Psicoanalisi delle marginalità

Joseph che se ne va

Una triste notizia.  Il 4 dicembre presso l’ospedale romano di Cristo Re, dove era ricoverato da fine estate, Joseph Compaore è morto. Era arrivato in Italia dal Burkina Faso nel 1978 perché aveva vinto una borsa di studio come miglior studente del Burkina e loro lo mandavano in Italia a Padova a studiare medicina. Ovvio che si tratta di un enorme ipoteca sul suo ritorno con cui lui parte e per cui lascia la famiglia numerosa, gli amici e le donne che si erano affacciate nella sua vita. A Padova il percorso diventa insostenibile e, nonostante provi almeno a frequentare un corso di infermiere, il processo si incrina definitivamente. Passerà circa 10 anni presso l’area cani del parco al laghetto che è sotto l’Olimpica di Roma. Poi l’incontro con un gruppo di volontari e il rientro nella vita fino ad essere ospite del Centro don Calabria a Boccea e cominciare a pensare al rientro in Burkina dove, da poco è morta la madre e a famiglia che cresce.

Ovvio che ci tocca anche morire, ma lui si era ripreso perfettamente ed è morto perché era 41° nella lista per una struttura riabilitativa e in ospedale, per motivi burocratici, non è stato possibile far accettare l’intervento di un fisioterapista che avremmo pagato noi (anzi: lui con i soldi accumulati per la pensione di invalidità…)! Alla fine è morto perché non riusciva più ad alzarsi dal letto. Purtroppo da almeno due mesi che si era ripreso dal problema respiratorio io, Monica e Filippo sapevamo l’esito di questo ricovero dove non succedeva più nulla per lui! Comunque almeno gli ultimi 12 anni Joseph era rientrato nella vita ma penso che non era adesso che doveva andarsene. Ci fa male.

Giuseppe Riefolo

Un’ultima lettera.

JOSEPH

Joseph è arrivato in Italia dal Burkina Faso nel 1978, per studiare medicina a Padova, grazie ad una borsa di studio, quell’anno risultò tra i 10 migliori del Burkina, ci ha raccontato la sorella.

Dopo qualche anno si blocca all’esame di fisiologia e perde la borsa di studio, e da lì, comincia a perdersi anche Joseph.

Inizialmente si guadagna da vivere suonando e cantando nei locali, lavora in una conceria in Veneto, poi va in Puglia per la raccolta di frutta. Qui subisce una aggressione molto violenta che lo porta in ospedale e da qui perdiamo le sue tracce, fin quando lo troviamo nel parco di Tor di Quinto, durante il servizio di strada con la comunità di Sant’Egidio.

Nel parco viveva dentro una trincea di giornali, scatolette vuote che utilizzava come posacenere, coperto solo da un telo, in tutte le stagioni e a qualsiasi temperatura. Non chiedeva mai nulla, e parlava pochissimo. Accettava solo cibo e sigarette, la sua grande passione insieme al caffè. Sempre molto educato, si limitava a risposte cortesi: grazie si, grazie no. Soprattutto grazie no. Anche le famose insistenze di Filippo risultavano vane con lui. Dopo anni di vicinanza, insistenza, e amicizia, il rapporto è piano piano cresciuto, e ha cominciato, lentamente, a conversare, ridere, e ad accettare finalmente, anche coperte e vestiti.

Ma nessuna tenda, perché non può nascondersi al cielo, ci dice, e cosi anche durante la famosa nevicata del 2012 lui sorridente e sommerso nella neve, e noi a tremare, ma di paura, perché non riuscivamo a spostarlo da li.

Sempre nel 2012 incontriamo il dottor Riefolo e i suoi collaboratori del CSM, e ci uniamo insieme ad altre associazioni alla sua proposta di intervento sui senza fissa dimora con problemi psichiatrici. Insieme accompagniamo Joseph a quella che sarà ancora una nuova vita, dopo un primo passaggio in ospedale e casa di cura, sarà accolto dalla suore di madre Teresa di Calcutta prima e dal don Calabria poi, e questa diventerà la sua fissa dimora, la sua casa, dove riprenderà a suonare la chitarra, a fare le collane, a preparare le pizze, lavare i piatti, fotografare…e i suoi no si riducono drasticamente, viene ai nostri pranzi, viviamo insieme momenti prima impensabili: con Joseph abbiamo girato un cortometraggio dal titolo “Essere Joseph”  e abbiamo anche partecipato ad un concorso.

