Psicoanalisi delle marginalità

Filippo che non cerca casa ma vuole essere cercato

(ovvero: la funzione creativa della discussione clinica di gruppo)[1]

di

Giuseppe Riefolo

 

 

“è una gioia nascondersi… allo stesso tempo essi sentono

un intenso bisogno di essere cercati, di non essere

trascurati, che non li si lasci scomparire”

(Winnicott, 1963, Ogden, 2022, 55)

 

 

Nascondersi e presentarsi

Filippo ha 51 anni e da circa 10 vive per strada.  La sua storia la portano Paolo,  Alice ed Elisa,  colleghi di una struttura di accoglienza a Roma attivata da alcuni mesi. Si presentano come una struttura di “accoglienza per soggetti Senza Dimora”. Da subito il gruppo si sintonizza su un progetto che è ancora sospeso. Si chiedono informazioni sulla struttura di accoglienza: perché quel nome? Che tipo di operatori? Dà assistenza h24? Nella presentazione di Paolo  c’è parallelamente l’eco di queste stesse domande. Si scopre piano piano durante la discussione che Filippo, senza che si sapesse all’ingresso, ha un serio problema di tossicodipendenza (TD) che gli ha procurato anche alcuni procedimenti penali. Ma non ha le caratteristiche tipiche di TD. Anche gli operatori della struttura – come oggi noi nel gruppo di discussione clinica – ne vogliono sapere di più: all’accoglienza, di lui non si sapeva nulla…  Lui “ha vergogna” di farsi vedere in quelle condizioni dal figlio con cui non si incontra da circa un anno. Gli operatori riportano il suo comportamento “manipolatorio”, ma al tempo stesso di buona partecipazione alla vita del gruppo della residenza. Una moglie che non vede da oltre 15 anni e forse un fratello. Soprattutto sorprende che nella struttura ci sia curiosità verso di lui: lo stanno gradualmente conoscendo e, casualmente: ogni tanto emerge qualcosa di lui. Si ha timore a poter essere troppo indagatori… paura di essere intrusivi.

Nella discussione di oggi piano piano ci si autorizza a saperne di più e ci si chiede se si possa contattare il figlio… magari la moglie… il fratello. In questo percorso di graduale recupero di una rete affettiva di appartenenza, Paolo ci comunica che proprio pochi minuti prima del collegamento on-line per la nostra discussione è “comparso” un avvocato che chiedeva di Filippo perché non riesce a rintracciarlo.  L’avvocato sembra conoscerlo da tempo… ha seguito tutti i suoi percorsi giudiziari. Ora sta cercando di comunicargli di un obbligo di firma che lo riguarda a seguito di un processo. Il figlio e l’avvocato sembrano personaggi che segnalano un interesse verso Filippo mentre inizialmente, anche nella nostra discussione, Filippo fosse arrivato come un soggetto scaricato in quella residenza perché non c’era altro posto e in quella residenza nessuno si era preoccupato di capire se ci fossero particolari caratteristiche di accoglienza per lui. Ciò che si sa di lui, quando arriva nella residenza (e quando oggi iniziamo la discussione…), è che  tutti quelli che lo hanno incontrato in passato  pare abbiano dichiarato che non vogliono più saperne nulla di lui. Però il figlio fino a qualche anno fa, mentre era in carcere, pare l’andasse a trovare… Del fratello non sappiano neanche se esista davvero.  Paolo, Alice ed Elisa ci comunicano che Filippo da tempo ha perso i documenti e il cellulare: non fa nulla per poterli ottenere e, non avere la Carta di Identità (CI), non gli permette di avere sussidi e senza telefono non può essere rintracciato! Si riflette e ci si sorprende che oggi veniamo a conoscere che, senza che lui lo sappia, esiste un avvocato che lo cerca e si occupa di lui ed un figlio che ti viene a trovare quando sei in carcere e tu non lo hai mai chiamato!

Essere cercati

 Un primo intervento di Laura, una operatrice di un servizio di Torino, suggerisce  che ci si potrebbe concentrare sulla possibilità di aiutarlo ad avere la CI al fine di farlo accedere a soluzioni di sostegno anche economico e magari la possibilità di una casa. Poi Beatrice, anche lei di Torino, ma da un altro servizio, suggerisce di concentrarsi sul problema della TD e, quindi, sulla “riduzione del danno”: avere incontri costanti durante i quali  presentargli i rischi della sua dipendenza. Paolo sottolinea come, nella struttura che lo ospita attualmente, alla fine, ci si occupa già di “riduzione del danno”, ma evidentemente forse è una posizione ancora troppo generica, mentre il gruppo suggerisce di concentrarsi in modo più specifico sul tema della TD. Vito, che lavora presso un servizio di Genova, chiede “quale sia la domanda” che, alla fine, Filippo porta: in cosa voglia essere aiutato. Riportando proprie esperienze nel servizio in cui opera, Vito suggerisce che forse sarebbe utile attivare incontri fra i vari servizi e persone che conoscono Filippo in modo da evitare la frammentazione e restituire a Filippo un quadro più complesso delle proprie relazioni e del possibile percorso che può essere organizzato coinvolgendo i vari servizi che ora, forse proprio su sollecitazione attiva di Filippo, intervengono in modo magari frammentato e stanno cercando contatti.

