Articoli Scientifici

La trasformazione del legame di coppia: dall’investimento alla rottura – Franca Aceti, Melania Bonello, Lionello Petruccioli

Franca Aceti, Melania Bonello, Lionello Petruccioli

Abstract

In questo lavoro vogliamo riflettere insieme a voi rispetto alle nostre osservazioni cliniche sulla natura dei legami che hanno funzionato nel tenere insieme e nel separare i nostri pazienti. Riflettendo su un legame nato precocemente nella fase della vita o che ha a che vedere con una adolescenza interminabile. Ma anche come è possibile ritirare un processo di evoluzione e soggettivazione. Crediamo fortemente che siano da tenere a mente aspetti sociali e psicodinamici, perché a nostro avviso, si influenzano vicendevolmente.

Quello che vogliamo proporvi parte dalla nostra esperienza di lavoro e di ricerca.

Da almeno quattro anni presso il Centro Famiglie del nostro gruppo di lavoro e ricerca sulle problematiche relative alla separazione e il divorzio, abbiamo avuto modo di osservare circa 150 soggetti attraverso incontri di valutazione individuali o in coppia. Si è trattato soprattutto di genitori che hanno un figlio problematico, ma anche di coniugi o conviventi che si trovano a che fare con delle separazioni conflittuali, e che non hanno trovato la possibilità di alcuna mediazione.

Accanto agli aspetti valutativi abbiamo attivato un’attività terapeutica sia individuale breve che di gruppo. In quattro anni abbiamo attivato due cicli di gruppo-analisi, trattando complessivamente 20 soggetti.

La natura del legame all’interno di un contesto sociale e culturale è radicalmente mutato nell’ultimo secolo. È un fatto recente riferirsi, per parlare di legame, al termine “relazione” piuttosto che al termine famiglia per indicare un vincolo sentimentale stretto e continuativo con una altro da sé. D’altro canto all’interno dello stesso contesto sociale coesistono ormai una molteplicità di forme famigliari: mononucleari, ricomposte, ricostruite, mono parentali, coppie omosessuali, ma anche un numero crescente di famiglie con figli non biologici, o famiglie nucleari che sempre meno ricalcano i modelli tradizionali più radicati. Anche il linguaggio usato per descrivere il nuovo panorama famigliare è l’espressione della complessità e delle diverse prospettive teorico epistemologiche attraverso cui il tema viene affrontato. C’è chi sostiene che estendere il termine famiglia alle nuove forme sia un’operazione confusiva che invece di definire più chiaramente la specificità dell’oggetto porta ad uno svuotamento di significato del termine (Cigoli, 1995).

C’è chi teme che continuare a servirsi del termine famiglia possa oscurare la grande diversità di forme attraverso le quali legami primari si declinano nella società contemporanea. Al di là della disputa terminologica in corso, si può però affermare che la molteplicità delle forme famigliari è un fenomeno che viene ormai da tutti interpretato come il risultato del processo sociale e culturale di individualizzazione dove la priorità è data dalla realizzazione di sé. Ovvero la persona moderna non riceve la destinazione, lo scopo della sua vita al momento della nascita, come accadeva nell’epoca premoderna, quando si nasceva per fare questo piuttosto che quello. La persona moderna nasce con infinite possibilità senza un telos socialmente predisposto su cui fare affidamento.

In altre parole se un tempo la struttura sociale della famiglia aveva una funzione sì di controllo, ma anche strutturante e/o contenitiva del sé proteggendo aspetti di fragilità, di identità poco chiare e definite, oggi in questo scenario di disorientamento, con la crisi dei modelli di riferimento, le carenze di coesione e di integrazione del sé appaiono più evidenti. (Baumann, 2006, definisce la nostra la “società dell’incertezza”).

In modo più o meno esplicito, quindi, la società moderna valorizza gli aspetti onnipotenti ed immaturi del sé perché tutto sembra possibile ed il limite è sempre meno chiaro; così facendo però collude inevitabilmente con gli aspetti di onnipotenza tipica del narcisismo amplificandoli qualora presenti. È divenuto quasi un luogo comune affermare che la nostra epoca è l’epoca delle configurazioni narcisistiche o più in generale dei disturbi di identità.

