si corre così il forte rischio che la percezione reciproca di un mancato riconoscimento si cristallizzi, se questo incontro ‘insoddisfacente’ non riuscirà a trovare spazi di elaborazione e di metabolizzazione.

Un incontro dunque che sembra piuttosto avvenire sotto l’influsso psichico di quel ‘negativo’ di cui parla André Green, in cui bisognerà costantemente lavorare analiticamente piuttosto che attorno all’oggetto trovato/creato di cui parla Winnicott, attorno al suo correlato opposto l’oggetto sparito/distrutto evocato da Roussillon.

Partendo da un altro vertice Tobie Nathan nota come l’intera esperienza migratoria comporti una particolare vulnerabilità dell’area del ‘doppio culturale’.

Il doppio culturale fa riferimento a quel rispecchiamento tra strutturazione interna ed esterna che dà un senso di coerenza al Sé e al mondo: nella migrazione invece avviene proprio una perdita di questo rispecchiamento ovvio e immediato, che costringe spesso a vedersi con gli occhi degli altri, ciò comporta un profondo senso di ‘violazione’, l’ambiente ‘straniero’ del paese di arrivo sembra penetrare violentemente all’interno generando un vissuto di effrazione, pervasivamente traumatico.

Mi interessa sottolineare come l’esperienza migratoria, sia dal punto di vista intrapsichico che relazionale, solleciti continuamente proprio queste aree psichiche, che rendono necessario lavorare costantemente nell’area della disillusione.

 

Anitha: l’indicibile e l’incancellabile 

Ho incontrato Anitha molti anni fa per pochi minuti ma mi ha lasciato dentro una traccia incancellabile attorno alla quale continuo ancora ad interrogarmi e ad interrogare chi mi ascolta. Me l’avevano portata in consultazione perché si rifiutava di lasciare la soglia di ingresso del centro di accoglienza per migranti con cui collaboro da quasi venti anni, pretendeva di restare lì tutto il giorno, silenziosa e immobile, non c’era verso di convincerla a entrare nella sua stanza, riparata e confortevole, né di farla parlare per capire il perché di questo comportamento che sembrava incomprensibile agli operatori del centro: ora che era in salvo, in un ‘approdo sicuro’, perché ostinatamente voleva restare sulla soglia?

Il suo sguardo triste e un po’ perso nel vuoto li aveva spinti a chiedere una consultazione sospettando una depressione: sembra che non ti veda veramente anche se non chiude mai gli occhi, né di giorno né di notte -mi avevano riferito- come se guardasse qualcosa d’altro.

Anitha si affacciò sulla soglia della stanza di consultazione dove si era fatta condurre docilmente, un po’ indolente, e mi gettò uno sguardo che si era improvvisamente rianimato, in un attimo mi sembrò che mi squadrasse da capo a piedi, fece un gesto col braccio difficile da descrivere, come a dire ‘non fa nulla, non pensarci, never mind’ e soggiunse “ah sorellina!”, poi fece subito per voltarsi e uscire dalla stanza.

Io le andai incontro, forse volevo cercare di trattenerla, di capire meglio, “sorellina? Forse mi aveva visto troppo giovane e inesperta? forse aveva subito ‘diagnosticato’ che non potevo sapere nulla, né tantomeno immaginare cosa aveva attraversato?”, notai che l’altro braccio invece era stranamente immobile, sembrava paralizzato e come contratto, la mano stretta attorno a un vuoto, cercai di aprirle la mano per capire se teneva qualcosa, ma la mano era vuota, appena gliela lasciai tornò a serrarla e lo sguardo tornò vago e distante, come se cercasse qualcosa all’orizzonte.

Anitha non ha mai potuto ‘raccontare’ cosa le era successo prima di approdare al centro di accoglienza, cosa cercava di trattenere in quel palmo vuoto eppure serrato spasmodicamente, qualcosa che in nessun modo poteva permettersi di farsi sfuggire di nuovo, nemmeno parlandone.

Anitha aveva ‘perso’ un bambino in mare durante la traversata, probabilmente durante la notte o in un improvviso momento di torpore aveva chiuso gli occhi e quando li aveva riaperti il suo bambino era ‘scomparso’, questo accadimento ai limiti del pensabile, fu in qualche modo suggerito, evocato, detto a mezza bocca dalle altre donne presenti nel centro ma non se ne è mai potuto parlare apertamente, anzi sembrava costituire per eccellenza ciò che è, e deve restare, indicibile.

