Psicoanalisi delle marginalità

John che torna a casa ma nessuno se ne accorge

Di

GIuseppe Riefolo

“rifugio: asilo, riparo, difesa…luogo che offre protezione”

(Cortellazzo, Zolli, 1985)

 Un incontro (scontro?)

E’ stato uno dei motivi per cui al Centro di Salute Mentale di Ponte Milvio, alcuni anni fa,  decidemmo di invertire la posizione di non accoglienza espulsiva di soggetti Senza Dimora non collaborativi in una organizzazione del servizio che ne permettesse l’accoglienza. Non si tratta di essere “buoni”  ma si tratta di essere intelligenti riconoscendo che il dolore mentale se non lo accetti ti si presenterà in altre forme sempre più regredite e urgenti.  Come gli psicoanalisti sanno, il dolore non può essere spento ma, finchè i pazienti te lo permettono, ti interroga. John si era insediato in un’aiuola di Ponte Milvio già dal 2011. Rimaneva giornate intere attorniato da contenitori di Tavernello.  Il contesto quando non sa come risponderti cerca di diluire il tuo dolore  riportandolo ai propri codici e, in questo modo, quel dolore non fa più rumore. Quindi si chiamava Tavernello e questo lo rendeva familiare e, nonostante le condizioni fisiche ed igieniche estremamente degradate e la sua totale incapacità di contatto con chiunque, gli si consegnava un’aiuola in una piazza trafficatissima di macchine e di gente. Il nostro CSM era a pochi passi e, confesso, che anche io riuscivo a “non vederlo” finché qualcuno non venne a lamentarsene perché John dormiva in un giaciglio a fianco al loro Centro Anziani in un giardino della Farnesina. In quei pressi lasciava resti di cibo, cartoni di vino, escrementi che pian piano stavano segnalando un allarme negli anziani del Centro che, anche loro, come tutti, fino a quel momento lo avevano accolto nella loro “cornice”. La mattina presto potevi incontrarlo nel suo giaciglio, prima che andasse a “nascondersi” nell’aiuola di Ponte Milvio. Quando vado a trovarlo accompagnato da Roberto – il signore che lo aveva segnalato – scopro che, nella sua regressione, ha assunto le abitudini del comportamento dei cani che molte persone portano in quel parco: lo trovo che ha appena preso un pezzo di pizza custodita sotto terra!  (Durante il ricovero, qualche tempo dopo, scopriremo che,  per lo stesso motivo, non aveva il controllo degli sfinteri…). Dalle persone che incontrava accettava solo soldi per poi comprare Birre o Tavernello.

Chi sei?

Non abbiamo interesse a liberare le aiuole dai vari Tavernello, ma ora che John ce lo chiede, proviamo a vederlo. Non ha una identità e, solo attraverso una “collaborazione amichevole”, un vigile urbano riesce ad avere accesso al Ministero degli Interni dove risulta essere stato segnalato in Italia per la prima volta a Genova  nell’aprile dell’1986 dalla Polizia Scientifica! Proviene da Akkra, Ghana, e ne conosciamo finalmente il cognome che ne segnala l’appartenenza ad un gruppo etnico molto diffuso. Peraltro, il fatto che per la prima volta sia stato segnalato a Genova, fa  pensare ad un suo arrivo in Italia per nave con regolari documenti di identità. In seguito John verrà segnalato in svariate località  confondendo sempre più la propria identità fino a potersi nascondere definitivamente nella zona di Ponte Milvio. Ovvio che John non può accettare alcuna residenza o ricovero per essere curato! L’eventuale ricovero, peraltro non può che essere un TSO, ovvero: qualcuno che ti prescriva di esistere. Prima del ricovero delineiamo un percorso che dal TSO possa portarlo in una qualche residenza. Andrà in una clinica convenzionata e poi magari nella residenza delle suore di Calcutta al Coelio.  Nonostante le nostre preoccupazioni il TSO risulta estremamente semplice, perché John accetta facilmente di salire sull’ambulanza.  Vi sono difficoltà legali per il ricovero in clinica perché è un clandestino senza residenza. E’ assurdo, ma necessario che – come per l’identità – dobbiamo cavarcela secondo soluzioni “di favore” ai limiti della (anzi: oltre la) legalità. Dalle suore di Calcutta rimane per diversi anni. Di tanto in tanto va via dalla residenza, ma noi sappiamo che torna a Ponte Milvio, che chiama casa, dove recuperare soldi per le birre o il Tavernello. Io, Ermanno (un volontario) e gli operatori della Sala Operativa Sociale (SOS), quando le suore ce lo segnalano sappiamo dove incontrarlo e lui si fa riaccompagnare al Coelio. In questi anni proviamo in tutti i modi di poter saperne di più della sua vita: ci parla di tre sorelle, forse in Inghilterra, ma niente di più e le autorità del Ghana ci dissuadono dall’andare oltre perché non si può sapere nulla della famiglia e “in Ghana starebbe peggio e sicuramente i familiari lo danno per morto!” Intervengono alcuni volontari, poi dei mediatori culturali. Un volontario è ghanese e riesce a parlarci, ma dobbiamo accettare che rimanga sospeso nella terra dei clandestini forse per sempre. Una suora di Santa Teresa di Calcutta ci parla di una residenza ad Akkra dei Fratelli di S. Teresa, ma poi anche su suo suggerimento si accetta che quella soluzione sarebbe peggiore di come John vive ora seppur da clandestino. Arriva il Covid ed è difficile andarlo a trovare al Coelio. La nuova direttrice della residenza lo legge come un nostro abbandono. Quando con Filippo, un volontario di S. Egidio, andiamo a trovarlo, scopriamo che da alcuni mesi è stato trasferito in Ghana proprio nella residenza che insieme alla precedente direttrice avevamo scartato. La nuova direttrice si era risentita delle nostre assenze e, dovendo risolvere il caso, lo aveva inviato in Ghana. Ci rimprovera molto per “averlo abbandonato”! In realtà è una felice occasione perché, arrivato  in quella residenza del Ghana, ha casualmente incontrato una persona che lo ha riconosciuto e lo ha segnalato ad un fratello ben felice di scoprire che John non era morto! Scopriamo che John aveva ragione quando,  tutte le volte che scappava dalla suore, cercava di andare a casa!