La parola identità ha un’incerta etimologia sia in latino “identitas”, sia in greco “tautotes”, essa comunque designa due campi di significazione:

1- identità come ciò che si oppone all’alterità; questo concetto è chiaramente interpretato dalla parola latina “ipse”.

2-Identità come permanenza dell’oggetto, espressa dalla parola latina “idem”.

Appare chiaro, quindi, che perché esista qualsiasi forma di identità sia necessario lo spazio di una qualsiasi forma di relazione; ovvero perché esista un identico deve esistere anche un diverso.

Quindi è evidente, già dalla distinzione etimologica, che il processo di costruzione dell’identità è di per sé stesso relazionale, in quanto presuppone il riconoscimento di sé tramite una graduale differenziazione dall’altro, riconosciuto pertanto come diverso. Un’identità stabile e fondata su un sicuro senso di autostima, comporta infatti una rappresentazione di sé e dell’altro unitaria ed integrata, e tutto questo rende l’individuo capace di sperimentare gli affetti in modo flessibile e modulare. Diviene così possibile tollerare ed integrare l’ambivalenza, a favore di una “sana” relazione con l’altro, all’interno della quale poter sperimentare e tollerare la dipendenza, sentita come gratificante e non come una minaccia alla propria identità e ai propri confini.

Se nell’infanzia le relazioni con l’altro significativo sono stati sufficientemente buone e sostanzialmente gratificanti è possibile astrarre una positiva rappresentazione di sé, dell’altro e dell’interazione. La sintonizzazione affettiva ed il riconoscimento dei più profondi bisogni espressi dal bambino in ciascuna fase evolutiva divengono dunque la chiave di un saldo e positivo senso di sé, che può essere così investito nella creazione di un sicuro senso di autostima. Sperimentare sicure e gratificanti relazioni primarie consente l’instaurarsi di sano narcisismo attraverso il quale diventa possibile intrattenere positive relazioni oggettuali, per cui non è pensabile un saldo senso di sé, così come non è possibile investire sull’altro senza avere un sufficiente quota di autostima e d’investimento narcisistico.

Tutto il gioco quindi della strutturazione di sé nell’infanzia è nel dialogo tra relazioni narcisistiche e oggettuali. Il bambino trova l’oggetto attraverso un’elaborazione dialettica tra aspetti narcisistici ed edipici.

Tale relazione trova nell’adolescenza un periodo fondamentale dove tutto deve essere rimaneggiato per raggiungere la propria identità di soggetto nel mondo degli adulti.

Dall’identità personale declinata nell’ambito del gruppo di adolescenti con il linguaggio dell’appartenenza, si passa a quella declinata in termini di coppia. La coppia a differenza del gruppo di coetanei e della famiglia d’origine, può rispondere alle nuove esigenze che caratterizzano il diventare adulti, tra cui quella della procreatività.

Le prime esperienze di coppia nell’adolescenza sono all’insegna della costruzione della propria identità, e la ricerca dell’altro è in funzione della ricerca di aspetti di sé nell’altro.

Ma nell’età adulta come si sceglie l’altro? Anche se per certi versi alcuni meccanismi di scelta rimangono uguali nel tempo, la scelta dell’altro può essere intesa come la ricerca di una persona con cui realizzare una aspettativa soggettiva. In altre parole l’altro deve essere “ricettivo” ad accogliere aspetti proiettati del soggetto, così come a coinvolgersi a sua volta in una dinamica di proiezioni ed identificazioni incrociate. Se le proiezioni sono molto pronunciate, e soprattutto immodificabili ci si può trovare (proprio come succede in adolescenza) di fronte al rischio di una idealizzazione, sicuramente esaltante nella fase di innamoramento, ma se protratta nel tempo devastante. La tendenza all’idealizzazione, va intesa alla lunga, come “l’illusione” di far combaciare il “compagno interno” con l’oggetto reale e di conseguenza di sperimentare un sentimento di unitarietà e coesione del Sé nella misura in cui l’oggetto corrisponde simmetricamente a tale illusione. Alla fine l’altro scompare nella sua “alterità”.