Le tracce più autenticamente traumatiche infatti spesso restano mute, letteralmente murate nel corpo, corpo che diventa contemporaneamente monumento e documento di perdite e di ferite indicibili da un lato, incancellabili dall’altro. Luogo di resilienza estrema da un lato, in cui si scaricano e si coagulano affetti e memorie non sostenibili dalla mente, ma dall’altro luogo in cui il trauma resterà indelebile e intrasformabile, particolarmente nelle migrazioni al femminile perché spesso le donne vengono attaccate nella loro generatività e nella loro sessualità.

 

Incontri mancati…

Spesso gli incontri tra migranti e operatori dell’accoglienza o terapeuti lasciano la sensazione di incontri mancati, in cui qualcosa sembra non funzionare, non riuscire a ‘ingranare’, o quando le difficoltà sembrano all’improvviso riuscire a sciogliersi resta la percezione di un incontro ‘fugace’ che si può mantenere per un breve momento, incontro che sembra poter avvenire solo ‘sulla soglia’, come ho sottolineato in molti lavori ( De Micco, 2024), come abbiamo visto nel caso di Anitha, un luogo liminare spesso anche da un punto di vista materiale, la soglia di una camera, un corridoio, una sala d’aspetto, un tragitto di accompagnamento, un tratto di strada da percorrere assieme.

Eppure questi ‘incontri mancati’, che ci mettono spesso dolorosamente in contatto con tutta la necessità di affrontare quel lavoro di dis-illusione cui facevo riferimento, contengono però un elemento di verità inconscia incarnata dall’altro culturale, dallo ‘straniero’. Si tratta di entrare in contatto non solo con la diversità dell’altro, con le sue differenti soluzioni culturali rispetto alle angosce arcaiche e ai fantasmi relativi alla sessualità ad esempio ma, in maniera ancora più radicale, di percepirne e tollerarne la ‘stranierità’, il che significa anche poter accettare e rispettare l’insondabile soggettività dell’altro, come ci ricorda la poetessa polacca Wislawa Szimborska infatti “solo ciò che è umano può esserci straniero”. Ciò significa contemporaneamente anche accettare il limite della possibilità di accogliere la differenza dell’altro, elaborare il lutto di una illusione di comprensione assoluta ad esempio, e delle tendenze onnipotenti che spesso occulta, come pure della possibilità di intendere e ‘trasformare’ il dolore dell’altro: ancora Sayad invitava a rispettare l’opacità delle storie di migrazione, a non pretendere di renderle chiare e trasparenti che forse sarebbe una ulteriore violenza, molto deve essere dimenticato per sopravvivere psichicamente, o meglio ancora ‘opacizzato’. Si tratta allora di riscoprire la caratteristica specifica di un ascolto psicoanalitico capace di trattenere e custodire quanto non può essere rimandato, capace di rinunciare al piacere dello svelamento, a favore invece della possibilità di lasciare all’altro il dono del suo segreto, rispettare la profondità del ‘trauma’ altrui come una ricchezza piuttosto che un handicap.

Saranno in gioco spesso fragilità e bisogni narcisistici contrapposti, nel confronto difficile tra chi vuole portare soccorso e chi si sente costretto ad accettarlo ma ricavandone spesso una ulteriore insopportabile ferita narcisistica: il soccorritore, come il genitore, si troverà spesso combattuto tra il suo bisogno di riconoscimento come ‘oggetto buono’ e la capacità di tollerare invece l’impossibilità di investimento da parte di chi ha smarrito quella fiducia di base nelle relazioni che Sverre Varvin individua come conseguenza di situazioni traumatiche estreme.

