Adolescenza, la nuova Terra Nullius. Riflessioni tra Unheimlich e tenerezza – Bruno Marchi
Bruno Marchi
Abstract
L’articolo esplora l’adolescenza come Terra Nullius, metafora di una condizione psichica e sociale colonizzata dagli adulti e spogliata di soggettività. L’esperienza clinica e il racconto di un incontro riemerso dal passato testimoniano come un gesto di cura, anche minimo, possa lasciare un’impronta affettiva indelebile, capace di resistere all’oblio e al fallimento istituzionale.
L’adolescenza, una Terra Nullius. Una terra abitata ma non riconosciuta, popolata ma spogliata di soggettività – proprio come accadeva, già dalla prima metà del Quattrocento con i territori sulle cui spiagge, lungo le coste dell’Africa, approdavano i navigatori portoghesi mentre la mappa tolemaica ignorava ancora l’esistenza delle Americhe, dell’Africa subsahariana e dell’Oceania.
Su quali coste delle Americhe o spiagge delle Afriche adolescenziali non siamo ancora approdati? Quali territori adolescenziali potremmo, o dovremmo, ancora mappare?
I giuristi portoghesi – come si legge in un capitolo della Storia della civiltà europea, a cura di Umberto Eco (2014) – elaborarono il concetto di Terra Nullius, terra di nessuno, per legittimare la conquista e l’occupazione, di fatto la colonizzazione, di quelle terre, senza riconoscere la presenza degli indigeni, considerati subumani, selvaggi. Il termine, colonialista e denigratorio, deriva dal portoghese selvagem, e a sua volta si rifà al latino silvaticus, abitante di boschi e terre incolte.
Un’immagine, quella della Terra Nullius, che può aiutare a mettere a fuoco alcune delle più gravi contraddizioni educative e sociali del nostro tempo e che si presta a descrivere quei territori psichici e sociali – incolti e dalle fitte boscaglie – abitati dagli adolescenti, che solo parzialmente sono visti e riconosciuti. Territori che in realtà sono colonizzati dagli adulti, colposamente ignari dell’alterità che, comunque, contraddistingue l’adolescente. Un’alterità spesso inquietante, quasi sempre frustrante, di fronte alla quale si reagisce con sgomento, lamentele o condanne ipocrite, incapaci di comprensione. Su questa terra di nessuno molti – educatori, psicologi, media, marketing – si sentono autorizzati a sbarcare per colonizzare ma quasi nessuno s’avvede della soggettività di chi la abita. Troppo spesso gli adolescenti vengono individuati, classificati, studiati, sedotti, ma non ascoltati. Non vengono trattati come soggetti, bensì come oggetti di investimento o di controllo. Il loro “valore” sociale è misurato in termini di consumo: dispositivi, abbigliamento, sport, intrattenimento, visibilità digitale. Come se la loro esistenza fosse una miniera da sfruttare, anziché una soglia da abitare insieme.
Rinunciare alla comprensione della vitalità, del desiderio, della progettualità futura e futuribile di ogni adolescente, significa infantilizzare costantemente chi esprime uno slancio essenziale per guardare avanti. Rinunciare al riconoscimento di quel Io-Tu che soggettivizza e fa crescere, – favorendo, anzi incentivando, l’imbambolamento, il brain rot, di fronte allo schermo di un cellulare – significa non tenere conto degli aspetti depressivi e di fuga dalla realtà nella quale troppi adolescenti si rifugiano. Fuga che porta ad uno spazio-tempo incerto, spesso gravido d’angoscia che, illusoriamente, si crede sia dispensatore di contenimento e consolazione. Fuga nei cuoricini che, probabilmente, non sono una stupidaggine ma esprimono bisogno di calore, vicinanza e amore.
Occorrerebbe superare tutto questo, evitando la delega totale alla scuola e lavorando a un servizio pubblico meno medicalizzante e più sintonizzato con il mondo interno dell’adolescente.