In altre parole, la tendenza all’idealizzazione che tutti gli autori a partire da Freud (1905-1921) hanno sottolineato come caratteristica dell’innamoramento, sarebbe dovuta a due componenti psichiche: la coazione a ripetere (che porta ad un sentimento di ritrovamento del già noto, e quindi di conferma del Sé) e una spinta al cambiamento: il sentimento di amore spinge a entrare in risonanza emotiva con l’altro e parallelamente ha bisogno di riparare gli aspetti danneggiati del sé e dell’altro.

La costituzione della coppia nasce anche da una forte motivazione inconscia ad apportare modifiche significative a propri modelli di interazione interni. In modo particolare l’esperienza infantile ed il modello della coppia genitoriale ha molta importanza sia nella ripetizione dello stesso tipo di legame sia nel tentativo di ripararla.

Enid Balint (1993): ancora e ancora le persone ritornano ai loro fallimenti nella speranza di porvi rimedio, anche se non possono evitare di ripetere gli stessi fallimenti ancora e ancora. Possiamo dire, allora, che nel matrimonio noi inconsciamente speriamo di trovare una soluzione ai nostri problemi intimi e primitivi, particolarmente per quelli che pensiamo di non poter comunicare in modo accettabile socialmente.

In conclusione il partner è scelto sulla consonanza:

1-delle rappresentazioni interne del Sé

2-delle rappresentazioni interne della coppia interna

3-delle rappresentazioni interne degli aspetti riparativi.

La relazione con l’altro, secondo questo schema, si attua attraverso un continuo gioco di ingaggio nella relazione e svincola da essa, con l’entrare all’interno della relazione con l’altro attraverso azioni che comunicano sensazioni, emozioni, desideri e bisogni e inducono risposte affettive analoghe o contrarie nel partner e attraverso momenti di svincolo dalla relazione in cui ciascuno torna a una propria dimensione intrapsichica soggettiva arricchito o comunque modificato, dai nuovi apporti dovuti all’incontro con il partner (Zavattini, Norsa, 1997).

Ma non sempre le cose vanno così. Ci si può trovare di fronte a squilibri tra proiezioni, idealizzazioni e riparazione.

In questi casi la proiezione si raffigura come: affidamento all’altro di parti scisse e proiettate di sé, idealizzate e negate. C’è un coniuge portatore che agisce da contenitore di un oggetto interno dell’altro che questi non sa o non può contenere. Assistiamo quindi ad una scissione e negazione di qualcosa di doloroso e disturbante; ogni membro della coppia può più o meno inconsciamente assegnare un ruolo a sé e all’altro nel tentativo di attualizzare una relazione fantasticata di cui è portatore. Agiscono quindi identificazioni proiettive non più intese in senso comunicativo, ma difensivo ed evacuativo[1]. A volte, invece, si assiste addirittura ad una rappresentazione di sé e della relazione caratterizzata da un alto grado di “coazione a ripetere” un trauma, che ha una forte tendenza ad essere rimesso in atto nelle relazioni attuali. In questi casi si assiste a quei rapporti matrimoniali che vengono portati avanti all’insegna di una sorta di totale ritiro di investimento affettivo e libidico, fenomeno che può essere compreso solo alla luce di un bisogno di garantirsi, attraverso la ripetizione di tale schema frustrante, un senso gratificante di continuità e prevedibilità dell’oggetto.(Zavattini, Norsa, 1997). Vi sarebbe un “imporsi” di relazioni interne disadattative su quelle reali o, per meglio dire, di anticipazioni negative che confermano le relazioni interne invece di smentirle, e in tal modo, portano al fallimento di quello aspetto riparativo delle relazioni umane.

Insomma se generalmente, si può parlare del matrimonio come una sorta di relazione terapeutica naturale (Dick ,1967; Bannister, Pincus, 1965; Mainprice, 1974; Pincus, Dare, 1978), in questo ultimo caso non è possibile alcuna riparazioni. Osserviamo quelle coppie che non possono stare insieme, ma che non possono neanche separarsi.

