L’abbraccio
L’ABBRACCIO
di Andrés Pietkiewicz
“Qué bien nos vendría un abrazo
que nos acomode un poco.
Que nos haga ver que no estamos tan solos,
ní tan locos,
ní tan rotos.”
(Mario Benedetti)
Front-office
Settembre 2025, all’ufficio Consulenza Profughi di Caritas si presenta Omar.
L’ufficio di Consulenza Profughi in teoria dovrebbe essere un luogo dove vengono effettuate consulenze relative ai documenti necessari per avanzare la richiesta di protezione internazionale da parte di cittadini extraeuropei. Un lavoro complesso che richiede operatori specificamente preparati ad interpretare ogni singolo caso. In sostanza vi sono due fasi: il primo approccio gestito dal front office, una prima analisi della situazione e poi la delega ai colleghi consulenti per gli approfondimenti del caso.
Detto così sembrerebbe un ufficio provinciale preposto a una funzione determinata. Ma ho avuto il privilegio di osservare il reale funzionamento di questo girone dantesco.
Mi sono trovato proprio al front office a prestare azione di volontariato civile e ho avuto un punto di osservazione che mi ha permesso di seguire l’agire del personale preposto e di ascoltare ogni singolo caso. Ho assistito a smarrimento, dolore, ansia, paura, incredulità, rabbia, rancore, raramente sollievo, tensione, ancora più raramente felicità.
La capacità di interpretare già dal primo sguardo cosa prova chi è aldilà del bancone del front office è frutto di una continua formazione e supervisione, anni di esperienza, un particolare vissuto, ma, soprattutto, di una innata vocazione nell’andare incontro all’altro. I principali strumenti di lavoro sono il sorriso nello sguardo, l’attento ascolto, l’empatia e il trasferimento di sicurezza verso chi ha panico dell’ignoto.
Panico, perché ovviamente chi arriva alla Consulenza Profughi ha già percorso un cammino che inizia dalla speranza e dalla sopravvivenza e transita su dolori, umiliazioni, violenze, paure, incertezze, disperazione, fino ad approdare finalmente al luogo che significa il probabile inizio di una nuova vita. Non tutti arrivano, non tutti sono consapevoli che da qui inizia il calvario di affrontare rifiuto, disumanità, razzismo, l’accusa di essere poveri in terre fatte per i ricchi.
Non arrivano soltanto uomini singoli sconfitti, arrivano donne provate, famiglie esauste con minori spaventati, madri angosciate e padri disperati, e tutto ciò che chi ancora si sente umano vorrebbe proteggere e rassicurare. Questo è ciò che viene fatto al primo approccio: far sentire il calore dell’umanità a chi ha provato il gelo dell’indifferenza.
Gli operatori identificano, coordinano le azioni da farsi, inviano ai consulenti.
I consulenti sono un’eccellenza nella conoscenza di ciò che regola il sistema di accoglienza relativo ai richiedenti asilo. Indirizzano verso i servizi, verificano le documentazioni, stabiliscono i criteri di presentazione delle domande di asilo, ascoltano le loro storie con il prezioso aiuto di mediatori culturali. Storie che saranno poi riportate alla commissione che giudicherà la loro domanda di protezione, storie che quasi tutto vogliono dimenticare e che far riaffiorare richiede una sensibilità così intensa che potrei paragonarla a quella di chi suona uno strumento musicale, attenti ad ogni sillaba che viene pronunciata dall’utente come il musicista cura ogni nota emessa.
Tutte queste azioni vengono svolte in un caos assoluto, frutto della quantità di utenti da soddisfare, dal vociare dei bambini che corrono in lungo e in largo per gli uffici, da una babele di lingue che ad ascoltarle sembrano prodotto di un’orchestra che esegue una stonata sinfonia. Ma tutto procede e temo che se fosse diverso non funzionerebbe. Eppure, in questo caos, si trova il momento di fare una carezza a un bimbo, di dare un biscotto o un succo, di fornire prodotti di igienici di prima necessità, di regalare un sorriso, di fare una telefonata per risolvere ciò che per altri servizi è stato impossibile, di elargire una piccola offerta a chi non osa chiedere.