Unheimlich, Nebenmensch e tenerezza
Nella mia esperienza comunitaria con adolescenti – inviati dai Tribunali per i Minorenni, per il tramite dei Servizi Sociali, o anche provenienti dai servizi di Neuropsichiatria – ho potuto constatare quanto spesso l’adolescente fosse vissuto come unheimlich dagli operatori che mettevano piede su un’altra terra nullius, quella dei quartieri degradati o delle famiglie in condizioni sociali prossime alla miseria materiale (spesso anche etica), oppure di quelle famiglie provate dalla sofferenza psichiatrica del figlio o della figlia. Molti di questi operatori, pur animati dalla legittima intenzione di salvaguardare il loro assistito, ancora oggi sembrano inconsapevolmente spaventati da quella soggettività inquieta e perturbante che l’adolescenza porta con sé.
La scelta linguistica di utilizzare, nei documenti ufficiali dei tribunali minorili o dei servizi sociali, il termine minore invece di adolescente o soggetto in crescita segnala qualcosa: non soltanto una distanza difensiva rispetto all’adolescente, in quanto unheimlich, ma rivela anche un dispositivo linguistico di potere che agisce come strumento di controllo sociale e desoggettivazione. L’adolescente viene così ridotto a categoria gestionale, a entità amministrabile da istituzioni educative, giuridiche e sanitarie, in una logica del dominio alla stregua di quanto accade ad altre categorie sociali neglette: «Per soffocare ogni forma di consapevolezza sulle cause sociali della miseria è stato necessario parcellizzare la massa sociale (i poveri, i disoccupati, i delinquenti, i folli, ecc.) in una serie eterogenea di categorie (…) l’individuo, affidato ad una serie di pratiche assistenziali, vedeva i suoi bisogni decomposti e più facilmente controllabili» (Castel, 1978).
Analoga riflessione vale per l’etichetta paziente, spesso utilizzata negli incartamenti provenienti dai servizi di neuropsichiatria: anche questa è una scelta terminologica che contribuisce a una medicalizzazione e a una psichiatrizzazione della soggettività in crescita. Sulla scia di Michel Foucault de La storia della follia nell’età classica, oltre alla medicalizzazione ed alla psichiatrizzazione possiamo scorgere un dispositivo istituzionale che trasforma l’adolescente, de-soggettivato, in oggetto di controllo che, in molti casi, viene ridotto a un corpo reificato per costringerlo in un ingranaggio di potere che «lo fruga, lo disarticola e lo ricompone. Un’anatomia politica, che è anche una meccanica del potere» (Foucault, 1975).
In quanto clinici, nonché cittadini, avvertiamo che il soggetto in crescita è stato, suo malgrado, costretto da contingenze sociali e storico-culturali nella gabbia dell’adolescenza. Unheimlich a sé stesso, potremmo dire, perché fino a poco più di due secoli fa l’adolescenza, sul piano simbolico e istituzionale, non esisteva; e oggi, al contrario, i corpi e le menti di ragazzi e ragazze sono forzati a permanervi, trattenuti in una condizione di “minorità” quasi infantilizzata. Una soggettività che, per essere controllata, viene spesso espropriata della propria giovinezza e della possibilità di transitare verso una posizione adulta.
Come ha mostrato Graziano Graziani, solo in età moderna l’adolescenza ha cominciato ad assumere un significato sociale definito, legato ai mutamenti nel sistema economico e nella funzione educativa della famiglia:
Il significato sociale dell’adolescenza iniziò a prendere gradualmente corpo solo all’inizio del 1800, quando il guadagno economico del singolo e della collettività cominciò a dipendere da lunghi periodi d’istruzione. Viceversa, nella società antica, per migliaia di anni, la trasmissione culturale e lavorativa avveniva tra le mura di casa per passaggio diretto: nel caso dei maschi da padre a figlio e per le femmine da madre a figlia. Si trattava di sistemi sociali stabili, ove il transito dall’infanzia all’età adulta era scandito da riti di passaggio che definivano ruoli, attribuzioni e definizioni di genere. Le cerimonie iniziatiche comprendevano, secondo le varie culture, riti religiosi e sociali, quali la Cresima e la Comunione, il Barmitzvah, compiti di caccia, digiuni, scarificazioni, ecc. Questi riti segnavano l’entrata nell’età adulta e non in una fase intermedia quale quella che oggi definiamo adolescenza. Fu la necessità di una scuola di massa, in coincidenza con la formazione dello stato moderno, a privare la famiglia di quella funzione pedagogica primaria che da sempre aveva segnato il modello di trasmissione culturale tra generazioni. È in questa fase di modificazione qualitativa e strutturale della famiglia che sarebbe avvenuto il grande esproprio della gioventù (Graziani, 2018).
