Una generazione di vuoti a perdere. Daniele Biondo
Quando la violenza dei ragazzi racconta il fallimento degli adulti
di
Daniele Biondo
Li abbiamo lasciati soli. Abbiamo progressivamente ridotto gli spazi in cui incontrarsi, crescere, confrontarsi con adulti credibili, sperimentare il conflitto senza esserne travolti. Troppo spesso abbiamo affidato ai social media il compito di orientare desideri, appartenenze e modelli di successo. Abbiamo consegnato ai più giovani un pianeta segnato dalla crisi climatica e un futuro percepito come incerto. E poi ci sorprendiamo quando una parte di loro esprime la propria rabbia attraverso la violenza.
Gli episodi di aggressione e saccheggio che hanno attraversato Milano e altre città italiane meritano una riflessione che vada oltre la cronaca e la richiesta, pur legittima, di sicurezza. Non tutta la violenza giovanile ha lo stesso significato. Esistono proteste, anche aspre e talvolta violente, che si riconoscono in parole d’ordine, organizzazioni e obiettivi politici (come ad esempio quella francese). Esistono invece azioni collettive nelle quali sembra prevalere l’urgenza di colpire, prendere, distruggere, senza che emerga una rivendicazione riconoscibile. Confondere queste situazioni significa rinunciare a comprenderle.
In alcune di queste esplosioni di violenza colpisce proprio la difficoltà di trasformare il malessere in un pensiero condivisibile. Non direi che quei ragazzi siano «senza psiche»: sarebbe un giudizio ingiusto e clinicamente improprio. Direi piuttosto che, in certi momenti, la capacità di pensare ciò che si prova sembra cedere il passo all’azione. In termini psicoanalitici, si potrebbe parlare di un agito: la sofferenza che non trova parole si scarica in un comportamento, spesso amplificato dalla dinamica del gruppo a funzionamento branco.
Il gruppo, soprattutto nell’adolescenza, può essere uno straordinario luogo di crescita, riconoscimento e solidarietà. Ma quando prevalgono paura, umiliazione e bisogno di visibilità, può trasformarsi in branco, un moltiplicatore dell’impulsività e della violenza: ciascuno si sente più forte e meno responsabile, mentre la rabbia individuale diventa contagiosa. Non è una condanna di una generazione. È il segnale che alcuni adolescenti non trovano adulti e istituzioni capaci di aiutarli a dare forma civile al proprio conflitto, che così rischia di degradare facilmente nella violenza e nell’attacco alla convivenza civile. Da sempre i ragazzi e i giovani si sono ribellati e hanno espresso la loro rabbia con la violenza. Ma in quello che sta succedendo nei disordini di Milano, forse, c’è qualcosa di nuovo e di inedito, sul quale è doveroso riflettere. C’è, in particolare, un paradosso che dovrebbe interrogarci. Quando vengono presi di mira negozi e marchi del consumo, il gesto può apparire come un attacco alla società che li produce. Eppure, se l’obiettivo è impossessarsi degli stessi oggetti di lusso esibiti come simboli di prestigio, la ribellione resta prigioniera dell’immaginario che sembra contestare. Il possesso prende il posto del desiderio; la visibilità, quello del riconoscimento. Non è un tratto di tutti i giovani, né di un intero genere musicale (come, ad esempio, quello dei trapper): è una contraddizione culturale che attraversa la società adulta prima ancora dell’adolescenza.
Pasolini aveva intuito con particolare lucidità la forza omologante del consumismo, capace di modificare aspirazioni, linguaggi e forme di vita. Il suo richiamo resta attuale, purché non diventi nostalgia di un passato idealizzato. Oggi il mercato non vende soltanto prodotti: vende immagini di sé, promesse di successo immediato, appartenenze misurate in visualizzazioni. Se l’identità viene continuamente valutata in base a ciò che si mostra e si possiede, per chi si sente escluso la frustrazione può diventare intollerabile. Per coloro i quali non hanno potuto usufruire di percorsi organizzati e animati da adulti competenti di accompagnamento all’acquisizione di un’identità soggettivata e socialmente riconosciuta, la soluzione consumistica può sembrare la più veloce e la più facile da conquistare. La violenza diventa allora la strategia più adatta per tale strategia identitaria.
Questo non significa giustificare la violenza, né sottovalutare chi ne subisce le conseguenze. La responsabilità personale esiste, così come la necessità di tutelare cittadini, lavoratori e spazi pubblici. Ma la risposta esclusivamente repressiva rischia di arrivare quando il danno è già avvenuto. La polizia è chiamata a gestire l’emergenza; non può sostituirsi alla scuola, alle famiglie, ai servizi sociali, alla politica e alle comunità educanti. Chiedere soltanto più controllo significa non interrogarsi su ciò che è mancato prima.
Anche la politica dovrebbe resistere alla tentazione di usare questi ragazzi come argomento a favore delle proprie posizioni: da un lato per invocare un irrigidimento delle pene, dall’altro per leggere ogni episodio come una protesta sociale consapevole. Il disagio adolescenziale non è uno slogan a disposizione degli schieramenti. Richiede ascolto, ricerca delle cause, investimenti e assunzione di responsabilità.
Occorrono luoghi reali di incontro, presìdi educativi nei quartieri, sostegno alla salute mentale, scuole capaci di accogliere il conflitto e adulti disposti a sostenere relazioni anche difficili. Soprattutto, occorre restituire ai ragazzi la possibilità di immaginare un futuro e di sentirsi parte della società, non soltanto suoi consumatori.
«Una generazione di vuoti a perdere» è dunque un’accusa rivolta non ai giovani, ma a noi adulti: al rischio di considerarli intercambiabili, di accorgerci di loro soltanto quando disturbano o fanno paura. La domanda decisiva non è soltanto come fermare la violenza. È che cosa siamo disposti a cambiare perché la rabbia possa diventare parola, conflitto, progetto e, finalmente, futuro.
Daniele Biondo — Psicoterapeuta e psicoanalista. Socio ordinario SPI e IPA, esperto di bambini e adolescenti SPI/IPA; docente presso la Scuola di specializzazione in psicoterapia dell’adolescente e del giovane adulto dell’ARPAd.