In questo periodo riusciamo a mettere in contatto Joseph con la sua famiglia, prima sua sorella Noelie e poi suo fratello Theodore, saranno nostri ospiti per trascorrere un po’ di tempo con il fratello Joseph, che non vedevano da 30 anni circa. Joseph parlerà a telefono con sua mamma novantenne dopo 30 anni di silenzio, durante i quali la famiglia pensava fosse morto.

Joseph è sinonimo di eleganza

A cominciare dal suo italiano, elegante ed antico o, per dirla con le sue parole, un italiano desueto.

Una eleganza regale, in tutto, nel portamento, nel modo di sedere su una panchina, di suonare la chitarra, di camminare, elegante nel respingere un invito, di girare le almeno due bustine di zucchero nel caffè, elegante nei gesti rapidi di togliere il filtro dalla sigaretta, nel modo di formare la sigaretta col tabacco, ed elegante nel tenerla tra le dita.

Elegante e colto

Ha una fissazione per lo studio. Per sé e soprattutto per i piccoli di casa, ha più volte litigato con suo fratello maggiore quando i soldi che inviava non venivano utilizzati per lo studio dei piccoli.

E’ arrivato in Italia per studiare e migliorare le condizioni della sua famiglia e del Burkina, e questi obiettivi per Joseph passavano attraverso lo studio e la cultura

Elegante, colto e buono, di una bontà disarmante. Joseph ha avuto una vita dura, molto dura, e sofferta, nello spirito e nel corpo, si è sentito buttato fuori da tutto, come sapeva spiegare bene lui stesso: “ho sperimentato tutto sulla pelle cosa significa essere Joseph, ora sono fuori dal gioco”.

Questa durezza della vita non ha scalfito il suo cuore, non era capace di provare rancore, si ritirava nel suo mondo, si autoimponeva mille divieti, e restava buono, e non ti spiegavi perché

Cosi come è difficile spiegare come riuscisse a suscitare in chiunque lo incontrasse la sensazione di aver incontrato un angelo, una persona speciale che vola sempre qualche metro più su, e tu resti sotto piantato a terra. E infatti un nostro caro amico ai tempi di tor di quinto lo chiamava l’angelo che vive in giardino.

Elegante, colto, buono, e generatore di amore

Questo il dono più grande che ho ricevuto, che tutti noi qui abbiamo ricevuto

Joseph non aveva nulla, e aveva tutto l’amore del mondo, che elargiva con naturalezza, non per consapevole generosità, ma perché lui aveva davvero dentro il senso della gratuità, di amare e basta, senza misura e senza corrispettivi. Il suo sorriso scioglieva

E l’amore è contagioso, per questo chiunque si avvicinasse alla sua orbita, ne restava inondato e anche un po’ sorpreso, e non poteva non restituirlo e metterlo in circolo

Grazie Joseph, ci hai insegnato tu ad amarti e ad amare.

E’ stata una grazia e un privilegio averti incontrato e aver vissuto con te un pezzo delle nostre vite.

Ora siamo in un unico fiume di lacrime, col cuore spezzato, è dura separarsi da te, ma ti pensiamo nell’abbraccio del Signore, nel Suo regno di beatitudine e pace, dove ti ha riservato il posto che qui hai faticato a cercare, e dove il dolore e l’affanno che hai vissuto qui, sono vinti per sempre.

Sei arrivato in Italia per studiare e migliorare le condizioni della tua famiglia e del Burkina, e uno di questi sogni lo hai realizzato, con i tuoi risparmi potrai aiutare moltissimo la tua famiglia in Burkina.

Sei nelle nostre vite, profondamente, indelebilmente nelle nostre vite.

In quel cielo al quale non ti potevi nascondere, ora sei tra le stelle più splendenti, sei la nostra stella più brillante.

Resta nei nostri abbracci Joseph, con tutto l’amore del mondo

Monica Bovi

Comunità di S. Egidio

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Tito
Tito
1 anno fa

Ringrazio Giuseppe Riefolo, Monica Bovi e tutte le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi che si sono impegnati per Joseph; per un possibile futuro medico morto contaminato dal marcio di uno dei Paesi più ricchi del mondo che aumenta stipendi ai parlamentari che gettano danaro pubblico in luoghi di emarginazione di migranti – vuoti come la nostra assistenza sanitaria pubblica, quella educativa scolastica, quella etica, cercando di svuotarci l’anima che è sana solo se solidale. Mandiamo scritto e commenti ai giornali che ancora possano parlare e denunciare, alle amiche e amici collaboratori di P&S don Mussie Zerai, Marco Revelli, Massimo Cacciari, Maria Novella De Luca, Sarantis Thanopulos e molte e molti altri e chiediamo loro di commentare, scrivere e dire. Lo psichiatra accademico Marco Lombardo Radice nel 1985 chiamò tale scempio “Casi impossibili” e fu pasolinianamente quanto mai preveggente. Ciao Joseph, tu tra le persone meravigliose perse nella nebbia di guerra di Stati dalla democrazia degenerata.