Si ha a che fare con quella dinamica che da Diks (1967) in poi è stata definita come collusione/complementarietà inconscia. La dimensione di complementarietà inconscia, può essere definita come il livello ottimale di integrazione e arricchimento reciproco; mentre quella di collusione inconscia, come il misconoscimento, evacuazione e controllo reciproco di aspetti aggressivi o iper idealizzati. Queste due dimensioni però, devono essere intese come appartenenti ad un continuum e possono anche variare nel ciclo di vita di una coppia.

In sintesi il risultato di un legame è una condivisione di parti, una “ibridizzazione” del proprio essere attraverso l’apporto dell’altro. L’importante è che ci sia un dinamismo e la possibilità di riallineamenti dei partecipanti della coppia. Spesso se manca tale “elasticità” il legame può andare incontra ad una rottura.

A volte ci si trova anche di fronte a famiglie in cui il legame, impossibile da realizzare, viene sostituito dal controllo sadico e dal possesso. La difficoltà d’accesso al legame, spesso secondaria a processi di soggettivazione bloccati nel succedersi delle generazioni, fa spesso sì che ciascun individuo non sia veramente tale se non in rapporto con altri. Si realizza una sorta di psichismo gruppale primitivo, privo di separazione. A quel livello, il gioco delle identificazioni proiettive si fa potente, l’individuazione irraggiungibile; lo psichismo è arcaico e inanella le persone della famiglia in un’unica ‘collana psichica’. Non c’è comunicazione se non si entra nel circuito. (Baldini, 2006)

In caso di separazione, l’individuo perde al di là della persona reale, un aspetto del proprio Sé, cioè un aspetto complementare dell’oggetto, ma anche il senso di identità ed equilibrio interno affidato all’essere in coppia e dovrà essere elaborato un lutto. La difficoltà del così detto divorzio psichico sta nel fatto che l’altro coniuge vive nella propria persona e che per “sciogliersi” da lui occorre un opportuno lavoro di distacco e lutto da sé. (Cigoli, 1998)

Le vicende del lutto dipendono anche dal tipo di legame e collusione presente nella relazione di coppia. Maggiori erano le proiezioni e di grado “patologico”, con scissioni e negazioni, più complicato risulta essere la separazione ed il lutto.

L’individuo sperimenta una sorta di regressione, ad un periodo in cui la propria identità era incerta. Ritornando spesso a casa dei propri genitori ritorna ad un momento di dipendenza dal quale credeva di essersi affrancato. In sintesi spesso e specialmente in quei casi dove il legame era stato una fuga in avanti verso l’assunzione di una identità fittizia, ci si ritrova che “la fine rimanda al principio, vale a dire a ciò che al legame era affidato in termini di soddisfazione, di bisogni, attesa, definizione e perfezionamento di sé, appartenenze famigliari e sociali. “(Cigoli, 1998).

La clinica ci insegna che spesso i legami di coppia si sono instaurati e prolungati dall’adolescenza oppure dall’adolescenza hanno trovato energia e sostanza. (Novelletto 1987). Ma nello stesso tempo essi hanno impedito il naturale progredire del processo di soggettivazione, che è propedeutico a qualsiasi rapporto con l’altro adulto, in un incontro che è fatto non più dalla comprensione ma dal confronto: “la parola confronto è usata qui a significare che una persona che è diventata adulta sta lì e rivendica il diritto di avere un punto di vista personale che può avere l’appoggio di altre persone adulte” (Winnicott, 2001).

Dalla nostra esperienza clinica questo momento dall’essere un momento triste doloroso e involutivo diventa un’occasione per riattivare il processo di soggettivazione, iniziato con l’esperienza articolata fatta nel corso dell’adolescenza da ciascuno dei due partner. D’altra parte il processo di soggettivazione, i cui momenti cruciali hanno luogo nell’adolescenza, potrebbe subire in seguito delle interruzioni (talvolta definitive) ed eventualmente delle “riprese” verso l’adultità. (Cahn, 1998). La perdita e la depressione, possono addirittura essere l’innesco della riattivazione della soggettivazione nell’età adulta.