La unheimliche jugend, perché l’adolescente è familiare eppure sconosciuto, rappresenta una condizione che ogni adulto ha vissuto ma che appare, col tempo, deformata e distante; incarna desideri, angosce e parti scisse di noi stessi, ciò che abbiamo represso o temuto. L’adolescente sta tra l’infanzia e l’età adulta, tra la legge e la trasgressione, tra la dipendenza e l’autonomia ed è proprio in questo limine che spesso si aggira il perturbante, «al confine tra rottura e nuovo legame, dove l’adolescente si vede assediato, dall’interno e dall’esterno, dalle tracce sempre operanti di un passato fino a quel momento svanito o scartato, e di un presente lancinante ed enigmatico» (Cahn, 2013).
L’adulto, a sua volta, per l’adolescente può essere unheimlich poiché è familiare (genitore, educatore, terapeuta) e dovrebbe offrire sicurezza e contenimento, ma allo stesso tempo è inconsapevole portatore di incoerenze, desideri repressi, aspettative proiettive, investimenti narcisistici, inquietudini e timori non detti. In particolare, nella relazione analitica possono attivarsi transfert intensi che oscillano tra l’idealizzazione e l’odio, la dipendenza e il bisogno di autonomia, il desiderio di essere visto e la paura dello sguardo. Nello scambio intersoggettivo dell’incontro terapeutico, può aprirsi uno spazio potenzialmente generativo dove ciò che inquieta può divenire dicibile, pensabile, condiviso e dove «tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato» (Freud, 1919) può assumere nuovo significato. Nella difficile, a volte drammatica, relazione adolescente-adulto, quest’ultimo spesso fatica a sintonizzarsi non perché l’unheimlich risieda nell’Altro, ma perché il perturbante affiora come ritorno del proprio stesso rimosso. Ciò potrebbe ostacolare l’adulto nell’assolvimento di una delle sue più precipue funzioni e cioè quella di Nebenmensch che, con sensibilità e tatto, risponde ai bisogni evolutivi di chi gli sta accanto. Uno di questi bisogni è quello della tenerezza poiché il bambino, ma anche l’adolescente, cannot do without tenderness (Ferenczi, 1932).
Il linguaggio della tenerezza, che nell’adolescente può vestire gli abiti della seduzione sostenuta dal narcisismo, non sempre è manifesto. Sta all’adulto leggerlo correttamente e, di conseguenza, muoversi nella relazione senza confondere la tenerezza con la sessualità.
Il gesto e l’oggetto
All’età di nove anni era stato accolto dalla comunità su disposizione dei Servizi Sociali del suo quartiere: un contesto difficile segnato da un’elevata concentrazione di criminalità organizzata. Il padre si era allontanato dalla famiglia, la giovane madre doveva provvedere ai bisogni di un’altra figlia più piccola e lavorare per portare avanti la casa.
Lo seguivo da quasi quattro anni tentando di fornirgli una significativa accoglienza affettiva – che Winnicott avrebbe definito holding – a fronte della deprivazione che aveva vissuto a casa (l’assenza del padre e l’allontanamento dalla madre) e dell’abbandono nella lunga istituzionalizzazione.
Un pomeriggio lo scorsi seduto sui gradini della scala d’ingresso della comunità, edificata su una mezza collina. Guardava il panorama: sotto gli ulivi, più avanti la cittadina e in fondo l’azzurro Adriatico che quel giorno, complice un piacevole vento di tramontana, si lasciava vedere pur essendo lontano di qualche chilometro. Rispose, con gli occhi, al mio sorriso e sguardo interrogativo. Avvertii la sua tristezza ma anche una calma tensione oltre quell’orizzonte: «Stasera me ne scappo da qui. Vado da mamma e da mia sorella. Hanno bisogno di me».
Mantenne il suo proponimento un paio di settimane dopo.