Si tratta anche di reggere il contatto con autentiche aree straniere di sè; a tale proposito Roussillon sottolineava che (2017) che «il rapporto con l’estraneo emerge innanzitutto dalla relazione con sé stessi» (p. 4). Per parte mia ho più volte evidenziato come queste ‘aree straniere’ di sé si possano configurare come aree profonde, non soggettivate e non soggettivabili, che possono essere incontrate paradossalmente solo attraverso una superficie riflettente, uno “specchio” che ci rimanda quanto di più inatteso il nostro stesso volto “porta”. Dunque il contatto con lo ‘straniero’, incarnato dal migrante o dal rifugiato, ci mette inevitabilmente, e reciprocamente, in contatto con lo sconosciuto in noi, ma non in termini vagamente esperenziali ma in termini violentemente emotivi, mi riferisco cioè a ciò che rifiutiamo, che rigettiamo, a quell’elemento forcluso in termini lacaniani che resta costantemente non integrabile e non accettabile. Si tratta allora di sapere, senza farsi illusioni appunto, che stiamo anche “ospitando l’estraneo, l’irriducibile” (L. Preta) e che ciò renderà necessario un continuo lavoro psichico e culturale di elaborazione di spinte espulsive ed evacuative, che potranno di volta in volta essere proiettate sui più disparati gruppi di ‘estranei’.

Si tratterà soprattutto di non trasformare questa difficile consapevolezza, questa faticosa operazione di dis-illusione, in una spinta al disinvestimento, in una vittoria di quella silenziosa pulsione di morte che si traduce in indifferenza o in sotterranea ritorsione verso l’altro.

Riuscire a mantenere un investimento vitale, un interesse e una curiosità umana, a ripristinare una dimensione libidica dunque, su un oggetto che può rivelarsi così frustrante, che sembra mettere alla prova il nostro autentico desiderio, è la sfida per un lavoro psicoanalitico profondamente ‘implicato’ nel sociale.

 

Sul margine 

Si tratta di un complesso lavoro psichico e relazionale continuamente sospeso tra bisogno e desiderio, illusioni e dis-illusioni, spinte espulsive e quotidiana fatica della convivenza con lo ‘straniero’ in noi e fuori di noi.

Occorre inoltre interrogarsi sulla qualità costantemente ‘marginale’ del fenomeno migratorio: nonostante sia spesso al centro di notizie di cronaca, con accenti violenti e drammatici, poi nondimeno continua a restare in una dimensione marginale nelle agende politiche e nelle percezioni collettive. La ’questione’ migratoria viene incessantemente risospinta su un margine, e anche quando si ritrova per un tratto, spesso deformato, sotto i riflettori mediatici viene poi in realtà costantemente occultata e ‘ignorata’ nella sua quotidianità, nella sua normale ‘marginalità’.

La costante percezione di ‘vivere sul margine’, margine da cui si può essere repentinamente estromessi o precipitare, rappresenta la condizione psichica stessa dell’essere migrante: anche quando si sono trovate e sperimentate efficaci forme di adattamento, buoni percorsi ‘di integrazione’ lavorativi e scolastici, nondimeno la percezione di essere sempre gli ultimi arrivati, quelli il cui posto è più precario e instabile permane attraverso le generazioni.

Del resto sono proprio i ‘margini’ i luoghi più sensibili dai quali si possono cogliere le trasformazioni più profonde che investono il sociale, che riguardano tanto le percezioni collettive quanto le rappresentazioni individuali: il margine dunque è un formidabile rivelatore di autentiche mutazioni sul piano psicoculturale.

Il vero e proprio lavoro dell’integrazione sarà allora un lavoro costantemente da riprendere, da rifare non tanto perché non lascia tracce, ma perché il terreno su cui queste stesse tracce possono imprimersi e sedimentarsi è estremamente sottile, sempre in formazione per così dire e sempre rimesso violentemente in discussione ad ogni svolta evolutiva dei singoli e da ogni cambiamento del contesto sociale e politico nel paese ospite: in queste brusche situazioni di cambiamento

anche gli adattamenti riusciti verranno rimessi in discussione, col rischio che non riescano a reggere psichicamente. Non a caso Michele Risso individuava già negli anni ’70 nella cosiddetta ‘assimilazione’, come si preferiva indicarla allora, un vero e proprio “microtraumatismo quotidiano”.

