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Essere genitori oggi di figli iperconnessi – Elisabetta Papuzza

Elisabetta Papuzza

 

Abstract

Come sta cambiando la relazione tra genitori e figli in relazione all’iperconnessione, quella nuova dimensione esistenziale in cui i confini tra reale e virtuale, tra online e offline sono ormai labili e liquidi? Quale trasformazione sta subendo la funzione genitoriale, quali nuove competenze? Da “filtro” a “contenitore”: se l’esperienza dell’iperconnessione implica per bambini e adolescenti, nativi digitali, nuove sfide, rischi e competenze, di conseguenza, specularmente, anche la funzione genitoriale richiede una trasformazione.

Jamie è un ragazzino inglese di 13 anni, un giorno all’alba improvvisamente la Polizia irrompe in casa sua e lo dichiara in arresto per omicidio; si trova da quel momento coinvolto in una vicenda di cyberbullismo che stravolgerà la sua vita e quella dei suoi familiari, all’interno di un’esperienza vissuta in un confuso confine tra Internet e la realtà. Jamie è il protagonista di una fortunatissima serie televisiva, in onda in questi giorni su Netflix, Adolescence, che magistralmente racconta non solo la condizione di un adolescente in estrema difficoltà, ma anche quella degli adulti, dei suoi genitori soprattutto, delle loro fragilità e di come la funzione genitoriale sia oggi chiamata a nuove competenze nella relazione con figli iperconnessi.

Non è tuttavia di questo prodotto televisivo che intendo scrivere specificamente, ma lo assumo come spunto per introdurmi nel complesso tema di come stia evolvendo oggi la relazione tra genitori e figli, a partire da questa nuova esperienza relativa all’essere iperconnessi: spesso, nella mia condizione di adulta, in quella terra di mezzo fra giovani e anziani, mi accade di riflettere su come la società stia cambiando, nel tentativo di distinguere fra gli aspetti più fenomenologici, gli “effetti speciali”, e la dimensione più esistenziale; cioè mi chiedo, davanti a quella che il filosofo Luciano Floridi definisce la “quarta rivoluzione” (dopo Cartesio, Darwin e Freud), riferendosi all’esplosione  tecnologica e all’iperconnessione, come sia cambiata la vita delle persone, se il cambiamento sia superficiale, relativo solo agli usi e costumi, oppure sia invece profondo e impatti proprio sul senso di se stessi, sulla visione di società  e di socialità. Nello specifico, dal mio vertice di psicoanalista che si occupa sia di adulti che di bambini e adolescenti, sia anche della relazione genitore – figlio, mi chiedo in tale ambito se e cosa stia cambiando, quale sia la natura di questo complesso rapporto, se l’esperienza dell’infanzia e adolescenza iperconnessa implichi per questi bambini e ragazzi nuove sfide, nuovi rischi, nuove competenze e di conseguenza, specularmente, se anche la funzione genitoriale richieda una trasformazione.

Sempre più mi vado convincendo che l’iperconnessione sia diventata ormai una dimensione esistenziale, per cui è più difficile, e fazioso, soprattutto per bambini e adolescenti, nativi digitali, distinguere fra reale e virtuale, fra online e offline, siamo tutti direttamente “onlife” (Luciano Floridi), un’esperienza dove i confini sono labili, “liquidi”, dove il modello vincente non è più l’intimità, bensì la condivisione intesa più come notorietà che come socialità.