Sulla scrivania, dove tenevo i colloqui con i ragazzi della comunità, c’era un posacenere di ceramica bianca che usavo per raccogliere le graffette. Lui ci giochicchiava mentre parlava o quando mi ascoltava in silenzio. Mi chiese di regalarglielo. Gli risposi che glielo avrei donato a fine percorso ma non feci in tempo: se ne andò all’improvviso, senza salutare. Probabilmente, voleva portare con sé quell’oggetto (transizionale?) nel passaggio da un luogo protetto – sebbene istituzionalizzante, deprivante e relativamente affettivo – a un altrove idealizzato (la casa, l’ambiente familiare) o sconosciuto nella sua durezza e crudezza: la strada e la dimensione della devianza.
Un paio di giorni dopo il suo educatore di riferimento si recò presso i Servizi Sociali del quartiere per un ultimo tentativo di recupero. In cuor mio speravo che tornasse, ma sapevo anche che non sarebbe andata secondo i miei desideri e, allora, affidai il posacenere all’educatore per consegnarglielo. Andò come avevo previsto: non tornò. L’educatore mi raccontò che, quando gli diede il portacenere il ragazzo si commosse: «Bruno si è ricordato».
Dopo vent’anni mi contattò su uno dei social più diffusi.
«Ciao, ti ricordi di me?»
Guardai la foto del profilo, lo riconobbi anche se cresciuto ed indurito dalla vita: uno di quelli che, se incontri per strada, ti fa paura. Uno di quelli che i più definirebbero un delinquente. “Sì, sei…”
Che bello che ti ricordi. Appena ho visto la tua foto anche io ti ho riconosciuto. Non ci credevo… Non so se hai ricordi di me ma io sì, di te. Come ho visto la tua foto il passato mi è tornato in mente spero che tu stia sempre bene. Che gioia sentirti. Sì, sono felice davvero…sei in pensione??? o lavori sempre alla comunità? Spero che possano arrivare i miei saluti di cuore e la riconoscenza. Adesso ho trentatré anni e sono papà di tre figli, la terza arriva a breve. Ho fatto danni perché sono tre figli unici di tre storie diverse. Però loro sono la mia gioia, mi danno la forza di vivere anche se la strada ha fatto il suo percorso e ora sto ai domiciliari. Sono 16 anni che entro ed esco dal carcere. Sto affrontando un maxiprocesso. Ho fatto il coglione. Se tutto va bene fra tre anni ho finito. Grazie a voi tutti, specialmente a te che hai asciugato le mie lacrime con amore e pazienza. Tolgo il disturbo augurandoti una serena notte… tvtb, a presto.
Il testo era arricchito di cuoricini, emoticon con occhi a forma di cuore e altre che mandavano baci.
La tenerezza restituita di un gesto spontaneo
A me sembra che questa situazione – clinica e sociale – descriva la possibilità che un legame affettivo significativo possa lasciare un’impronta profonda anche nelle condizioni estreme che questo giovane ha vissuto: la separazione dall’ambiente delle origini; il percorso giudiziario minorile e amministrativo, che lascia profonde cicatrici emotive che precedono l’istituzionalizzazione; la stessa istituzionalizzazione. Dopo la comunità: le reiterate carcerazioni; le relazioni affettive fallimentari e interrotte; le diverse paternità; gli arresti domiciliari; l’asprezza della vita di quel quartiere.
Ma, sotto il suo inscalfibile guscio difensivo (molti anni dopo, un altro ragazzo ospite della comunità, mi parlò di lui: anche i “delinquenti” cambiavano marciapiede quando lo incrociavano) si intravedeva un affetto che me lo fece riconoscere per quello che era stato e che anche, nel presente, continuava ad essere: un adolescente abbandonato, triste e tenero. Il messaggio che arrivò dal mio passato, per il suo tramite, mi aiutò a scendere dalla mia torre eburnea e a riflettere su ciò che allora ero e su ciò che avrei voluto essere ma non ero riuscito a diventare; sulla mia stessa fragilità perché – in fondo – basta poco per oltrepassare la soglia che separa il quieto (spesso freddo ed immobile, cristallizzato) dall’inquieto.
