Yanush che non fa rumore
Yanush è nato in Croazia nel 1975.
E’ un Senza Dimora con problemi psichiatrici. A Roma da almeno 15 anni, si muove tra Museo Napoleonico, Ara Pacis, lungotevere Marzio, via di Monte Brianzo.
Accetta cibo, sigarette, coperte, ringrazia sempre, molto educato, ma parla pochissimo; qualche volta risponde a domande, e in queste poche volte ci ha detto di avere una sorella e una mamma in Croazia. Ricorda i nostri nomi.
Non è invisibile. Chiunque lo incontri per la prima volta lo segnala a qualcuno, nel vederlo cosi abbandonato.
Si muove al centro di Roma, probabilmente anche perché è vicino al Pontificio Collegio Croato e alla chiesa di san Girolamo dei Croati. L’esperienza ci insegna che muoversi al centro di Roma significa mettersi in evidenza, una modalità raffinata di nascondersi perché se sei visto, nessuno verrà a cercarti.
E’ conosciuto e seguito dal CSM di via Palestro, e dall’unità mobile della SOS che lo incontra costantemente ed è grazie al loro servizio che ogni tanto lo troviamo più pulito (per settimane in giro con i pantaloni che gli cadono quasi a terra e cammina cercando di tenerli su con la mano).
Sappiamo che ci sono stati negli anni diversi interventi dei servizi per aiutarlo. Anche attraverso TSO, che però, come abbiamo sperimentato tante volte, se non programmato in un progetto più ampio, riporta i nostri amici alla loro “fissa dimora” in strada, che per Yanush, è il centro storico di Roma.
Sappiamo che le proposte di accoglienza in strutture residenziali sono state da lui rifiutate. Sappiamo che è stata contattata la madre, purtroppo anche lei con problemi psichiatrici, e nonostante la collaborazione anche con l’ambasciata croata, non è stato possibile finora trovare una struttura in Croazia disposta a seguirlo poi nella terapia.
Quindi, a differenza di altri casi di cui ci siamo occupati, non è stato possibile un “ricongiungimento” e bisogna occuparsi di una “accoglienza” che lui, evidentemente reclama complessa e che tocca molti servizi.
Considerate le condizioni molto difficili in cui vive, e i disturbi anche fisici (polmonari, internistici…) che presenta, sin da prima del Covid si è parlato di un intervento che coinvolgesse nell’insieme servizi ospedalieri, di accoglienza sanitaria (psichiatrica) e servizi sociali, anche attraverso TSO e ricovero poi in una casa di cura.
Finora questi progetti però si sono bloccati e, per motivi diversi, spesso a seguito di difficoltà di organizzazione fra servizi, ci si è fermati. Indubbiamente la complessità della situazione richiede una collaborazione molto articolata tra i vari servizi; ma senza questa collaborazione stretta, sulla strada di aiuto per Yanush si incontrano facilmente ostacoli e blocchi di varia natura, come è successo finora con i numerosi tentativi rimasti però sospesi.
Oggi non sappiamo se ci sono progetti per Yanush. Presso il Centro di Salute Mentale di via Palestro, un gruppo di operatori che si occupa di SD con gravi problematiche psichiatriche, sta cercando di programmare un intervento fra circa due mesi. Ovviamente noi lo speriamo e saremo sicuramente contenti di partecipare a questo intervento
Oramai la sua domanda di aiuto ha assunto caratteri non più solo comportamentali, ma violentemente somatici: è sempre più magro, cammina con difficoltà, ha caviglie e piedi gonfi, e nelle ultime settimane muove poco e male il braccio sinistro.
E’ in una condizione di alta pericolosità per se stesso, ma non per gli altri. Per la estrema gravità fisica è una persona molto visibile, ma essendo una persona tranquilla, non dà fastidio a nessuno, non fa “rumore”, non attira attenzione particolare, e per quanto possa essere tristemente orribile riconoscerlo, “ci si abitua” a vederlo cosi, anche se ci sta morendo sotto gli occhi.
Questa segnalazione non vuole essere l’ennesima nota per lamentarsi o accusare altri di cose che dovremmo affrontare noi, ma come membri della comunità di sant’Egidio e poi come collaboratori SMES-Italia vogliamo fare tutto il possibile, e anche di più, perché si attivi un percorso che possa dire a Yanush che una strada per riprendere a vivere c’è, che può essere finalmente “riconosciuto” e ascoltato nel codice della propria domanda di aiuto.
Questa segnalazione vuole sostenere un dialogo, tra tutti i servizi, per interventi coordinati, perché solo se coordinati e in rete questi interventi possono riattivare un processo da tempo sospeso e che, altrimenti, potrebbe chiudersi con la tipica evidenza del “senza dimora che non ce l’ha fatta”, perso nelle strade affollate di una metropoli.
Monica Bovi
Comunità di S. Egidio
SMES-Italia














Cara Monica, per un momento mi hai riportato alla mia gioventù, in Ancona, anni 80, da noi viveva una persona con identiche caratteristiche e problematiche, per tutti ” Umbertino” detto anche “passo lungo” per il suo modo di camminare.Dormiva in strada, raccoglieva le cicche da terra, ogni tanto beveva un bicchiere di vino ( ma l’alcol non era il suo problema o la sua patologia) nessuno sapeva provenienza o storia di questo uomo che divenne un simbolo dei senza tetto anconetani. E come tale, accolto da tutta la città attraverso le diverse organizzazioni e amministrazioni che, rispettando le sue scelte ed esigenze, si preoccupava di garantire quella assistenza sociale e sanitaria che ha permesso adUmberto di vivere degnamente . Poi ho saputo che quando è deceduto molti cittadini hanno partecipato al funerale. La leggenda dice che fosse di origini nobili e erede di una cospicua fortuna. Una cosa è certa, grazie alla rete di solidarietà , ha vissuto la sua vita nel rispetto e l’affetto di tutti.