Rifletto sulla funzione di tutti questi dispositivi, smartphone, Ipad, pc, videogiochi, webcam, ecc. e tutte le relative applicazioni, dai Social in poi, rifletto sulla loro maggiore centralità nelle nostre giornate, sulla loro importanza nel gestire la socialità e affettività a distanza, nelle nostre vite di adulti, come in quelle dei giovani. Il rapporto fra le persone e tali devices sta profondamente cambiando: a seguito della loro portabilità, gli strumenti sono piccoli, portatili e convergenti, al punto da rappresentare delle vere e proprie centrali mobili multimediali. Con uno smartphone chiunque può agevolmente parlare al telefono, fotografare, filmare, ascoltare musica e radio, chattare, consultare il web, scambiare contenuti e materiali, ecc. e tutto ciò in qualsiasi momento, mentre si trova ovunque, in quanto i confini spazio-temporali si sono liquefatti. L’esperienza onlife implica appunto interattività: non si è più passivamente esposti a contenuti e stimoli, ma si interagisce continuamente con e attraverso il mezzo, in modo incredibilmente attivo, a partire dalla libera ricerca dei contatti e dei contenuti, alla produzione autonoma di materiale e alla sua condivisione. Fin da piccolissimi è facile apprezzare e approfittare del potere creativo, appunto generativo, dei nuovi media che porta a trasformare gli spettatori di un tempo, in autori di oggi; bambini anche molto piccoli sanno ormai utilizzare un tablet, disegnarvi dentro, creare una musica, un testo, un gioco e via, via, crescendo, sperimentare la connessione; una foto scattata al volo con uno smartphone, oppure una ripresa estemporanea, caricate in rete su un social, possono diventare virali e  fare il giro del mondo alla velocità della luce, alla pari di prodotti più ricercati e definiti come libri o cortometraggi, documentari, video musicali, lavori artistici, ecc., frutto della creatività dei singoli, che con risorse anche molto limitate, riescono ad esprimersi e a condividere le loro creazioni, con gli inevitabili problemi di copyright, attualmente così dibattuti.

Internet con tutte le sue brutture e le sue belle opportunità rappresenta sempre di più il mondo nel quale si è inseriti e costituisce un generatore di realtà (G. Pellizzari, 2017), non più solo uno strumento, ma un ambiente. Se prima ogni tanto ci si connetteva, mentre si era normalmente e costantemente disconnessi, oggi accade l’inverso: talvolta, quando proprio è strettamente necessario (in aereo, a cinema, di notte, ecc.) ci si disconnette (più tecnicamente, che mentalmente) in una condizione esistenziale che appunto è quella dell’essere onlife.

Non esiste più un dentro e un fuori, reale e virtuale, online e offline, fruitore e autore, passivo e attivo: oggi si svolgono entrambi i ruoli, è tutto molto fluido e interattivo. Ce ne siamo accorti chiaramente, e forse anche brutalmente, durante la recente pandemia, quando abbiamo vissuto tutti rinchiusi in casa, come in una bolla, sperimentando la socialità, il lavoro, lo studio, le psicoterapie, lo sport, perfino l’affettività in modo tecnomediato; in quel periodo scolpito nella memoria di noi tutti, così altamente alienante, quasi irreale, la tecnologia ci ha salvato in qualche modo, ci ha permesso di rimanere in contatto, ma ha anche esasperato proprio quella dimensione onlife che rende l’iperconnessione un generatore di realtà, un ambiente, in cui tuttavia non necessariamente si sperimenta un buon contatto affettivo con gli altri.

È ciò che accade a Jamie in Adolescence, quando passa all’azione perpetrando il suo delitto a partire da un’esperienza di vessazione che egli stava subendo, sia interiormente che sui Social, da parte di coetanei conosciuti di persona, come in un andirivieni tra dentro e fuori, tra intrapsichico e interpsichico, tra l’online e l’offline, tra virtuale e reale, tra fantasia e realtà, senza soluzione di continuità, un unico flusso liquido senza confini, senza capacità elaborativa.

Tornando alla nostra quotidianità, per fortuna più semplice e ordinaria, ripenso all’esperienza direi ormai familiare a noi tutti, di dimenticare o smarrire il proprio cellulare, al senso di smarrimento interiore, ma anche di sollievo, al senso di libertà ma anche di scollegamento, all’urgenza di ripristinare la connessione; basti pensare all’esperienza associata al possesso del primo cellulare, vissuta ormai come un rito di iniziazione dalla maggior parte dei giovani. Qualsiasi adulto, a stretto contatto interiore con un bambino, sa bene quanto egli o ella desideri ardentemente il suo primo telefonino, soprattutto se pensa di essere rimasto l’unico, o tra gli ultimi, a non possederne ancora uno, tutto proprio e personale, magari di ultima generazione, ormai stufo di utilizzare  quello del genitore, unicamente se e quando disponibile, per accedere finalmente alla chat di classe su WhatsApp, a cui lui o lei ancora appunto non appartengono, o per giocare, o sentire musica.

