Articoli Scientifici

Chiaroscuri. Il racconto fotografico della psichiatria – Cosimo Schinaia

Cosimo Schinaia

 

Abstract

Le fotografie di Gianni Berengo Gardin, Raymond Depardon e Ferdinando Scianna vanno oltre la pur necessaria denuncia delle inumane condizioni manicomiali dell’era pre-basagliana e della rivoluzionaria prassi antiistituzionale messa in atto da Franco Basaglia e dai suoi collaboratori. Le immagini fotografiche, con la loro intensa consistenza estetica e narrativa, diventano una preziosa chiave d’accesso ai diversi tragitti esistenziali, ai vissuti profondi e alle dinamiche che li sottendono e permettono di fissare indelebilmente negli occhi, nella mente e nel cuore i momenti significativi di una faticosa ma emozionante esperienza condivisa.

 

                                                                                                                                                                     

La fotografia fissa gli atteggiamenti più segreti, scopre le verità più nascoste, ferma i moti più fuggitivi, registra inesorabilmente i vari, gli infiniti attimi la cui somma compone il minuto, l’ora, la giornata, il mese, la stagione, l’anno, la vita intera dell’individuo-uomo.

                                                         Alberto Savinio

 

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.

Henri Cartier-Bresson

 

 

A partire dalla metà degli anni ’60 un gruppo fotografi, che sinfoltisce negli anni a seguire, entra nel manicomio con lo scopo di recuperare lessere umano e di raccontare alla gente la sua storia, che è nella maggior parte dei casi di violenza e di oppressione subita più che di violenza inferta agli altri, come veniva detto frequentemente dalle cronache dei giornali. L’impatto emotivo di queste foto dal di dentro sullopinione pubblica è stato fortissimo ed ha notevolmente contribuito a costruire le basi culturali per la nascita della legge 180. Il grande numero delle immagini provenienti dallinterno del Manicomio ha contribuito, infatti, a sdrammatizzare e a diminuire la morbosità con cui generalmente si affrontava il problema. Dal non detto o dal dire scandalistico si è passati al tentativo di raccontare delle storie e di avvicinare emotivamente lAltro, fino ad allora vissuto come un mostro da tenere lontano.

Le fotografie esposte a Gorizia, dedicate all’impresa compiuta da Franco Basaglia e dai suoi collaboratori e che portano la firma di Raymond Depardon, Gianni Berengo-Gardin e Ferdinando Scianna, hanno certamente un grande portato socio-culturale e una grande capacità di rappresentare la denuncia e la protesta politica, ma bisogna evitare che venga messo in secondo piano il lavoro della camera oscura e il loro grande valore estetico e artistico.

Viviamo in un mondo ipersaturo di immagini, una pioggia ininterrotta di immagini che nella loro dismisura banalizzano e mortificano la realtà e, come scrive Italo Calvino[1], rendono la memoria ricoperta di strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo. A queste immagini seriali, prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, si oppongono i tre fotografi, rendendo giustizia a unesperienza storica, la cui memoria va coltivata e a cui è necessario avvicinarsi con immediatezza emotiva, ma anche con pertinenza etica e rigore scientifico. Le loro fotografie in bianco e nero, proponendo immagini non massificate, non conformistiche, ma vitali e intensamente comunicative di una realtà fino a quel momento poco conosciuta e rappresentata, permettono anche alle nuove generazioni di rivolgere ad esse uno sguardo rispettoso, ma anche di mettersi in gioco con modalità non comode, quindi di sperimentare un contatto emotivo necessariamente impegnativo, ma ineludibile con unesperienza trasformativa dell’esistenza di molte persone a lungo considerate scarti della società.

Proporre queste fotografie risponde all’esigenza di dare rappresentazione a due valori in cui riconoscersi e che devono accomunarci. Il primo è quello di documentare e coltivare la memoria del periodo storico della rivoluzione nella cura psichiatrica portata avanti da Franco Basaglia, promotore dei cambiamenti culturali e scientifici che hanno permesso la costruzione di un approccio innovativo e sconvolgente alla cura dei pazienti psichiatrici in opposizione all’inumano miserabilmente spacciato per scientifico. Il percorso è iniziato con la cura e la riabilitazione dei pazienti e la valorizzazione del potenziale comunicativo e relazionale del personale dell’Ospedale Psichiatrico, persone che coraggiosamente hanno messo in gioco la loro umanità. Invece che comportarsi come anodini “operatori” che svolgevano passivamente i loro compiti, protetti dalla mortifera routine istituzionale, hanno costruito modalità di cura e di rapporto con i pazienti fino ad allora inedite, tese cioè alla comprensione, all’avvicinamento e al riconoscimento di senso delle problematiche aperte dalla sofferenza psichica.