Ciò che avete letto, è una doverosa premessa per cercare di far comprendere in che particolare ambiente si sono svolti i fatti che mi avvio a esporre.
Quindi: Omar
Torniamo al giorno in cui si presenta Omar.
E’ di origine nordafricana, Marocco, ma lì per lì l’avevo confuso come un ragazzo della Sicilia dei racconti di Viola Ardone. Ben vestito, pulito, curato, educato, ma perso. Perso in un dolore che traspariva attraverso il suo sguardo. Quando ho incrociato quello sguardo ho sentito un brivido, riuscivo a vedere attraverso, vedevo un abisso, un universo buio, una profonda caverna vuota e fredda, una disperazione struggente. Non c’era più nemmeno traccia di paura, soltanto rinuncia, il vuoto della rassegnazione.
Omar non ha colpito soltanto me, tutti gli operatori del front office hanno sentito il gelo della sua presenza, un allarme, un segnale di qualcosa che andava aldilà dei sentimenti che erano abituati a gestire.
Era già utente da tempo, seguito nel suo percorso di richiesta documenti, erano coscienti della sua fragilità ed erano stati avviati tutti i protocolli per prendersi cura di casi particolarmente fragili. Da tempo non si faceva vedere, si pensava che avesse finalmente trovato una sua strada come tanti, d’altronde il servizio è predisposto per verificare l’idoneità dei documenti, non per sostituirsi ai Servizi Sociali preposti.
La prima ad avvicinarlo è un’operatrice che parla la sua lingua, l’approccio è più quello di una mamma o di una sorella. Prova a parlargli, lui annuisce ma non ascolta. Osservo la scena, non vedo in lui neanche disagio, la sua assenza repelle qualsiasi parola di conforto, anche quelle nella sua lingua pronunciate con il tono amorevole che utilizzerebbe appunto una mamma. Noto la profonda preoccupazione della operatrice, e osservo l’impotenza degli altri.
Omar non vuole più vivere. Vuole lasciarsi morire e da giorni porta avanti questa sua crociata rifiutando il cibo nel centro in cui è accolto. Tra l’altro è ferito, ha provocato con lo sguardo dei tipi poco raccomandabili per farsi picchiare, voleva che lo ammazzassero, ma, a detta sua, purtroppo è intervenuto qualcuno a diffenderlo.
Osservo, so che ci riproverà, lo leggo nel vuoto del suo sguardo.
Infatti ci riprova. Dopo qualche giorno finisce ancora in ospedale, ha provato ancora farsi uccidere da qualcuno, viene da noi perché solo qui riesce almeno ad avere una pausa in questo suo dolore. Parlano con lui, cercano di comprendere, chiamano la sua famiglia in Marocco, chiamano i servizi, assistenti sociali, organizzazioni di accoglienza, centro di salute mentale, viene ricoverato altre due volte, ma il giorno dopo viene a sedersi in un angolo da noi.
Ora davanti ai miei occhi passano tutti i casi vissuti nei centri di accoglienza dove ho lavorato: molti finiti bene, alcuni terminati in tragedia. Non ricordo tutti i nomi, ma vedo tutti i volti. Ripasso mentalmente i testi letti, i seminari a cui ho partecipato, gli Autori che ho studiato e che tanto mi hanno insegnato, i podcast ascoltati. Mi riecheggia in testa la voce di un mio caro amico psicoanalista romano “l’anima Andres, l’anima, devi sentire l’anima!”. Ripercorro tutto ciò che mi aveva colpito ripassando assieme a mia moglie i seminari sui grandi studiosi della psiche, le serate trascorse in terrazzo dove ascoltavo parlare Daniele, Rita e Maria Rosa, e mi chiedo cosa avrebbero fatto loro. E mi torna in mente il mio amico, “l’anima Andres, cerca l’anima”.
Lui è lì, seduto oltre quel bancone, solo nella sua solitudine. Mi avvicino, prendo la sua mano, lo invito ad alzarsi, mi guarda, forse pensa che è arrivata l’ennesima ambulanza a prenderlo e voglio accompagnarlo all’uscita come altre volte, si tira su lentamente, faticosamente, è in piedi davanti a me, lo abbraccio, lo abbraccio forte, non parliamo, non lo lascio, sento che si affloscia. Non si rilassa, si affloscia. Non lo lascio, sussulta, piange, piango anche io. Rimaniamo abbracciati non so per quanto tempo.