Telefonini e computer imperversano nelle rappresentazioni dei miei pazienti bambini nella stanza di analisi, cellulari ovunque, veri, finti, vecchi, in mano a grandi e piccoli nei loro giochi di ruolo, come ad esprimere – penso – sia la possibilità di una connessione che il suo contrario, lo strumento usato per favorire il contatto e ridurre le distanze, ma che al tempo stesso le sottolinea, le evidenzia, e spesso raffigura l’adulto mentalmente impegnato altrove, disconnesso dal qui ed ora per essere altrove.

Quasi come in un rito d’iniziazione sociale – in un’epoca in cui sembra non ne esistano più – attraverso cui sentirsi finalmente parte di un gruppo, quello dei pari, degli amici, dei compagni, ma anche quello del mondo dei grandi, con uno smartphone puoi non solo telefonare e comunicare, ma anche e soprattutto sfruttare la rete, giocare, fotografare, navigare, ascoltare musica, realizzare video, entrare nei Social Network, insomma appartenere ed esistere. Appartenere, cioè, a una realtà percepita come ormai condivisa da chiunque e collocarsi al suo interno, traendone identità e consistenza. Prima di questo momento, quel bambino avrà probabilmente già vissuto le sue prime esperienze tecnologiche, attraverso i videogiochi, su consolle oppure online, i cartoni animati, video, film, attraverso la tv o il tablet o il pc di casa, in modo più o meno autonomo o supervisionato dagli adulti, ma mai come con il cellulare un bambino oggi si sente grande e appartenente. Spesso questo possesso arriva negli ultimi anni della scuola primaria e comunque in coincidenza con la prima forma di autonomia negli spostamenti, più che altro per il bisogno dei genitori di rassicurarsi sulla sicurezza del figlio che così può essere raggiunto in qualsiasi momento.

Anche il bambino sperimenterà in quell’occasione forse la principale funzione del cellulare oggi, una sorta di cordone ombelicale e più in generale uno splendido antidoto contro l’angoscia di separazione e la solitudine; è questo forse uno degli aspetti che meglio evidenziano il divario generazionale fra l’esperienza vissuta dagli adulti di oggi quando erano bambini, quando hanno dovuto affrontare esperienze di graduale ma reale autonomia, quando per la prima volta da soli hanno dovuto imparare ad attraversare la strada, ad orientarsi, a raggiungere da soli la scuola, il parco, gli amici; quando hanno imparato a rimanere in casa da soli, o nella loro camera da soli. Un’esperienza di separazione e solitudine utile alla crescita, alla separatezza, al processo di soggettivazione, un’esperienza oggi ormai rara e in ogni caso molto attenuata a causa dell’iperconnessione.

Soprattutto in adolescenza, in particolare, quando il gruppo dei pari è ancora più importante, e si vive pienamente una ricerca identitaria attraverso un processo di soggettivazione, la facilità con cui si entra in contatto relazionale attraverso la rete, con cui si ottengono likes, riscontri di contatto e socialità, offre proprio un formidabile senso di appartenenza, la possibilità di sentirsi parte di un mondo, anzi del mondo, nella misura in cui virtuale e reale ormai si confondono in un’unica e integrata dimensione onlife. Tale conferma di appartenenza può facilmente assumere il senso più ampio e più necessario ancora di una conferma narcisistica ed esistenziale “la rete diventa come lo sguardo della madre, se gli altri sui social ti vedono, ti taggano, ti rispondono con un like, ti cercano, ecc. allora vuol dire che esisti” (I. Ruggero, 2012). Credo sia ciò che ha vissuto, in senso opposto, il protagonista di Adolescence, vittima di cyberbullismo, quando lo sguardo della rete lo ha condannato a morte, rispecchiandolo in una versione di sé per lui inaccettabile.