Il secondo valore consiste nella grande attualità di queste fotografie che, attraverso l’originale, talvolta durissima, altre volte dolcissima rappresentazione di figure, mimiche, posture, ma anche di avvenimenti, contesti, ambienti, ci fanno toccare con gli occhi che è possibile confrontarsi con il diverso e smascherare i muri mentali oggi ancora presenti anche dopo avere abbattuto le antiche mura del manicomio. Esse costituiscono l’irrinunciabile punto di partenza di un lungo viaggio che, attraverso le diverse immagini del folle e della follia, ci offre uno spaccato dei cambiamenti culturali, scientifici, sociali e politici che hanno caratterizzato il nostro Paese negli ultimi sessant’anni. Le riflessioni sulle tematiche della cura negli attuali servizi di salute mentale, a cui le foto ci obbligano, sono il naturale prosieguo di quelle avviate nei luoghi asilari chiusi e alienanti del passato. Esse riguardano lo stare in contatto con persone non più considerate oggetti di terapie impersonali e distanzianti, le cui storie sono state dimenticate, rimosse, annullate dall’istituzione manicomiale, ma donne e uomini diventati soggetti da comprendere, da accompagnare, da sostenere nella relazione terapeutica. I loro volti, le loro espressioni mimiche e gestuali vengono sottratte all’anonimato per diventare maschere di passioni, sentimenti, intenzioni, affetti, emozioni, progetti.

L’apertura al nuovo, all’esterno, all’ignoto è una conquista e non un apriori ideologico e questo vale non solo per i pazienti, ma anche per i curanti, che devono imparare a dotarsi di un linguaggio nuovo, appropriato a descrivere quello spazio intermedio tra relazione comune e relazione specializzata, la relazione dello “stare con”, difficilmente regolamentabile, perché sempre sospesa tra la spontaneità dellincontro umano e lintenzionalità di un assetto terapeutico. Se il lavoro terapeutico e riabilitativo non produce modificazioni significative nella rappresentazione di sé, del proprio corpo, delle proprie abilità, se non contiene le angosce collegate alla tolleranza delle frustrazioni che ogni processo di apprendimento, conoscenza e, quindi, cambiamento necessariamente comporta, se non promuove interesse e desiderio, se non modifica linguaggi il più delle volte consunti e inadeguati a descrivere, a rappresentare la ricchezza sostanziale di situazioni nuove e non inseribili in contesti conoscitivi già posseduti, ogni apertura può diventare una deresponsabilizzante e perniciosa fuga in avanti che espone il ricoverato a grandi rischi di risposte pseudoprotettive come il ritorno a un mondo onnipotentemente autistico e a conseguenti condotte di rifiuto della realtà esterna. La riabilitazione rischia di trasformarsi in unoperazione ideologicamente inutile perché sottrae alle dimensioni del fare, dellagire, dello sperimentare nel cimento con il mondo esterno lo spessore simbolico e rappresentazionale necessario per passare dallautomaticità allautenticità in un percorso che, attraverso il recupero e la costruzione di elementi di pensabilità, porti alla narrabilità dei vissuti e delle esperienze.

L’immagine fotografica si propone qui come un linguaggio immediatamente teso favorire la comprensione del senso e della natura della sofferenza psichica e il coinvolgimento di chi l’avvicina. Il fotografo per compiere l’atto del fotografare, deve poter uscire fuori di sé e creare un collegamento tra il suo mondo interiore, le rappresentazioni di quest’ultimo e ciò che lo circonda. È importante, quindi, considerare la dinamica “dentro-fuori” che attraversa il fotografo, che con la sua silenziosa umanità porta parti di sé all’esterno. La fotografia assume, pertanto, una valenza di medium tra la realtà fisica e la realtà psicologica, è un ponte tra interno ed esterno dove l’esterno viene introiettato e trasformato sulla base dell’interiorità del fotografo. Secondo Henri Cartier-Bresson, fotografare è un modo di vivere, è dare spazio e corpo ad un’immagine interiore. La fotografia con i suoi frammentari ed evocativi elementi, rispecchia il modo in cui la memoria umana lavora. Il fermo immagine fotografico corrisponde dunque alla possibilità di fermare un’immagine psichica, di metterla in risalto ed in rilievo, di darle profondità.