Probabilmente proprio l’esperienza di perdita del partner e la depressione associata obbligano alla ridefinizione globale della personalità. Fedida (2002) parlava della depressione come di un tentativo di “rianimazione del sé”, come di una possibilità di “sentirsi ancora vivi” e di uscirne.

La ripresa del processo di soggettivazione che, con il nostro intervento psicoterapeutico, promuoviamo, costituisce, da questo punto di vista, il cardine delle rappresentazioni interne cui l’adulto si rifà in un continuo gioco di ingaggio e separazione dalla relazione, di prossimità e allontanamento o di intimità e intrusione nel gioco reciproco di proiezione e introiezione con l’altro. (Rusczynski, Fisher, 1995).

Se è vero che i processi di “legamento” e “slegamento” (Cahn, 1998) si coniugano in modo specifico proprio in adolescenza, con una dinamicità che consente il processo di soggettivazione, è anche vero che gli stessi processi possono avere luogo in età adulta quando ci si trova in situazioni come quelle che si sottopongono alla nostra attenzione.

Come abbiamo visto è questa funzione o capacità di ingaggiarsi in un legame e disingaggiarsi che rende il legame di coppia virtuoso e capace di “nutrire” i partners. Qualora questa funzione non sia stata bene assimilata, la possibilità osmotica di prendere e dare in un legame di coppia, risulta inibito.

In fondo se è il mantenimento di una chiara individuazione a costituire elemento di arricchimento della vita di coppia, è innegabile che proprio il soggetto ben individuato riesce a stabile legami proficui. Il processo di soggettivazione, ininterrotto per tutta la vita, implica un soggetto che ha da inventare sé stesso senza sosta mediante legami, nella loro necessità come nella loro incessante rimessa in discussione e nella potenzialità permanente di disfarli, rifarli, gli stessi o altri allo stesso modo o diversamente (Cahn, 1998, 2002).

Esempio clinico: nella nostra esperienza abbiamo osservato una giovane coppia con un bambino di pochi mesi, separatasi in modo piuttosto conflittuale, ma che a causa del figlio, i genitori erano comunque costretti ad una relazione.

Abbiamo trattato lui in un gruppo, e dopo poco più di un anno di terapia, essi hanno superato la conflittualità e hanno deciso di tornare insieme. Il legame rotto ha potuto essere rifatto in modo nuovo: quello che è successo in terapia ha consentito di rifare il legame su basi nuove. Questo episodio che lui ci ha raccontato forse è indicativo delle trasformazioni avvenute: “un giorno avevamo comprato un videoregistratore. Lei stava cercando di attivarlo, ma non riuscendoci aveva delle intemperanze, e se la prendeva anche con me (il marito). In passato –lui raccontava– queste recriminazioni sarebbero state vissuta da me come accuse e mi avrebbero ferito in modo tale da provocare una reazione altrettanto offensiva, ma questa volta mi sono reso conto che non era possibile che lei ce l’avesse veramente con me, io non c’entravo niente e quindi non me la sono presa. Successivamente, insieme con lei ho preso il libretto di istruzioni e insieme siamo riusciti a far funzionare l’apparecchio”; e, possiamo dire, a riparare il legame.

Soggettivare significa far emergere alla coscienza elementi preconsci, soggetti o meno alla rimozione, oppure prendere coscienza di un qualche elemento fino a quel momento escluso dalla coscientizzazione.

Esempi clinici: Una paziente ci dice di aver sognato che stava in una casa nuova, e che c’era una parete bianca da affrescare.

Un’altra dice che si sente come un libro con le pagine bianche.

Un’altra ancor, dopo un paio di anni di trattamento dice che sente di non essere più quello che era, ma che non è ancora. Insomma si tratta di situazioni in cui il proprio sé si sta rimaneggiando; la storia personale rivisitata in analisi porta al compito di ridisegnare l’immagine del proprio sé.

