Mick e Salvatore a Londra e Roma parlano la stessa lingua
Di
Daniela Novarino, Giuseppe Riefolo
Mick
Si può imparare anche dai social. Mi trovavo a Londra e cercando un indirizzo della zona sono finita sul social del quartiere e ho cominciato a leggere… chi regalava mobili causa trasloco, chi cercava un idraulico affidabile, chi un asilo per la bambina. E poi una fotografia di un uomo, dall’aspetto homeless… Con sotto un messaggio: “Mick- che non vediamo da alcuni giorni nel suo luogo abituale- si è trasferito all’angolo di via xxx, ringrazia tutti coloro che han chiesto di lui e li rassicura di essere in buone condizioni di salute!”
Non so se questo piccolo gesto di umanità ovvero il prendersi cura sia una comune espressione del popolo inglese, così poco incline a giudicare il prossimo. Comunque un piccolo gesto che mi ha molto commosso.
Salvatore
Un’altra occasione, alcuni anni fa, questa volta a Roma. Salvatore si era insediato fra i guard-rail dove corso Francia si incrocia con l’Olimpica ed una complanare che porta giù dall’Olimpica a Corso Francia. Aveva ricavato due ambienti. L’ingresso con un piccolo tavolo ed una poltrona e poi, in fondo una tenda dove dormiva. Ci era stato segnalato dalla Sala Operativa Sociale che su sollecitazione del “Nucleo Decoro Urbano” (!) sempre del comune di Roma annunciava uno prossimo sgombero. Noi del Centro di Salute Mentale eravamo chiamati a presiedere allo sgombero. Salvatore aveva modi gentili e lo trovavo che, inforcati gli occhiali, sembrava leggesse il giornale di non so quanto tempo fa! Mi porgeva una sedia e qualche volta, se era verso pranzo, mi offriva qualcosa da mangiare presa dal vicino McDonald. Io declinavo l’invito, ma lui che ne intuiva i motivi provava a rassicurarmi: “è roba buona, dottore! Io non prendo gli scarti! Loro mi fanno un piccolo pacco di roba buona che, magari gli avanza!”. Non ce la sentivamo di partecipare ad uno sgombero “per il decoro urbano” che evidentemente non richiedeva la partecipazione di nessuno psichiatra! Accadde che lo sgombero semplicemente – come spesso accade – spostò di qualche centinaio di metri la “fissa dimora” di Salvatore, ma come per Mick alcuni abitanti della zona (ricordo soprattutto un magistrato…) presentarono un esposto al commissariato perché a loro parere era stato effettuato un atto di violenza verso un soggetto che, evidentemente, non creava problemi. A differenza di Mick, Salvatore non “dialogava attivamente” con gli abitanti della zona, ma con loro aveva organizzato un rapporto sincretico che il “decoro Urbano” aveva incrinato segnalandone l’integrazione silenziosa e decorosa di Salvatore che aveva recintato perfettamente il suo territorio e non interferiva con lo spazio di nessuno. Semmai se andavi a trovarlo ti offriva una sedia e, magari, apriva per te una scatola di pollini di McDonald. Peraltro, il nuovo spazio dove Salvatore andò poi ad insediarsi, risultava davvero problematico, perché si trattava di un angolo in un piccolo parco molto frequentato da abitanti del quartiere senza più i confini dei guard-rail.