Per quanto io e Filippo siamo risentiti verso la suora di non averci coinvolto, siamo felici della sua “soluzione irritata” che noi non avremmo mai potuto adottare. La suora, ci mostra quindi un video sul suo cellulare dove si celebra una festa in cui vediamo John ballare ed abbracciarsi con tante persone e, in un primo piano con il fratello, saluta nella telecamera!

Quindi?

A partire da John Mensah, un tempo Tavernello, abbiamo incontrato molti altri Senza Dimora che, per sopravvivere psichicamente, non accettano di essere aiutati secondo modalità che a noi possono sembrare risolutive ma che i vari John sentono intrusive e, per questo si nascondono. L’assistenza in questi casi non può essere “normalizzante”, ma chiede soprattutto sintonizzazione ai livelli della grave sofferenza che, nei casi di migranti (sono l’80%  di questo tipo di popolazione…), è dovuta al traumatico fallimento del progetto migratorio. Quindi: i soggetti sono sostanzialmente sani e come tali si salvano insediandosi in una “terra di nessuno”. Le aiuole o le piazze dovrebbero essere luoghi di alta visibilità, ma – secondo una modalità dissociativa raffinata – risultano i luoghi migliori per non essere visti!

Occuparsi attivamente e risolvere il problema dei vari John è anche una soluzione economica: per quanto tempo e a quali costi John sarebbe rimasto a carico di un sistema sanitario e assistenziale che non se ne prendeva cura? I nostri servizi in questi casi estremamente gravi (ricordiamo, però che si tratta di persone sostanzialmente sane!…) si organizzano nella linea della collusione con l’impossibilità di “avere un rifugio”: impossibilità di avere documenti; recuperare una residenza; accedere ai servizi; partecipare a progetti di residenzialità non solo assistenziale e passiva (da tempo collaboriamo a progetti di Housing First che, sul piano delle possibili soluzioni sembra l’uovo di Colombo…). Perché queste soluzioni semplici oltre che economiche non possono essere sostenute ed organizzate secondo modalità strutturate piuttosto che improvvisate e magari irregolari? Perché è così difficile che  i vari servizi, piuttosto che essere autoreferenziali si organizzino in rete?

Rifugio  significa “rifugio: asilo, riparo, difesa…luogo che offre protezione”,  ma può anche essere “refugere”: evitare, fuggire…

*Giuseppe Riefolo, Società Psicoanalitica Italiana, presidente di SMES Italia;  ambulatorio per SD “Area 95” presso Binario 95 di via Marsala 95.

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Domenico Capogrossi
Domenico Capogrossi
1 anno fa

Molto molto bello…Grazie Dr. Riefolo e grazie John per averci “mostrato” come ci si può avvicinare alla sofferenza e ad aspetti primitivi della nostra mente…

Diana
Diana
1 anno fa

È sempre bello leggerti, riflettere e comprendere le difficoltà e le potenzialità che ognuno di loro porta con sé.
Certo sono storie di vita che purtroppo non interessano molto, specialmente a chi invece dovrebbe per ruolo istituzionale interessarsi per trovare soluzioni rispettose.

Emilio
Emilio
1 anno fa

Raccontare la realtà da un altro punto di vista, affacciandosi sul lato oscuro della luna. Grazie

Tommaso Losavio
Tommaso Losavio
1 anno fa

Una bella storia a lieto fine che dimostra come sia possibile trovare risposte anche per situazioni apparentemente disperate utilizzando intelligenza sintonia ed etica del lavoro in salute mentale. Grazie, Pino.

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