Ho trovato l’anima.
Nessuno ha il coraggio di muoversi, avevano già chiamato l’ambulanza che arriva, lo accompagno e lo aiuto a salire, mi sorride, finalmente.
Continuità…
Passano i giorni, lo rivedo, la buia profondità dei suoi occhi ha lasciato spazio a una timida luce che brilla, brilla di vita. Mi viene incontro, in silenzio, si avvicina, vuole che lo abbracci ancora. Forse una conferma che non era stato un miraggio, un’illusione. Le nostre anime tornano ad incontrarsi (che sia questo il controtransfert di cui tanto ho sentito parlare ma che non ho mai realmente compreso?)
Passano ancora giorni, mi assento dalla Consulenza Profughi per un banale intervento ospedaliero. Ricevo un messaggio WhatsApp da Omar, mi chiede che fine io abbia fatto, che non mi ha più visto in ufficio. Lo tranquillizzo e prometto che ci rivedremo presto. Lo incontro per caso, mi sorride, mi stringe la mano, non ha più bisogno del mio abbraccio. Sono felice e, senza darlo a vedere, commosso.
Dopo alcuni giorni mi arriva un altro messaggio WhatsApp, lo riporto nella sua integrità:
Sai una cosa?
Mi hai aiutato come un padre
Davvero, non mi sarei mai aspettato tutto quello che hai fatto per me…
Ma sinceramente mi hai salvato.
Sei stato come il mio dottore, mi hai curato per davvero.
Ti voglio un mondo di bene
Si Tito, un altro “caso impossibile”, un altro ragazzo indifferente che salverà il mondo… grazie a un abbraccio.














Il testo di Andres Pietkiewicz è molto toccante e riporta alle particolari atmosfere che vengono a crearsi in alcune situazioni e che non sono la norma in situazioni di accoglienza della marginalità in questo caso migratoria. Quindi: ok e grazie per la testimonianza. Il testo comunque mi ripropone il tema molto sottile, a mio parere di distinguere il gesto tecnico dalla posizione “buonista”. Il termine “tecnico” di solito non suona bene, ma per me è fondamentale perché descrive una dimensione di reciprocità asimmetrica. Altrimenti è facile “essere buoni”. Ritengo che nella esperienza di Andres l’incontro sia stato asimmetrico e reciproco: infatti il messaggio di Omar lo riconosce. Quindi ci si chiede: cosa ha funzionato?
Di base, l’accoglienza ha una dimensione di concretezza. Questo è necessario, ma ovviamene non è sufficiente. Il problema che si pone è di come coniugare la dimensione umana attraverso e all’interno del dispositivo tecnico. Si, “tecnico”, perché ritengo si tratti di un’alta competenza ad usare le proprie competenze per mettere in atto “un abbraccio”. E questa volta c’è Omar che, significa anche “tutto il mondo”. Alla fine Omar (ovvero: tutto il mondo!) viene a chiedere integrazione. L’integrazione sociale ci sono le regole e quindi o sei fuori oppure dentro, ma l’integrazione più sottile è quella relazionale che pone una domanda precisa: “c’è posto per la mia vita nel vostro/tuo posto?”