Si conviene che gradualmente Filippo, nella discussione del gruppo, stia chiedendo di avere una propria identità, magari anche “brutta”, di cui vergognarsi, ma in questo caso, la “vergogna” rappresenterebbe una modalità di presentarsi e di poter essere soggetto di interesse per qualcuno rispetto a cui, magari potersi anche vergognare, ma finalmente essere visto. Vito sembra suggerire l’importanza che possa esistere un gruppo e, quindi, una funzione che si assuma il compito di mettere insieme i vari pezzi che Filippo dissemina come identità fragile e sospesa di Sé.

Quella che all’inizio poteva apparirci come comportamento manipolatorio e di scarsa affidabilità da parte di Filippo, secondo questo vertice può essere ora colta come domanda – ora possibile per l’esistenza di un dispositivo (il gruppo affettivo del contesto che ti accoglie…) – che possa mettere insieme la tua identità fragile e frammentata. Per Filippo, evidentemente, una identità ben organizzata (avere una moglie, figli, lavoro…) deve essere sentita insostenibile. Quindi la vita per strada è la sola che ti permette di tenerne insieme, per quanto in modo fragile, i pezzi. Questa funzione coesiva (ovvero: quella sensazione che curiamo costantemente e che ci fa sentire vivi…) possibile solo attraverso la frammentazione e, magari, attraverso l’uso di sostanze, va rispettata perché – ci piaccia o meno – ha la funzione di “tenere insieme i pezzi” piuttosto che essere considerata come elementi patologici da eliminare per forza.

Roberto che partecipa da Termoli sottolinea che il servizio, di recente costituzione, che accoglie Filippo sembra condividere con lui la precarietà e il bisogno di identità. Paolo che con Alice ed Elisa portano il caso, concordano con questa posizione riconoscendo che, davvero, in questi mesi la loro fatica è di cercare modalità più precise di intervento e la possibilità di individuare più precisi obiettivi e metodi di lavoro all’interno della loro residenza che funziona da solo pochi mesi e che, dopo qualche settimana ha sùbito esaurito i posti di accoglienza perché la domanda di assistenza aspecifica è troppo pressante!

E’ possibile, quindi, cogliere come, probabilmente, Filippo seppur in modo frammentario e fragile, sembra individuare un possibile progetto di “casa” da cui concretamente sembra fuggire, ma che altrettanto concretamente sembra evocare attraverso la vergogna di essere incontrato dal figlio. Ci si incuriosisce della sua capacità di sentire positivamente l’accoglienza nella struttura e persino il tentativo di riproporre, all’interno della cornice della comunità di accoglienza, in modalità altamente fragile, una nuova relazione di coppia con un’altra ospite. Questo progetto per alcuni del gruppo sembra evocare da parte di Filippo ancora  un progetto “casa” e quindi nel gruppo si immaginano percorsi Housing First,  ovvero la casa come dispositivo coesivo prima che come obiettivo: la “casa” che può darti identità e organizzare i pezzi che faticosamente cerchi di tenere insieme per sostenere la tua fragile identità. Il gruppo si sintonizza, quindi, col faticoso tentativo di Filippo di cercare elementi coesivi capaci di restituire una continuità del senso di Sé. Quindi la TD, la perdita dei documenti e del cellulare sono a protezione della fragile struttura del Sé che l’attuale accoglienza nella comunità di residenza riesce, ora a permettere.

Infine: nuovi luoghi

A questo punto è interessante che Paolo,  Alice ed Elisa, gli operatori che lavorano con Filippo, ci descrivono la loro struttura. Ci appare, quindi una grande casa con cucina e ampio salone dove ci si incontra e si passano molte ore della giornata. Il posto è fuori del centro di Roma, ma è gradevole con ampi spazi all’esterno ed è prossimo ad una folta vegetazione. Poi ci viene descritta la vita all’interno di questo casale. Scopriamo che Filippo un tempo ha lavorato come cameriere, per quanto ora non potrebbe più farlo perché ha esiti di frattura ad un polso, appena operato e gravi schiacciamenti vertebrali per cui è costretto ad usare le stampelle. Però aiuta gli altri in cucina. Poi altri ospiti si  assumono il compito di tagliare i i capelli a chi ne ha bisogno e in alcune stanze c’è qualcuno che si incarica di rifare il letto all’altro con cui condivide la stanza.

Ci si saluta in un clima dove finalmente l’iniziale posto anonimo che accoglieva Filippo, che da pochi mesi sta cercando di darsi una più precisa fisionomia e definendo una maggiore funzione rispetto alla generica utenza dell’emarginazione della città di Roma,  ci viene presentato finalmente come un posto accogliente e bello. Lasciamo Filippo in un luogo dove, nonostante le fragilità fisiche, sia possibile immaginare di “ritornare a fare il cameriere” e prendersi cura di quelli che vivono con te. Lasciamo la struttura di accoglienza che può presentarsi accogliente e bella mentre all’inizio della nostra discussione prevaleva la vergogna e la fatica di poter essere riconosciuti fragili….

 

“senza il riconoscimento da parte di un’altra persona

siamo alla deriva; non possiamo sapere chi siamo

quando siamo in uno stato di completo isolamento”

(Ogden, 2022, 56)

 

 

[1] Ci riferiamo ad incontri mensili, che procedono on-line da alcuni anni a cura di Area 95 e SMES-Italia, il giovedì dalle 14.00-16.00, accessibili a tutti gli operatori (e non…) che si occupano di marginalità estrema con problematiche psicopatologiche gravi: https://www.instagram.com/p/DJooq3oM7NY/

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