Un ultimo esempio è forse ancora più esplicativo: una paziente nel gruppo ci racconta, alla ripresa dopo l’estate che il capoufficio, salutandola per le ferie le disse: “allora…. buone vacanze e…mi raccomando … ritorni più donna!” –questa frase la colpì molto. Perché, cosa significava tornare più donna? eppure lei era sicuramente donna, sposata, separata, diverse gravidanze, un figlio. Questo interrogativo lo porta in terapia, in modo problematico: il sé soggetto-donna allora deve essere meglio definito? si aprono molte aree in cui esplorare non solo l’essere donna ma la maniera d’esserlo per lei. Ma come si fa?

La via da seguire sembra indicarla un altro paziente dello stesso gruppo. Egli non più giovanissimo, si è separato diverso tempo fa e ha avuto diverse relazioni che non si sono mai consolidate. Ultimamente si è interrotta un’ultima relazione e lui è rimasto solo. Frequentando un nipotino ha avuto occasione di incontrare più spesso la ex moglie, e da più parti gli è stata prospettata la possibilità di essere di nuovo insieme a lei, ma lui “ha il cuore per batte per un’altra”. In tutto questo pensa che sia meglio stare da solo, e al contrario del passato riesce a starci e a considerare che per il momento è la cosa migliore “non è bene rimettersi in casa di qualcuna… anche se abito fuori Roma e ci metto un po’ ad arrivare al lavoro, però non sto male…”.

Ecco che l’attesa è la risposta; nell’attesa si può disegnare o ridisegnare una immagine di sé, la possibilità di disegnarsi nell’affresco che il sogno della paziente precedente si apprestava a portare avanti nella parete della sua casa interna.

Quando la ricerca incessante del senso dell’essere non si conclude anzi diventa senza speranza, qualunque sia l’intensità o la qualità dei conflitti in gioco, prevarrà il ricorso alla scissione, al disinvestimento, alla espulsione dalla psiche, la confusione nelle identificazioni o nelle relazioni oggettuali.

La sfida che abbiamo accettato nel nostro lavoro con soggetti che vivono o hanno vissuto un evento di separazione ma che continuano a muoversi in un contesto poco definito di sé, è stato quello di promuovere la riattivazione di un processo di soggettivazione che abbiamo considerato bloccato o inibito. La cura analitica è in grado di offrire al soggetto, tramite un Io più disposto all’accesso all’Es, meno schiacciato dal Super-Io, uno spazio di apertura a sé stesso e al mondo, per cui la relazione tra il soggetto e l’altro ha una funzione soggettivante. La perspicacia dell’analista consisterà proprio nel reperirlo dietro a ciò che dissimula o lo ha fatto apparentemente scomparire. (Cahn, 1998; 2002)

L’operazione che portiamo avanti nel gruppo attraverso il trattamento analitico è analogo a quel “gioco” che si trova nelle pubblicazioni enigmistiche, dove si congiungono dei punti secondo i numeri e poi compare un’immagine. Questo “gioco” è evocativo di un’operazione che mette in evidenza una immagine che già esiste ma che solo l’operazione di legame tra i punti fa emergere. In fondo il “giocatore” crea e trova nello stesso tempo un’immagine che già esiste, ma che non può essere vista fino a che non si fanno i legami. L’operazione psichica di soggettivazione è analoga: fare legami psichici consente di creare e trovare nello stesso tempo se stessi. L’uso della matita in questi tipi di “giochi”, consente di fare legami tra i punti, che possono essere anche cancellati, interrotti e rifatti nella maniera più consona, acciocché il giocatore trovi e crei l’immagine di sé come soggetto nel mondo.

Bibliografia

BALINT E. (1993): Unconscious communications between husband and wife, Routledge 1993

BALDINI T. 2006 Baldini, 2006 letto nelle “Serata Scientifica ARPAd”

BANNISTER K., PINCUS L. (1965): Terapie in equipe per problemi famigliari, in La crisi coniugale e i figli – Rapporti interpersonali e terapia familiare; Mainprice, J, Bannister K, Pincus L., Armando Editore 1993.,

BAUMAN Z. (2003) Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Laterza, 2006

BROWING R. (1890) Saul, Wentworth 2016.