Omar ha provato a risolvere il dolore procurandoselo concretamente e, quindi, facendosi picchiare. Purtroppo sappiamo che un dolore che si vede sul corpo è più tollerabile di un dolore che non si vede da nessuna parte. Cominciamo a vedere che Omar, proprio nel farsi picchiare trova un modo estremo per sopravvivere perché: “qualcuno lo vede ferito”, perchè è esattamente come lui – nel fallimento dell’esperienza migratoria – si sente: “il più impresentabile del mondo!”. Colpisce che “a detta sua, purtroppo è intervenuto qualcuno a difenderlo!”. Le sue soluzioni sono: la inesistenza oppure qualcuno che lo sostenga in un doloroso percorso che lui da solo non può compiere: “solo qui trova una pausa al suo dolore”. Ovvio che Omar per sopravvivere cerca compulsivamente qualcuno che si assuma per lui la “responsabilità del dolore”, ovvero “prova ancora a farsi uccidere”. E’ toccante, a questo punto, che un operatore, Andres, mantenga a memoria tutti i volti di quelli incontrati prima nei centri di accoglienza come quello. Penso che proprio questa memoria rappresenti il primo lavoro psichico che Omar, questa volta solleciti e realizzi attraverso l’incontro con un altro. Qui interviene la mia domanda iniziale. Bisogna che questi Centri di Accoglienza abbiano possibilità (competenza) a poter mantenere a memoria tutti quelli che sono arrivati prima di Omar, perché ora Omar è tutti loro, altrimenti Omar è solo!. Infatti, non a caso, si comincia a riconnettere i fili strappati della tela portata da Omar: si chiamano i parenti, si sollecitano servizi. Questo passaggio a mio parere è cruciale. Secondo un registro sociologico o peggio ancora “buonista” bisogna farlo perché Omar è un poveraccio bisognoso. Ovvio che questa posizione buonista può solo (spesso accade…) cronicizzare e spegnere il bisogno. Ad Omar si possono dare “cose” che lo aiutino a sopravvivere facendolo soffrire meno. Altra cosa è che si individui una posizione “tecnica” (nel senso che richiede competenze) capace di riattivare in Omar processi sospesi (io direi: dissociati) magari a seguito del fallimento della esperienza migratoria. Quindi prima che “dare cose di sopravvivenza” è importante che Omar sia sostenuto nella ripresa di un processo sospeso. Questo vuol dire recuperare i nessi relazionali ed affettivi che lui ha dissociato. Forse il senso dell’abbraccio fra Andres e Omar significa questo: due persone che condividono le emozioni vive. La cosa importante, se ci pensiamo, è che ad Omar questa volta non è stato dato nulla di concreto e soprattutto nulla che lo descrivesse poveraccio, ma è accaduta la condivisione di qualcosa di vivo che rimane anche se parti. Andres si assenta per un intervento e le parti si invertono. Omar vuole rassicurare Andres che l’emozione dell’abbraccio rimane. Ho pensato che con l’abbraccio ti riconnetti con gli affetti da cui sei partito. Sicuramente l’abbraccio ti fa sentire importante per qualcuno che “per casso” trovi nel Centro accoglienza. Ma nel centro accoglienza devi ritrovare casa. Il problema è di come “specializzarsi” nella sottile arte dell’abbraccio. A mio parere bisogna mantenere e curare continuamente un registro di ordine psicologico e relazionale nei contesti di “accoglienza”. Per conto nostro noi ad “Area 95”alla Stazione Termini di Roma lo facciamo attraverso la presenza di figure dell’ordine psicologico nell’accoglienza della domanda e parallelamente attraverso supervisioni on-line, aperte anche ad altri operatori di servizi di accoglienza (“Quelli che non vogliono”). Ovvio che non è la soluzione, ma si tratta di coltivare e curare il registro psicologico e relazionale degli incontri. Sappiamo che gli abbracci sono di tanti tipi e comunicano tante cose…
Leggere questo commento di Giuseppe Riefolo risponde alla domanda che a volte ci facciamo quando sembra che la disperazione altrui ci sovrasta, come uno tsunami: Perchè? Siamo qui, con loro ,per loro, perché il dovere di essere umani ci chiama a farlo. Le parole di Giuseppe sono il balsamo che cura le ferite di questa sofferenza vissuta per altri, sono il compenso più ambito: l’essere riconosciuto come essere umano o almeno come qualcuno che si sforza per esserne all’altezza. Grazie Giuseppe .
Questo articolo mi riporta ad una esperienza fatta, anche nel mio caso, a casa dei popoli della mia città diversi anni fa.
Non posso dimenticare gli sguardi smarriti di chi cercava un luogo ancora prima mentale che fisico o geografico per essere accolto.
Il nostro lavoro è irrorato dalle relazioni che etimologicamente raccontano nel loro significato il bisogno umano di vivere autenticamente a contatto con l’Altro, nonostante l’individualismo sembri un dictat difficile a cui opporsi.
Un caro saluto a Sallo e grazie all’,autore di questo articolo per questa condivisione di esperienza.
Gabriella