Il vuoto della dimora che non c’è più
Daniela, a Londra ha incrociato una storia di incredibile e leggera umanità di dialogo fra uno che non ha dimora e altri che, dalla loro dimora, lo vedono andar via lasciando vuoto un luogo dove era implicito trovarlo. Salvatore, costretto a spostarsi, lascia un vuoto nel piccolo spazio lasciato da strade che si incrociano. La caratteristica comune ai due casi è la leggera, ma solida integrazione di “soggetti marginali” in un contesto che non ne prevede la presenza. Ma il contesto ha dinamiche ricche e complesse e, spesso riesce ad integrare elementi estranei. Ovvio che questa integrazione, magari è l’esito di negazione di un problema e, non è detto che i buoni cittadini di Londra o Corso Francia, sul piano delle motivazioni inconsce, siano meno “aggressivi” di quelli che ti cacciano per tutelare il “decoro” del posto in cui vivono! Siamo psicologi e queste cose le conosciamo bene. E’ ovvio che Salvatore non abbia fatto una scelta “volontaria” ma che si era insediato in una terra sospesa dove può sopravvivere scendendo a patti con la propria paranoia. Il problema che Mick e Salvatore pongono, a Londra come a Roma, ad un certo punto diventa sociale e comporta possibili modalità di funzione dei servizi. Si tratta di organizzarsi per poter usare e curare in modo sano e intelligente (decoroso?) questo potenziale di integrazione che va all’incontrario con la espulsione. Sul piano dinamico possono essere lo stesso fenomeno, ma sul piano concreto e di “economia degli interventi” risultano estremamente differenti: da un lato la continua espulsione senza un preciso luogo dove poter accogliere Salvatore, dall’altro la preoccupazione che Mick sente da parte degli abitanti che non lo vedono più all’angolo di via XX. Occupare un preciso angolo di una strada o collocarsi all’incrocio di vie tanto trafficate è evidente che segnala il progetto di essere finalmente visti, ma essere visti dovrebbe attivare un processo di dialogo con il contesto dove si possa cogliere la domanda implicita che evidentemente può essere portata solo in modo concreto ed agito. Il dialogo dovrebbe comportare l’accoglienza e la cura rispettando la capacità di Mick e Salvatore di aver individuato la marginalità non come luogo di esclusione, ma come isola di sopravvivenza soprattutto psicologica. In questa linea, non pensiamo si debba colludere con le soluzioni di Salvatore, ma la soluzione non può essere di confondere il decoro con l’espulsione violenta del problema! Soprattutto Mick suggerisce che lo spazio di accoglienza può essere ampliato e può arricchirsi di complessità: più personaggi che attraversano il tuo deserto; poi la curiosità, poi gli avvicinamenti, poi gli scambi… Uno spazio dove Salvatore ci tiene rigorosamente fuori, ma noi possiamo chiedere di entrarci per conoscere che il cibo che McDonald gli offre è buono, ma che lui prima che essere cacciato da quel posto, potrebbe avere un posto dove poter salvare e (magari, come poi è accaduto…) recuperare il senso vivo della “soluzione della marginalità”.
P.S. Siamo curiosi di seguire il dialogo – in inglese – fra Mick e gli abitanti di via XX. Intanto possiamo immaginare che qualcuno, non tollerando il vuoto di quell’angolo, possa andarlo a trovare nella nuova dimora. Salvatore, prima che si mettesse in atto l’ennesimo sgombero, è stato ricoverato per qualche giorno al SPDC del S. Filippo e poi in una clinica convenzionata dove la madre e la sorella, da Torino, sono venute per due volte a fargli visita. La prima volta, la clinica su nostra sollecitazione, gli ha concesso “un permesso” e lui dopo tanti anni ha passato una notte con la sorella e la madre in una pensione. Noi abbiamo insistito che non tornasse, ora, con loro a Torino, ma che potesse essere, poi, un’altra occasione. La seconda volta Salvatore è ripartito con loro. Nessuno di noi avrebbe scommesso che non sarebbe più tornato a riempire il vuoto lasciato a corso Francia. Sono passati alcuni anni e per fortuna ci eravamo sbagliati. Come per Mick, quelli che hanno fatto l’esposto al commissariato sanno che a corso Francia non c’è un vuoto e, pur non vedendolo più fra i guard-rail, sanno dove trovarlo…
“Nessuna muraglia… servì mai ad alcunché. I barbari iniziavano a galoppare
lungo il muro. Quando finiva, ci giravano intorno ed invadevano la Cina”
(Baricco, La Repubblica, 2006)