Così è sempre un momento delicatissimo la scelta del partner ‘in terra straniera’, la costruzione di una dimensione coniugale e poi familiare nel paese di immigrazione: “far nascere i propri figli lontano dalla terra dei propri antenati” è un atto carico di conseguenze sia per gli equilibri psichici individuali che del proprio gruppo di appartenenza. Non è un caso allora che a cominciare dai migranti del nostro Meridione le mogli si cercassero sempre in prima battuta nei propri paesi d’origine e che proprio le relazioni erotico-affettive costituiscano un terreno irto di fraintendimenti violenti e conflittualità radicali, potenziali attivatori di crolli psichici e di derive psicopatologiche. A questo proposito varrà la pena di ricordare che alcuni testi classici dedicati alla psicopatologia dell’emigrazione e ai disagi psichici profondi dovuti allo sradicamento come “Sortilegio e delirio” di Michele Risso e Wolfgang Boeker o come “L’estrema solitudine” di Tahar Ben Jelloun, si incentrassero proprio sulla complessità, a volte autentica impossibilità, per il migrante di trovare uno spazio ‘sostenibile’ per la sua dimensione erotica ed affettiva, che può diventare fonte di radicali incomprensioni col contesto di accoglienza.

Ecco perché una volta raggiunta una iniziale elaborazione delle ferite migratorie più acute, anche con efficaci risultati sul piano dell’inserimento lavorativo e sociale, quelle stesse ferite si possono poi riaprire di fronte alla difficoltà di ottenere un appagamento affettivo e di costruire una dimensione familiare: la profondità della frattura simbolica che si è generata e allargata nel transito migratorio renderà sempre più difficile trovare una risposta ‘coerente’ con le proprie origini culturali alle scelte relative alla sessualità e alle domande suscitate dalla genitorialità.

Ecco perché il faticoso ‘lavoro dell’integrazione’ sarà continuamente da riprendere e da rifare: ad ogni svolta imprevista o momento critico della storia personale, quando cioè sarebbe più necessario sentire la solidità del terreno identitario che sostiene la percezione del sé, è proprio allora invece che la precarietà del proprio fondamento si fa avvertire più acutamente, è proprio allora che l’evidenza psichica di una ‘radice mancante’ non può più essere ignorata e spesso si traduce in sintomo[3].

Insomma proprio laddove il migrante cerca una conferma al suo radicamento, una ‘prova’ di aver raggiunto un solido fondamento, si ritrova invece immancabilmente confrontato con la precarietà di ogni possibile forma di appartenenza, con la provvisorietà dei propri perimetri di sicurezza, con l’instabilità delle proprie cornici di senso. Per il migrante, e per chi se ne prende cura, diventa allora dolorosa realtà storica quella scomoda realtà psichica che Freud non smette di ricordarci: l’Io non è padrone in casa propria.

Quel lavoro psicoanalitico sulla soglia cui facevo riferimento esige allora di assumere fino in fondo proprio questa amara verità, non solo di enunciarla ma di viverla, in quanto condizione stessa di pensabilità e trasformabilità di vissuti spesso laceranti, di autentici strappi nei tessuti psichici e relazionali, la cui ‘fugacità’ non ne esclude però la profondità e l’intensità.

Cosa abbiamo da dirci? 

Vorrei illustrare la complessità con cui costantemente ci si confronta nella quotidianità delle dinamiche dell’accoglienza attraverso un episodio che nella sua chiarezza, forse un po’ raggelante, schiude però quell’orizzonte in cui diventa necessario e per certi versi indispensabile riuscire a lavorare sulla dis-illusione, continuare a pensare e a mantenere investimenti reciproci pur restando nella dis-illusione, come strumento vitale proprio per assicurare efficaci percorsi di ‘integrazione’.

Gli operatori del centro di accoglienza con cui collaboro da anni mi contattano per sottopormi il caso di Happiness, una giovane di origine centroafricana: arrivata al termine del progetto di accoglienza per minori non accompagnati le è stato proposto un affido temporaneo con una giovane coppia disponibile a darle ospitalità e a sostenere un progetto di studio e di inserimento lavorativo. Ci sono stati già diversi incontri tra la ragazza e la possibile coppia affidataria alla presenza di un operatore, incontri che si sono svolti in un clima sereno in cui il cagnolino della coppia è stato un po’ il protagonista mentre Happiness si guardava intorno piuttosto intimidita.

Durante il viaggio di ritorno in macchina Giuseppe, l’operatore, coglie che Happiness non è troppo convinta da questa soluzione, intuisce che il fatto che la coppia non abbia figli e che lei sarebbe l’unica ragazza in casa non la mette a suo agio anzi le crea un certo allarme.