L’immagine dell’adolescente, diventato adulto, che “ti fa paura”, è rivoltata – come un pullover quando lo si sfila – dalla forza generativa della parola e dei simboli: un grazie intenso, riconoscente ed empatico; un messaggio pieno di cuoricini, di affetto espresso con semplicità ed autenticità. Questa tenerezza – che resiste all’oblio – smaschera i pregiudizi, lo stigma, e restituisce la complessità affettiva di chi da bambino è stato abbandonato, istituzionalizzato e da adulto privato della sua libertà. Il posacenere rende l’analista presente in assenza, è testimone di un ricordo, la conferma di una promessa mantenuta, identifica ed aiuta a riconoscere un affetto, rammenta l’impronta della cura offerta con tatto poiché il bambino – e l’adolescente – non può fare a meno della tenerezza. E nemmeno chi se ne prende cura.
Donargli quell’oggetto, probabilmente, non fu altro che questo: un gesto di tenerezza che seppe depositarsi nella memoria, al di là del fallimento apparente di ogni intervento istituzionale, di ogni terapia, di ogni progetto educativo. Una traccia tenue, ma non vana, che per un istante ha resistito alla dura conflittualità di quella vita e che, a distanza di tanto tempo, ha fatto riaffiorare il ricordo. Del resto, «i processi del sistema Inc sono atemporali, e cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo, non hanno, insomma, alcun rapporto col tempo» (Freud, 1915).
Abitare l’Io-Tu
Finché l’adulto continuerà a tacere o a parlare a vuoto – provocando un rumore bianco che potrebbe rivelarsi una traumatica confusione delle lingue – senza pronunciare parole autentiche, capaci di rispetto, riconoscimento e tenerezza; senza trovare le risorse in sé stesso per rivolgere all’adolescente uno spontaneus gesture, le problematiche, psicopatologiche e sociali, che riguardano gli adolescenti sono destinate ad esacerbarsi.
Sta a noi adulti dismettere l’habitus del colono e, nel riconoscimento della soggettività adolescenziale, restituire parola ed offrire ascolto, partecipe ed empatico, a chi cerca di diventare una persona; a chi tenta di abitare quel Io-Tu, ma non sa ancora come si fa. Forse, però, noi adulti per primi dovremmo imparare come si fa.
Bibliografia
Cahn R. (2013), La psicoanalisi alla prova dell’adolescenza. In: Cahn R., Gutton P., Robert T., Tosseron S., L’adolescente e il suo psicoanalista. Roma: Astrolabio, 2014
Castel. R., La “guerra alla povertà” negli Stati Uniti: lo statuto della miseria in una società dell’abbondanza. In: Aut-Aut (rivista) n. 167-168. Firenze: Nuova Italia, 1978
Eco U. (a cura di), Storia della civiltà europea, Encyclomedia, 2014
Ferenczi S. (1932), Confusion of Tongues Between Adults and the Child: The Language of Tenderness and of Passion. In: Contemporary Psychoanalysis, vol. 24, n. 2, 1988, pp. 196–206.
(https://doi.org/10.1080/00107530.1988.10746234)
Graziani G., Psicoterapia e auto-aiuto per adolescenti. Relazione del 24 maggio 2018, nell’ambito del Convegno “Incontri di sensibilizzazione e aggiornamento per operatori dell’area minorile”, tenutosi a Fasano (BR)
Foucault M. (1963), Storia della follia nell’età classica. Milano: Garzanti, 1993
Foucault M. (1975), Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Torino: Ei-
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Freud S., L’inconscio. In: Metapsicologia. OSF, vol. 8. Torino: Boringhieri, 1976
Freud S., Il perturbante. OSF, vol. 9. Torino: Boringhieri, 1977
Bruno Marchi, psicoterapeuta psicoanalitico
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

































Ho letto con enorme piacere questo scritto che personalmente trovo reale,profondo,toccante e avvolgente. Per chi opera o si approcia al sociale è essenziale conoscere e riconoscere i segnali trasmessi dai ragazzi, lei ha aiutato a comprendere il profondo senso della psicoanalisi nell’applicazione al sociale.Un ascolto,si,ma profondo fino all’anima.