Psicoanalisi delle marginalità

La porta girevole degli sgomberi di Senza Dimora a Roma – Giuseppe Riefolo

Di Giuseppe Riefolo

Abstract

Il problema delle persone Senza Dimora, soprattutto nelle città metropolitane diventa progressivamente un problema che sollecita soluzioni che molto spesso sono di ordine evitante. A Roma ci sono oltre 16 mila SD e di questi circa 5-600 presentano gravi problemi psichiatrici per cui non accettano le comuni cure e l’assistenza. Puntualmente intorno a queste persone si muovono in modo scoordinato una serie di servizi dove ciascuno rinvia la soluzione alla competenza di altri. Nella nota si descrive l’assurdità di operazioni di sgombero che, puntualmente risultano inutilmente violente e spostano solo il problema. La proposta sarebbe, prima che di evocare nuovi servizi, la necessità di mettere e tenere in rete i vari servizi già esistenti. Gli sgomberi sono il fallimento di ogni progetto.

 

Era previsto già da qualche settimana e, alla fine mercoledì 20 Giugno, sotto il porticato di piazza dei Cinquecento, si compie lo sgombero dei Senza Dimora (SD) che sono li da tempo. A Roma ci sarebbero circa 16 mila SD e circa5-600 di loro sono persone che, per gravi problematiche psichiatriche, sono inaccessibili alle comuni forme di assistenza, quelle sociali e soprattutto sanitarie. Queste persone, si sentono contenute in contesti molto anonimi perché la loro patologia psichiatrica è consecutiva alla grave esperienza di fallimento del progetto migratorio: evitano posti dove, essere visti, ripropone il trauma. Quindi: il loro progetto di sopravvivenza è l’invisibilità. Sono persone sostanzialmente sane che sono state capaci di affrontare viaggi estremamente pericolosi. Mercoledì i giornali[1] parlano di “una operazione interforze alla presenza di prefetto, questore, comandante dell’arma dei Carabinieri e della Finanza”.  Sedici di loro vengono identificati ed allontanati. Il giorno dopo i carabinieri ci tornano e trovano che uno di loro non vuole andare via, li minaccia con un badile preso da un camion dell’AMA e dà una testata al maresciallo. Ovviamente viene arrestato.

Rulan e il suo poliziotto!

Quello che hanno arrestato dopo un po’ scopriamo che lo conosciamo e “in qualche modo” ce ne occupiamo da tempo. È un nigeriano di 35 anni, di cui avevamo perso i contatti. Per lungo tempo si è nascosto (insediato?) presso il parco della Caffarella dove Carla lo ha segnalato a noi di “Area 95”. Con lei abbiamo cercato di incontrarlo al parco, ma inutilmente, finché non è stato ricoverato, alcuni mesi fa, perché aveva un delirio mistico e, anche per l’alcool, era molto agitato. In ospedale è stato subito meglio. Sono stati contattati i familiari in Nigeria che lo accetterebbero e lui – quando è compensato sul piano psicologico – accetterebbe di ritornare in Nigeria. Sembrerebbe facile, ma il problema è che nel reparto psichiatrico del Policlinico non può rimanere per molto e non è possibile ricoverarlo in una clinica perché non ha documenti e per organizzare il rimpatrio servono alcune settimane sia per i documenti che per permettergli una disintossicazione e un recupero dal delirio. Anche lui è una persona “sana”! Ora accetterebbe dolorosamente di tornare da fallito da dove era partito con progetti che poi rintraccia nel delirio e attraverso l’alcool. Dopo il Policlinico non è possibile trovare collaborazione con altre strutture perché in questi casi nessun servizio ha “la competenza” per occuparsi di Rulan. Lui, semplicemente, chiederebbe un percorso medico e psichiatrico e di assistenza sociale per poter rifare a ritroso il progetto che lo ha visto fallire. Per non rintracciare il fallimento abita uno spazio di fantasmi e i fantasmi li vedi solo quando fanno paura. Quindi, dimesso dal Policlinico si aggrega agli altri SD che sono sotto i portici di piazza dei Cinquecento dove mercoledì gli dicono di andar via. Si, ma dove? La Nigeria forse è un percorso più complicato di un semplice sgombero che, puntualmente si risolve in una porta girevole infinita. La cosa triste è che di quello sgombero e della grave aggressione al maresciallo i giornali, poi, riportano le richieste dei carabinieri che reclamano maggiori “strumenti per la auto-tutela… La pistola sarebbe stata esagerata, mentre … la dotazione del taser sarebbe stata ottimale anche in questo scenario”. La polizia fa bene a rivendicare maggiori tutele e a chiedere “riconoscimento dei ruoli e dei gradi del personale operante” ma quando accade uno sgombero si tratta dell’implicita dichiarazione di fallimento non solo della clinica dell’accoglienza, ma del buon senso e del buon governo. E’ vero che fra 16 homeless ci sono sicuramente delinquenti, ma se fra loro c’è Rulan lo sgombero è come se un medico curasse un suo paziente con la polmonite cacciandolo via dal suo studio. Anche se può sembrare buonista occuparsi di etica e di diritti umani, almeno si riesca ad essere amministratori intelligenti: quanto costa chiamare infinite volte l’ambulanza, e le forze dell’ordine e i costi sociali di bivacchi che si fa finta di non vedere? Ammettiamolo: la sola soluzione che curiamo per questi SD con gravi problemi psichiatrici è che prima o poi possano morire e noi si continui ipocritamente a lamentarsi di non avere posti dove accoglierli. Rulan, prima che di posti dove essere trasferito, chiede una rete di servizi (ce ne sono abbastanza…)  dove non ci sia il rimpallo di competenze ma ciascun servizio abbia chiaro cosa fare e che lo accompagni a recuperare a ritroso il percorso del fallimento, altrimenti lui ci dice che lo ritroveremo sempre lì in un posto dove lui ha fermato il tempo.