CARLA VITALE
CARLA VITALE
1 anno fa
Reply to  Tito

Una storia straziante,

CARLA VITALE
CARLA VITALE
1 anno fa
Reply to  CARLA VITALE

Una storia straziante. Joseph e’ venuto in Italia con il solo desiderio di migliorare la sua condizione, formarsi con una professione, cambiare il proprio destino.
” Elegante, colto, generatore dii amore” ha sapientemente messo in gioco le sue carte per farsi amare e accettare. Ma, purtroppo, non basta avere un comportamento educato, un atteggiamento sottilmente seduttivo, una complicita’ sociale volta al bisogno di essere accettato e capito nella falsa ricchezza di una superiorita’ culturale. La frattura tra la societa’ del benessere economico e i paesi poveri non concede dialogo, avvicinamento. Noi qui, belli, ricchi e di successo e voi altrove per non essere turbatii nelle nostre menzoniere certezze. Siamo tutti perdenti

Maria Ida
Maria Ida
1 anno fa

Non conoscevo questa persona, ma per come descrivi la sua storia fatta di sogni irrealizzati…
mi viene tanta tristezza..
i sogni e i desideri sono i motori più potenti della vita, ma ai motori occorre la benzina che si configura nell’amore, nelle occasioni e nella solidarietà, ma come in questo caso a volte non basta… ci si può perdere.
Cercano di assopirci, di mortificare la vitalità, ma ancora ci resta la parola e la scrittura. Ciao Joseph, ciao sconosciuto, non sei rimasto solo un numero o uno tra i tanti ma sei tornato a essere persona visibile…

andres
andres
1 anno fa

no,non riesco a scrivere….leggendo queste righe, scritte da Umani, provo dentro di me un tale conflitto di sentimenti che il caos, mi annienta.
Rimango fermo,basito, addolorato di fronte a un fatto che forse per questa sterile società è solo la banale morte di un migrante, ma che per me rappresenta l’immagine dei tanti Joseph accolti in questi anni,dei tanti Joseph ai quali ho cercato di condurre lontano dalla cruda e cinica ” accoglienza” italiana.Non credo alla fortuna e alla sfortuna,men che meno al merito per propria volontà, questi uomini rappresentano il fallimento umano della nostra società occidentale. Chi in questi testi ha scritto di te, caro Joseph,ha reso onore a tutti i Joseph che hanno avuto il coraggio di tentare una vita migliore per sé e per i suoi cari.Ovunque tu sia,grazie…

antonella
antonella
1 anno fa

una bella storia di integrazione, di amore e di umanità che si infrange contro un Sistema Sanitario che sta andando alla deriva, Joseph potrebbe essere il nome di tutti coloro che non hanno fatto in tempo per la propria salvezza. E’ tempo di fermare tutto questo. Personalmente faccio parte ci un Comitato regionale piemontese che propone di fare azioni più energiche, in difesa della nostra salute che è poi sinonimo di uguaglianza. Non dobbiamo cadere nell’assuefazione e rivendichiamo il potere e il diritto dell’indignazione

Debora Baldini
Debora Baldini
1 anno fa

Non conoscevo Joseph Campaore anche se di Joseph ne ho conosciuti tanti nel mio lavoro, partiti da inferni simili con l’idea che all’orizzonte ottico ci fosse qualcosa di meglio. L’dea tanto illusoria quanto diffusa che al di là del varco, nello spazio sognato dove tutto diventa possibile, si potesse costruire il risarcimento. Ma le colonne d’Ercole per chi nasce dalla parte sbagliata della terra, si aprono al contrario e in questo inevitabile gioco di specchi Joseph ritrova quello da cui è partito, stavolta però è da solo, senza villaggio né famiglia. E allora succede che ci si ammali e che si sia costretti a scegliere una dimensione meno agghiacciante, molto più calda, come la terra da cui è partito. Non conoscevo Joseph, la sua sofferenza e la curiosità di aprirsi alla conoscenza e allo studio, la sua eleganza e la mitezza di carattere, ma posso fare mio il detto africano ” quando muore un uomo è come se bruciasse una biblioteca”. Ecco, questa volta, invece, facciamo in modo che non bruci

Daniela Scotto di Fasano
Daniela Scotto di Fasano
1 anno fa

Mai perdonare, mai dimenticare: come crescere umani?