Avevamo immaginato che fosse la soluzione migliore per lei, una bella casa, una coppia giovane e molto aperta” mi dice “poi il fatto che ci fosse solo lei e che potesse avere una camera tutta per sé, che potessero dedicarsi solo a lei, anche questo ci sembrava un’ottima soluzione, invece..non sembra convinta”, vorrebbe cercare col mio aiuto di farle dire da cosa si sente spaventata in modo da rassicurarla e farle capire che non c’è nulla di cui avere paura e che è un’ottima sistemazione.

Durante l’incontro Giuseppe che è un operatore esperto, sempre molto generoso e sinceramente rispettoso dei giovani ospiti, di cui sa anche riconoscere i momenti di silenzio e di chiusura, tende però a persuadere Happiness e a ‘vincere le sue resistenze’, non si accorge di non riuscire davvero ad ascoltarla, a darle il tempo di parlare, forse troppo preso dalla sua stessa ansia di risolvere per il meglio la situazione, di far decollare il progetto di ‘integrazione per i neo-maggiorenni’ su cui sono stati investiti tanti pensieri ed energie.

Dal canto mio mi limito semplicemente a fargli un gesto rassicurante con la mano e ad invitarlo a stare un attimo in silenzio per cercare di ascoltare la ragazza, la quale nel suo italiano un po’ incerto, con una cadenza lenta e un po’ sospirante ma molto chiara ci dice “sì Marco e Chiara sono molto carini, il cagnolino è tanto bellino… ma in fondo cosa abbiamo da dirci..?”.

E così Happiness con una naturalezza disarmante ha svelato il segreto ‘nascosto in piena vista’, ha dato voce a quello che sembrava una sorta di tabù inavvicinabile, una verità psichica tanto evidente quanto in un certo senso ‘scandalosa’ e che doveva ad ogni costo essere allontanata e negata innanzi tutto dagli operatori del centro di accoglienza.

Una volta detta quella amara e sgradevole verità psichica e relazionale è stata però ascoltata: Happiness infatti ha poi trovato una diversa sistemazione abitativa con alcune connazionali adulte e ha seguito con il loro aiuto un corso di formazione professionale, trovando una soluzione più vicina alle sue aspettative e ai suoi desideri che non alle aspettative più o meno ‘implicite’ dell’équipe di operatori.

Ecco poter davvero riflettere su “cosa abbiamo da dirci” o su come costruire uno spazio psichico, relazionale, antropologico, in cui riuscire autenticamente a dirsi qualcosa tra migranti e autoctoni mi sembra una delle sfide, e contemporaneamente delle necessità, più complesse e impellenti di fronte alle quali ci pone la contemporaneità. Sfida e necessità in cui sono implicati tutti i soggetti che a diverso titolo attraversano questi complessi passaggi di confine, talvolta costretti a rimanere indefinitamente sulla soglia di trasformazioni bruscamente interrotte, avviluppati in lutti impossibili o in traumi congelati come Anitha, altre volte sospesi tra appartenenze multiple e conflittuali, talvolta capaci di fulminanti incursioni in verità difficilmente riconoscibili come

ci ha mostrato Happiness.

Come far sì allora che anche da parte di chi accoglie la delusione e il disinvestimento non prendano il sopravvento ma si possa accettare un movimento di dis-illusione sostenibile? Tollerare che forse abbiamo ancora ‘poco da dirci’, riuscendo però a valorizzare questo ‘poco’ come un bene prezioso da salvaguardare nella sua autenticità? Si tratta allora di sfuggire sia a quella moltiplicazione di iniziative maniacalmente volte a occultare proprio il vuoto angoscioso che la mancanza di ‘terreni comuni’ può far provare, sia di reggere l’inevitabile peso di diffidenze, paure, moti pulsionali contrastanti, che l’incontro con ciò che ci è straniero suscita da entrambe le parti, senza farsene sopraffare. Si tratta allora di lasciare il tempo perché questo faticoso lavoro di integrazione avvenga e dia i suoi frutti.