Raymond Depardon, Gianni Berengo-Gardin e Ferdinando Scianna, grazie alla loro disposizione empatica, intuiscono, riconoscono, rappresentano, conservano l’attimo di unespressione per poi riprodurla, per ricrearla e consegnarla a noi così da permetterci, attraverso quegli sguardi, quelle smorfie, quegli atteggiamenti rubati all’abitudine, alla ripetitività nel tempo, di entrare in contatto con loro, di esprimere e, perché no, di identificarci, proiettando in essi le nostre emozioni grazie al medium fotografico. Questa operazione di memoria, resa possibile attraverso la produzione di istantanee di esistenza non stereotipate, consente di fermare e conservare momenti della vita che sarebbero stati considerati insignificanti, transeunti, cancellati dal fluire del tempo, e che invece permettono scorci osservativi e percezioni della realtà tanto inusuali quanto dirompenti e chiarificatori di inimmaginabili parti o aspetti della persona, di profondi vissuti a volte non ancora elaborati, in statu nascendi.

I tre fotografi fanno diventare Storia quanto è avvenuto nei manicomi e protagonisti della Storia con la S maiuscola quelle donne e quegli uomini che fino a quel momento erano oggetti passivi, inanimati, perduti, resi inerti e insignificanti dallo sguardo oggettivante dell’istituzione. La pièce che ci propongono in alcuni momenti appare sgraziata, per niente seduttiva, anzi disturbante, capace, però, restituirci attori di un ricco, vivido, anche se non lineare processo di trasformazione socio-assistenziale. Gli aspetti narrativi arricchiscono gli intenti di denuncia, proponendo nuove combinazioni, nuove scene con l’esibizione di aspetti di sé, espressioni mimiche e atteggiamenti posturali assolutamente originali.

La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sull’ala del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto scattata l’altro ieri”, scrive Italo Calvino in L’avventura di un fotografo[2]. Queste fotografie tengono conto di questo rischio, ma il racconto per immagini non diventa mai nostalgico e consolatorio, anzi talvolta è sferzante e stilisticamente violento come la violenza che descrive. Queste fotografie non concedono nulla a una visione voyeuristicamente seduttiva, intrusivamente edulcorata e ci conducono in un percorso esistenziale, ma anche tecnico, teorico e socio-culturale che parte dalle viscere più profonde del manicomio, dai suoi interni più bui e maleodoranti e si dipana attraverso una serie di stazioni intermedie costituite dai faticosi tentativi di cambiamento, dai balbettanti iniziali bisogni di apertura, dalle spinte via via più impetuose verso l’esterno. Queste fasi intermedie hanno permesso la costruzione, al posto del claustrofobico spazio manicomiale, di uno spazio aperto e ventilato, l’agorà di un quotidiano illuminato di senso e di relazioni. Se nella storia della psichiatria ciò che era collettivo diventava privato e ciò che era intimo e individuale diventava pubblica, anonima e uniforme generalizzazione, queste fotografie vogliono inserire nei vitali contesti di comunicazione collettiva i sorrisi, i distacchi. le meraviglie, le smorfie che disegnano le soggettività dei volti, in un intreccio pubblico-privato, soggettivo-oggettivo, individuale-collettivo che possa dare il senso delle trasformazioni in atto e rappresentarle.

Le fotografie in bianco e nero ritraggono espressioni di volta in volta attente, curiose, sbadate, concentrate, disinteressate, allegre, distese, tristi, ruvide, aperte, mosse, chiuse, fisse, comprensibili, imperscrutabili. In esse troviamo persone sole e persone in compagnia, ospiti, operatori che tutti insieme costituiscono lo spaccato di unumanità finalmente comunicante pur mantenendo le differenti singolarità. Le donne e gli uomini fotografati non perdono la loro ineludibile eccentricità, non si spogliano della loro radicale diversità, non scimmiottano i conformistici atteggiamenti di coloro che vengono etichettati come normali, anzi ribadiscono con ostinazione la propria unicità, nonostante l’istituzione e l’uso massiccio di psicofarmaci abbiano attentato senza requie alla loro originalità. Queste fotografie testimoniano la transizione dal vecchio al nuovo, mostrando accanto alle figure della socialità anche quelle dellautismo e della catatonia; i muri scrostati restano scrostati, le inadempienze storiche non vengono dimenticate, né magicamente cancellate, anzi vengono riproposte attraverso lo stridore fra un contenitore sempre più incapace di contenere un contenuto sempre più ricco di sostanza emotiva, di potenzialità relazionali e comunicative, come si evince dalle espressioni fotografate in alcuni momenti così piene di gioia, di passione, di entusiasmo. In una fase storica come quella attuale, così difficile e a rischio di involuzione per le strutture della salute mentale, ritrovare e valorizzare le salde radici di un mutamento scientifico e culturale che tentazioni biologistiche di ritorno tendono a mettere in secondo piano, se non addirittura ad avversare, può essere uno stimolo per dare un senso terapeutico e riabilitativo più incisivo al lavoro psichiatrico dell’oggi.