 

Yaguine Koïta e Fodé Tounkara

«Lunedì 28 luglio 1999. Yaguine Koïta, 15 anni, e Fodé Tounkara, 14 anni, viaggiano da Conakry, capitale della Guinea, a Bruxelles, nascosti nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus A 330 della compagnia belga Sabena.» (Ruchat, 2006, p. 66).

«Luglio 1999. Con diverse paia di pantaloni infilati l’uno sull’altro, maglioni, giacche e berretti, Yaguine Koïta e Fodé Tounkara nel vano del carrello di atterraggio non possono parlare. Hanno sandali ai piedi.» (Ruchat, 2006, pp. 67-68).

«Lunedì 28 luglio 1999. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara. Il vano del carrello di atterraggio non è pressurizzato. Ad altitudine di crociera la temperatura oscilla tra i meno cinquanta e i meno cinquantacinque gradi.» (Ruchat, 2006, p. 68).

«Luglio 1999. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara nella carlinga. Forse muoiono per il freddo. O forse di anossia, un calo dell’ossigeno distribuito dal sangue nei tessuti.» (ibidem).

«Fine Luglio 1999. I corpi di Yaguine Koïta e Fodé Tounkara vengono ritrovati solo qualche giorno dopo da un tecnico che deve verificare il carrello del jet all’aeroporto di Bruxelles. Yaguine stringe una lettera nella mano destra.» (ibidem).

«Nella lettera Yaguine Koïta, 15 anni, e Fodé Tounkara, 14 anni, morti lunedi 28 luglio 1999 nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus della compagnia belga Sabena, ringraziano l’Occidente, si considerano fortunati, dicono, fossero tutti fortunati come noi i bambini dell’Africa.»(Ruchat, 2006, p. 69).

 

Cantava Charles Aznavour: «Questi bambini han l’età di un bambino che bambino non è/ Hanno un viso da grandi che non chiede e non sa». 

 

Racconta Zimat, del suo bambino di quattro anni, morto tra le sue braccia accanto alle sorelline Amal e Mona: «Prima di morire mi ha detto: “Mamma, vieni pure tu, ti porto da papà”»(Gentile, 2013, p. 33). 

Racconta una bimba: «Ho visto mamma senza metà viso, papà con il cervello di fuori e un buco nella coscia, la moglie di uno dei fratelli senza schiena, uno dei figli senza mano, una zia con la testa spaccata in due. Altri senza viso. Pezzi di carne sparsi. La mia famiglia era diventata una macelleria.» (Gentile, 2013, pp. 34-35). 

«Yaser, dieci anni, se ne sta seduto zitto zitto, sguardo serio, occhi bassi, il suo corpicino è tutto raggomitolato, se potesse scomparirebbe. “La guerra lo ha ridotto così” racconta la mamma, “non vuole parlare con nessuno, se ne sta per conto suo, a scuola è timido, a casa è violento, senza apparente ragione aggredisce all’improvviso le sue sorelle. La sera, quando va via la luce, urla, piange. Quando lo vedo chiuso, silenzioso, assente, gli parlo. Lui non mi risponde, la sua mente è lontana”» (Gentile, 2013, p. 37).

 

Never forgive, never forget

Mai perdonare, mai dimenticare, recita una lapide in una piazza di Nablus. Una frase volta ad alimentare la “memoria del rancore” (Kancyper, 2000) per sempre, dal momento che essa anestetizza il dolore e permette di vivere all’insegna del diniego e della apparente insensibilità emotiva. Concentrarsi, infatti sul bisogno di vendetta, protegge il soggetto dal bisogno di sperare, cioè dall’inconscio desiderio di essere strappato via dalla condizione disperata in cui si precipita ogni volta che emerge dentro di sé la memoria dei traumi vissuti (Biondo, 2012), dal momento che chi ha subìto una ferita all’origine (Cancrini, Biondo, 2012) «deve difendere se stesso anche dalla speranza perché sa per esperienza che il dolore di perdere reiteratamente la speranza è insopportabile» (Winnicott, 1963).

 

Mai perdonare, mai dimenticare, una frase agghiacciante, che i bambini di Nablus hanno interiorizzato e fatto propria nel corso della loro crescita.

Bambini e adolescenti privi di domani. Basta non pensare a loro come a bambini e adolescenti.