 

Riferimenti bibliografici

Ben Jelloun T., L’estrema solitudine, Milvia ed, Milano,1988

De Micco V., L’inquietante intimità. Legami e fratture nei transiti migratori, Alpes, Roma, 2024

Grinberg L. e R., Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Angeli, Milano, 1990

Nathan T., La follia degli altri, Ponte alle grazie, Firenze, 1990

Preta L. (a cura di), Dislocated Subject, Mimesis, Milano-Udine, 2018

Risso M. e Boeker W., Sortilegio e delirio. Psicopatologia delle migrazioni in prospettiva transculturale, Liguori, Napoli, 1992 (terza edizione aggiornata 2025)

Roussillon R., Il volto dello straniero e la matrice del negativo, in Rosso C. (a cura di), Identità polifonica al tempo della migrazione, Alpes, Roma, 2017

Sayad A., La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Cortina, Milano, 2002

Scarfone D., “Solo ciò che è umano può esserci straniero”, in Fèdida P., Umano/disumano, Borla, Roma, 2009

Varvin S., Psychoanalytic Psychotherapy with Traumatized Refugees: Integration, Symbolization, and Mourning, 1998,, American Journal of Psychotherapy 52(1): 64-71

Winnicott D., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1974

 

Virginia De Micco, virginia.demicco63@gmail.com,

Psicoanalista, Membro Ordinario SPI e IPA, ha una formazione medico-psichiatrica ed antropologica. Attualmente è Coordinatore Nazionale del GruppoPER (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati) della SPI. Redattore della rivista “Interazioni. Psicoanalisi dell’individuo, coppia, famiglia”, è Componente dell’IPA Committee on Humanitarian, del Gruppo di ricerca della SPI e dell’IPA “Geografie della Psicoanalisi” e del Forum della FEP “Psychoanalysis, Migration and Cultural Identities”.

Si è occupata delle dinamiche psicoculturali legate alle migrazioni, lavorando con minori non accompagnati, donne rifugiate e operatori dell’accoglienza, con particolare attenzione alle differenze culturali, alle dinamiche psichiche del razzismo e del pregiudizio e alle relazioni terapeutiche transculturali. Inoltre si è occupata dei processi di cambiamento antropologico e delle loro ricadute sui processi di soggettivazione e sulle relazioni madre-bambino, in particolare ha lavorato sugli aspetti transgenerazionali nei contesti traumatici.

Ha pubblicato molteplici lavori su riviste nazionali e internazionali. Attualmente tutti i suoi lavori sulle tematiche migratorie sono raccolti nel volume L’inquietante intimità. Legami e fratture nei transiti migratori, Alpes, Roma, 2024

[1] Riferimento come noto alla condizione infantile come in-fans, senza lingua, non possedendo ancora una compiuta capacità di comunicazione linguistica

[2] Per funzione ambientale intendo specificamente quella particolare funzione psichica individuata da Winnicott come appannaggio della madre-ambiente, da cui nell’esperienza migratoria si sperimenta di nuovo la profonda dipendenza

[3] Ho già esplorato in precedenza la pervasività traumatica delle fratture transgenerazionali legate ai transiti migratori, mi interessa qui evidenziare invece quanto la filiazione diventi un altro dei luoghi elettivi in cui la dimensione della fugacità può farsi dolorosamente avvertire, in particolare come diventi luogo di intensi movimenti proiettivi incrociati per cui mentre i paesi di accoglienza si sentono minacciati dai ‘figli degli immigrati’ come di fronte ad una invasione colonizzante di specie aliene, dall’altro lato invece gli immigrati possano sentirsi minacciati all’opposto dal paese ospitante che vuole ‘rubare’ loro i figli facendone degli insidiosi estranei ‘nati sulla terra d’altri’.

 

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

0 0 Voti
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
1 Comment
Oldest
Newest Most Voted
andres
andres
1 anno fa

Un’altro capolavoro di Virginia De Micco.La seguo da sempre, e, per me, semplice operatore sociale di centri di accoglienza, è sempre stata un faro a seguire.

Oggi è sufficiente fermarsi un attimo di fronte a una qualsiasi Questura per capire come, tutto ciò che racchiude questo articolo, sia una disumana realtà.

Io da volontario lo vivo ogni giorno, non mi ci abituerò mai. La disumanità è il prodotto di una feroce propaganda, propaganda che corrode il pensiero e lascia spazio all’Ordine.

error: Content is protected !!
1
0
Lascia un commentox