Mi colpisce questa idea di liquidità, un concetto mutuato dal sociologo Zygmunt Bauman, relativo all’assenza di confini, nello spazio, nel tempo, nel corpo, negli orientamenti sessuali e nell’identità di genere (penso, fra i tanti, al fenomeno dei gender fluid) che, se da un lato consente elasticità, flessibilità, libertà, espansione, dall’altro lato potrebbe contrastare la crescita e generare piuttosto confusione, difficoltà a scegliere, a differenziarsi, a separarsi, a riconoscersi, ad accettarsi, a vedere meglio l’Altro, a fare i conti con il lutto, con il vuoto, con il tempo, con la frustrazione. A questo punto ripenso all’importanza dell’adulto, del genitore, dell’educatore, all’importanza del contenitore, che appunto definisce i confini, accoglie, struttura, regola e con-tiene, permettendo al liquido di assumere una forma e diventare in qualche modo solido.

Un tempo, fino a prima della rivoluzione digitale, i media, ovvero la tv, un libro, un giornale, strumenti di informazione e comunicazione, consentivano l’accesso a dei contenuti, di cui fruire. Il problema in termini educativi e affettivi poteva all’epoca consistere nella inadeguatezza di alcuni contenuti e nella necessità di filtrarli, o censurando gli stessi, o dotando i giovani fruitori di strumenti adatti per elaborarli in senso critico. Una funzione filtro, che setaccia ciò che può passare dall’esterno all’interno, che interviene sulle modalità di esposizione, da un punto di vista quantitativo e qualitativo (tempi di esposizione, natura dei contenuti, capacità di comprensione ed elaborazione, e così via).

I genitori, gli educatori, sono preoccupati che i propri figli o alunni navigando in rete impattino in contenuti perturbanti relativi alla pornografia, alla violenza, alle droghe, o che rimangano “irretiti” nelle maglie del cyberbullismo, delle dipendenze da Internet, del sexting, del gioco d’azzardo, ecc. In tal senso, i bambini e gli adolescenti interconnessi di oggi, più che esposti a contenuti esterni, sono immersi in un ambiente in cui fanno esperienza, in cui fanno amicizia, si divertono, imparano, si innamorano, flirtano, comprano, gestiscono la loro affettività e socialità, il loro tempo, il loro spazio, i loro soldi.

Anche l’adulto è chiamato in tal senso a svolgere la propria funzione genitoriale, affettiva ed educativa e mi chiedo però se, di pari passo con le nuove competenze richieste ai figli dall’iperconnessione, anche la funzione genitoriale richieda una trasformazione, di conseguenza, e specularmente.

Temo tuttavia che la funzione filtro, riconducibile in senso più concreto all’utilizzo dei parental control nei dispositivi per bambini, forse sufficiente in passato, oggi non sia più rispondente alla complessità del fenomeno attuale. Penso invece alla funzione genitoriale come ad un contenitore, attingendo in tal senso al concetto bioniano di “contenitore-contenuto”.

Tutto ciò che arriva dal web sotto forma di contenuti perturbanti e, più in generale, l’avvento del digitale e l’iperconnessione di bambini e adolescenti, certamente può spaventare, ma credo che la questione non possa più essere inquadrata come esposizione più o meno passiva ai contenuti mediatici, bensì come pervasività dell’esperienza onlife. Muta pertanto anche la competenza richiesta ai giovani fruitori e abitanti di tale ambiente: tale competenza consiste nella capacità di pensare ed elaborare esperienze, mutuata, da parte dei giovani, attraverso la relazione con adulti significativi che accompagnino nella crescita, che aiutino i figli a trasformare vissuti difficili, elementi non facilmente elaborabili, in emozioni, sentimenti e pensieri, riducendo la fisiologica propensione di questa età ad agire e reagire.