Tra le mille infanzie derubate d’infanzia, i bambini di Gaza (ma potrebbero essere i bambini siriani, i bambini deportati nei campi di sterminio, i bambini spariti nelle foibe, le baby prostitute di Roma diffusamente narrate dai media nell’ultimo scorcio del 2013) sono bambini in bilico, costretti a vivere in condizioni di forzata precarietà, privati dell’infanzia stessa, padri dei loro padri, al cui sostentamento devono provvedere, madri delle loro madri, alla cui disperazione devono sopperire. […] Bambini dai cui cieli sono piovute bombe, che li hanno resi tutti senza mare, […] molti senza case e senza scuole, troppi senza genitori e senza parenti, un buon numero senza gambe o senza braccia, alcuni senza cuore, o, meglio, col cuore soffocato dal risentimento: “mai perdonare, mai dimenticare” […] Ma la terra che sacrifica i bambini è […] una terra senza geografia, dal momento che quella di Gaza, e non solo Gaza, è una striscia mentale, un off-limitsmorale, una colonna d’Ercole che preserva, e perciò assolve, la nostra anima (Parsi, 2013, pp. 15,19). 

Basta non pensare ai bambini come tali; e non pensare che della loro sorte siamo anche noi, in qualche misura, responsabili.

Ne consegue che ci rendiamo raramente conto del fatto (e quando questo avviene la consapevolezza è estremamente superficiale) che gli esseri umani contemporanei possono – con scarsa coscienza di farlo – danneggiare il “futuro” assieme al “presente”, designando le “popolazioni future” come, per così dire, “vittime mai nate”,

In effetti, oggi sembriamo non occuparci minimamente del mondo che lasciamo alle generazioni future, come se fossimo ignari del fatto che siamo parte di una comunità, anche quella del futuro.

 

Bibliografia

Biondo D., 2012, Una ferita all’origine, in Cancrini T., Biondo D., 2012, a cura di, Una ferita all’origine. Trattamento psicoanalitico del bambino traumatizzato, Borla, Roma.

Gentile C., Bambini all’inferno, Milano: Salani

Kancyper L., 2000, “La memoria del rancore e la memoria del dolore”, «Psiche», VIII, 2, pp. 101-108

Parsi M.R., 2013, “Prefazione”, in Gentile C., Bambini all’inferno, Milano: Salani

Ruchat A., 2006, Geografia senza fiume, Pasian di Prato (Udine): Campanotto Editore

Winnicott D.W., 1963-1974, “The fear of breakdown”, «Intern. Rev. of Psychoanal» 1

Serena Morabito
Serena Morabito
1 anno fa

Non conoscevo questo angelo e purtroppo non lo conoscerò mai. Provo rabbia per una vita non vista, per una vita non valorizzata. Non riesco a dire altro. Un abbraccio a chi lo ha conosciuto e amato. Un sorriso a te caro Joseph.

Arianna Salerno
Arianna Salerno
1 anno fa

“Il desiderio migra, è una migrazione. Non c’è migrazione senza desiderio, la migrazione nasce da un progetto, che poi abbandona e tradisce. La sua libertà è la determinazione della vaghezza: i migranti sono il pensiero affettivo della Terra. Noi, la ragione, ci opponiamo con tutte le nostre forze. La ragione perde, ma costella di morti le sue rive.” (Bompiani, 2024 p. 26)
La storia di Joseph fa male all’anima. Pensare all’impegno ed alla promessa di una vita migliore, all’investimento fatto dal suo Paese su di lui ed a quanto il nostro, di Paese, non abbia saputo accogliere e preservare un così prezioso dono.
Le vicende della vita di quest’uomo riempiono la mente e ci confrontano nuovamente con la pochezza della nostra società della “ragione” che perde, ma miete vittime innocenti. Come in un bassorilievo la nostra povertà culturale e sociale non può che esaltare la grandezza di quest’uomo: una storia di riscatto dalla solitudine che diventa rinascita e, conseguentemente, mano tesa agli altri, i suoi fratelli ed i piccoli di casa a cui permette ciò che gli è stato negato, la possibilità di studiare ed accedere a una vita migliore.
Non conoscevo Joseph, ma arriva nelle parole di chi lo ha incontrato, curato ed accompagnato un profondo senso di affetto e gratitudine, per questo fa male pensare che non si sia potuto far nulla per aiutare un uomo tanto elegante, autentico e generoso.

Citazione tratta da
Bompiani G., Thanopulos S., 2024, Il pensiero affettivo, Feltrinelli

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