Quindi?

Siamo profondamente convinti dell’ipocrisia degli sgomberi che si possono effettuare oggi e che puntualmente risultano solo una porta girevole (violentemente sia per i SD che per le forze dell’ordine…) che acuisce solo il problema. Pensiamo che bisognerebbe cominciare ad organizzare oggi gli sgomberi che si potranno fare fra tre anni, ma nel frattempo ci sia un progetto di organizzazione in rete ai numerosi servizi coinvolti nel campo dell’assistenza ai SD. Per i SD a Roma ci sono gli ostelli, le mense, i volontari, la SOS. Qualche volta è persino possibile ricoverarli in reparti psichiatrici dove disintossicarsi e curarsi; ci sono persino associazioni per la psicoterapia di strada a SD! Il problema è che ognuno di questi servizi fa la sua parte in modo autoreferenziale, ma è proprio Rulan che, un’ennesima volta ci dice che la polizia, il comune, la psichiatria, le associazioni di volontariato e di assistenza costruiscano una rete dove ciascuno faccia la propria piccola parte. I SD hanno la raffinata capacità di dissociare i nessi fra servizi esattamente come loro hanno risolto il grave trauma del fallimento (spesso migratorio…) della propria vita. Come gli psicoanalisti sanno bene, la domanda di questi soggetti, proprio attraverso la presentazione di condizioni spesso gravemente repulsive è di poter recuperare nessi dissociati per sopravvivere alla propria esperienza di fallimento. Il fallimento, però era iniziato da un sogno che ora per Rulan è il delirio di parlare con il suo Dio.

 

[1] Romatoday, 21, giugno 2023, 16.56: “Termini, dopo lo sgombero i controlli: carabinieri minacciati con un badile. Ferito maresciallo”

giusepperiefolo1@gmail.com

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2023- ” – ISBN 978-88-8247-45x-x

Riproduzione riservata

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Andres
Andres
3 anni fa

Purtroppo la situazione è comune a tante, troppe, forse tutte, le città italiane. La ricca Bolzano coincide in tutto e per tutto con l’immagine descritta nell’articolo. Per affrontare il problema, probabilmente si rende necessario creare un corpo di ” Protezione Umanitaria” così come è stato egregiamente sviluppato il Corpo di Protezione Civile.Un Corpo in grado di coordinare gli attori in campo a beneficio di chi è vulnerabile. Semplificando e accellerando i processi che possono essere a beneficio di queste comunità. Una responsabilità civile e nazionale in cui ogni cittadino deve sentirsi partecipe. Ne va del futuro di tutti.Non dimentichiamo mai che chiunque di noi può andare ad alimentare le fila degli “invisibili”.

Silvia Golino
Silvia Golino
3 anni fa

Come affermato qui sopra dal mio compagno di strada Andrés, anche a Bolzano, città sicuramente non metropolitana, l’amministrazione interviene in modo a dir poco “evitante”.
Bolzano è crocevia di flussi umani: di giovani partiti bambini dalla loro terra, di intere famiglie respinte dai paesi del nord Europa, di sans papier ancora alla ricerca, di “dublinati” aggrappati alla loro speranza. Storie di vita che non so se si possa definire “in transito”, perché qui queste persone si arrestano per lunghi periodi, vivendo la condizione dei “senza dimora” o degli “accolti in emergenza” in condizioni da emarginati, indesiderati. Collocati, trasferiti, sgomberati, mai accolti e abbracciati. Il tutto lontano dagli occhi degli abitanti locali e soprattutto lontano dagli occhi dei turisti, che a frotte arricchiscono questa città e il suo territorio montano. 
“Abbiamo avuto il savoir faire di esternalizzare la violenza e la ferocia, così come si fa con le produzioni inquinanti che non vogliamo nei paraggi delle nostre case.” Scrive Maurizio Pagliassotti a proposito di quelli che in politically-correctese noi definiamo “migranti”, ma che lui giustamente definisce “i nostri nemici” (La guerra invisibile. Un viaggio sul fronte dell’odio contro i migranti, Einaudi 2023). Nemici di una guerra interna contro chi non ha trovato un posto e si nasconde da tutti e da se stesso (come i protagonisti dell’articolo che sto commentando); nemici di una guerra esterna e disumana, perpetrata appena al di fuori del nostro confine, alle porte dell’Europa benestante e fortificata. “Lo spettacolo della crudeltà per soddisfare una pulsione di ferocia che il consumismo non riesce più a scaricare sulla natura”, continua Pagliassotti, e qui entriamo nel nostro campo di pensiero e di azione. 
Che il vero “paziente” non sia forse questo sistema perverso, escludente, vendicativo, che centellina crudeltà contro i più fragili e vende illusioni alle maggioranze silenziose?

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