Certamente l’iperconnessione implica che bambini e adolescenti con grande facilità possano “contattare” contenuti o relazioni non adatti a loro; tuttavia, non è più solo un problema di che cosa il proprio figlio, o alunno, stia visualizzando, ma come ci è arrivato, come utilizza quel materiale, con chi lo fa, come lo condivide, nello spazio e nel tempo, con quali interconnessioni tra virtuale e reale, tra il suo mondo interno ed esterno, con quali conseguenze e implicazioni; conta pure per esempio, con quale fantasia, assetto mentale ed emozionale, conscio e inconscio, con quale motivazione, atteggiamento e aspettativa quel bambino o ragazzo si sia avvicinato a certi contenuti, e ovviamente a che età, con quale maturità, personalità, livello cognitivo, consapevolezza e solidità valoriale.

Nel rapporto tra genitore-bambino, tra insegnante e alunni, in qualsiasi rapporto educativo o affettivo, o clinico, il contenitore svolge una doppia funzione, diciamo sia materna che paterna, sia di calda accoglienza, comprensione e sostegno, sia regolativa e di incoraggiamento all’esplorazione. I confini di questo contenitore devono essere ben definiti, non fluidi o liquidi, né fusi o confusi, altrimenti non tengono. Crescere vuol dire affacciarsi al mondo e gradualmente conoscerlo, attraverso esperienze di relazione con gli altri, vuol dire uscire dal proprio guscio, dal proprio mondo più privato e comunicare con l’altro, vuol dire affrontare le proprie paure, angosce, vissuti di rabbia, di gelosia, di frustrazione, di perdita, di solitudine,  di smarrimento, che il bambino inizialmente prova e che tuttavia non sa riconoscere; si tratta di contenuti psichici che rischiano di invaderlo, sopraffarlo, se percepiti con la stessa intensità con cui gli arrivano. Egli, o ella, ha pertanto bisogno di un’altra mente, di un’altra persona che lo aiuti a pensare e comprendere, ad elaborare vissuti ed esperienze, quale un genitore, un insegnante, che gli voglia bene e lo accetti a prescindere da tutto e a partire da quella relazione di affetto e rispetto; ogni trasformazione psichica può avvenire solo all’interno di una relazione, almeno duale.

Questo è un testo originale, interamente scritto e pensato da Elisabetta Papuzza per Psicoanalisi e Sociale; alcune sue parti sono state riprese e rielaborate dal libro di A. Pellai ed E. Papuzza, Cyber Generation, Franco Angeli (2019).

  

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Convegno “La psicoanalisi all’epoca della rete: identità, soggetto e cura tra illimitate connessioni e ritiri narcisistici”, Milano 14 aprile 2018, Centro Milanese di Psicoanalisi.

Elisabetta Papuzza è psicoanalista, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytic Association (IPA); Esperta in psicoanalisi dell’infanzia e dell’adolescenza (SPI e IPA), membro del Centro di Consultazione Terapie Psicoanalitiche del Centro di Psicoanalisi Romano (CdPR), sezione Bambini e Adolescenti; autrice, insieme ad Alberto Pellai, di Cyber Generation, Una nuova sfida evolutiva, Franco Angeli (2019).

E-mail: elisabetta.papuzza@gmail.com

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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andres
andres
9 mesi fa

Innanzitutto i miei più vivi complimenti e dovuti ringraziamenti a Elisabetta Papuzza per aver aperto ad un argomento oggetto di molteplici sviluppi.Le future generazioni, e in parte gli attuali adolescenti, hanno fisicamente integrato l’oggetto che connette come un estensione del corpo.Noi temiamo ancora ciò che per loro è assimilato .In parte conosciamo il ruolo che ha nel lavoro, nello studio, Ma quale ruolo avrà nei dialoghi, nelle relazioni, nei contatti, nelle cure? Come proporci? come farci accettare? Come gestire il fatto che gli adulti siamo noi ma gli esperti sono loro? Un dibattito che spero venga accolto da tutti i nostri amici del portale.

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