I volti fotografati, le immagini delle posture, danno forte la sensazione delle contraddizioni che hanno attraversato la storia sommersa dei manicomi. Su quei volti, in quelle posture permane il segno di un dolore antico, della cronica mancanza di cura, dellabbandono relazionale spesso contrabbandato come interesse per via degli eccessivi e disordinati interventi farmacologici. Quegli stessi volti di donne e uomini sono, però, animati da una luce nuova che ne rinvigorisce la mimica, che dà tono e consistenza alle espressioni interiori, la tristezza, la solitudine, ma anche la gioia, l’entusiasmo, la partecipazione. La fotografia inizialmente usata in psichiatria a scopo identificatorio, quindi a scopo diagnostico[3], viene nell’epoca basagliana messa a disposizione della denuncia delle inumane condizioni di vita manicomiale, diventando testimonianza viva di un complesso processo di cambiamento interiore ed esteriore.

Tutto è in quei visi e in quei gesti, che disegnano la complessità del lavoro terapeutico e socio-riabilitativo; una complessità che evidenzia quanto è stato fatto, quanto non è stato fatto e il tanto che cè ancora da fare per dare ai pazienti uno statuto di uomini liberi non solo sulla carta, ma nella concretezza delloperatività quotidiana fatta di piccoli, ma irrinunciabili risultati. Ai visitatori  dell’esposizione resta il compito di comprendere il senso del difficile e tortuoso tragitto di cura proposto, ma anche di valorizzare il loro interesse, la loro attenta curiosità nell’osservazione di immagini fotografiche ora gioiose, ora sofferte, tutte però capaci di diventare una preziosa chiave d’accesso ai diversi tragitti esistenziali, ai vissuti profondi e alle dinamiche che li sottendono e di fissare indelebilmente negli occhi, nella mente e nel cuore i momenti significativi di una faticosa ma emozionante esperienza condivisa.

In occasione dell’esposizione “Franco Basaglia. Dove gli occhi non arrivano” a cura di Marco Minuz. Fotografie di Raymond Depardon, Gianni Berengo-Gardin e Ferdinando Scianna. Gorizia, Capitale europea della cultura 2025.

cosimoschinaia.it – cosimo.schinaia@gmail.com

 

[1] Italo Calvino, Lezioni americane, Einaudi, Torino, 1988.

[2] Italo Calvino (1970), L’avventura di un fotografo, in Gli amori difficili, Mondadori, Milano, 2016.

[3] Cosimo Schinaia. (2025). “Chiaroscuri. Sui rapporti tra fotografia e psichiatria”. In Marco Minuz (a cura di), Franco Basaglia. Dove gli occhi non arrivano. Fotografie di Gianni Berengo Gardin, Raymond Depardon e Ferdinando Scianna. Catalogo della mostra, Gorizia (pp. 26-43). Suazes, Pordenone, 2025.

 

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021-” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

3.5 2 Voti
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
1 Comment
Oldest
Newest Most Voted
Paolo Fradeani
Paolo Fradeani
1 mese fa

Vite incubate nell’angoscia di un dolore che rimane invisibile agli occhi del proprio corpo e che queste straordinarie apparenze fotografate risaltano. Testimoniano vita, grazie al disegno di ognuna di quelle anime nascenti che impressionano la pellicola, lasciando trasparire sentieri trasandati, disperati, sapienti ed eroici. E ognuna di quelle solitudini, resterà aggrappata alla vita come tenaci fili d’erba. Splendenti esistenze.

error: Content is protected !!
1
0
Lascia un commentox