CAHN R. (2002) La fine del divano?; Borla, 2004

CAHN R. (1998), L’adolescente nella Psicoanalisi.L’avventura della Soggettivazione, Borla, 2000

CIGOLI V. (1988) il Legame Disperante, Raffaello Cortina 1996

CIGOLI V. (1998): Psicologia della separazione e del divorzio; Il Mulino, 1998

DICK H (1967). Tensioni coniugali: studi clinici verso una teoria psicologia delle interazioni. Borla, 1992.

FEDIDA P. (2002), Il Buon Uso della Depressione, Einaudi, 2002

FREUD S. (1905), tre saggi sulla teoria sessuale; OSF, VOL.4

FREUD S. (1921), psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF, VOL.9

FREUD S. (1911) Precisazioni su due principi dell’accadere psichico; OSF vol 6

FREUD S. (1914) dalla storia di una nevrosi infantile (caso clinico dell’uomo dei lupi) OFS vol 7

HELLER A. (1990) la filosofia morale Il mulino, Bologna 1997

MAINPRICE J. (1974), interazioni nel matrimonio. in Mainprice J., Bannister K., Pincus L. La crisi coniugale e i figli. Rapporti interpersonali e terapia famigliare; Armando 1983

NOVELLETTO A. (1987) Adolescenza terminata, adolescenza interminabile, Borla 1987

PINCUS L.; DARE L.; (1978) Secret in the family; Faber and Faber, London 1978

Ruszcynski S, FISHER J. (1995) Intrusività ed intimità nella coppia. Borla 2003

STERN D.N. (1985) il Mondo interpersonale del Bambino, Boringhieri (1987)

SEAGAL H (1983) Scritti psicoanalitici. Un approccio kleiniano alla pratica clinica; Astrolabio (1984)

ZAVATTINI G.C.: NORSA D. (1997) Intimità e collusione; Raffaello Cortina, 1997

WINNICOTT D. (1971), Gioco e Realà, Roma, Armando Editore, 2001

 

Autori: 

Franca Aceti, Psichitara, professore ordinario Presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Roma La sapienza. Fondatrice e responsabile nei primi anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum. Poi si è particolarmente dedicata alle problematiche della Depressione Post Partum, dove ha diretto l’Unità di Igiene Mentale e Relazioni affettive nel Post Partum, centro di riferimento per il centro sud d’Italia.

Lionello Petruccioli, Medico specialista in psicologia clinica, con un Master presso la Tavistock Cli-nic di Londra. e psicoterapeuta dell’adolescenza e del giovane adulto (ARPAD). Collaboratore e negli anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum. Fondatore poi dell’associazione che si occupa proprio delle problematiche relative alla conflittualità di coppia e della famiglia, IRLAS (Istituto per le Relazioni e I legami Affettivi e Sociali).

Melania Bonello, Psicologa, Specialista in psicologia clinica. Collaboratrice anche lei gli anni 2000 dell’UOS Igiene Mentale delle Relazioni Affettive e del Post Partum dell’Università di Roma. Trasferitasi poi ad Alcamo e ha continuato l’esperienza professionale nel capo delle relazioni affettive famigliari con l’associazione APRE (Associazioni Psicologi in Rete.)

 

[1] Identificazione proiettiva: il nucleo dell’IP consiste nel fatto che il soggetto investito viene fatto pensare e agire dall’IP stessa e che, a causa di ciò, tenda a determinare contesti interattivi di tipo “circolare”, in cui anche l’altro risponde inconsapevolmente con modalità uguali e contrarie; ciò implica che il legame con l’oggetto non è con qualsiasi oggetto, ma bisogna presupporre che vi sia una scelta precisa. Si scinde e si proietta nell’altro per esempio la depressione, la gelosia, l’aggressività, etc, e contemporaneamente l’altro agisce tali sentimenti (è geloso, depresso, aggressivo), e il proiettante si assicura in tal modo il controllo su questi aspetti.

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

0 0 Voti
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
error: Content is protected !!
0
Lascia un commentox