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Nella notte delle mucche nere

Ogni volta che le cronache tornano a riempirsi dei racconti sulle bande giovanili che vandalizzano le nostre città, si finisce sempre nello stesso vicolo cieco.

Da un lato l’indignazione di chi chiede solamente il pugno di ferro, dall’altro la tentazione di trovare giustificazioni. Bisogna essere molto chiari: tentare di capire un fenomeno non significa legittimarlo. Chi spacca una vetrina, aggredisce un coetaneo o devasta una città deve risponderne davanti alla legge. La certezza della pena e il controllo del territorio sono atti dovuti a difesa dei cittadini e degli spazi pubblici. Ma se ci limitiamo a invocare l’intervento delle Forze dell’Ordine, rischiamo di concentrarci su un aspetto parziale dell’intera faccenda.

Se proviamo ad andare oltre la superficie dei titoli di giornale, quello che emerge è il cortocircuito profondo di un’epoca che pare aver smarrito i suoi punti di ancoraggio. Per dirlo con le parole di Bauman, siamo immersi in una modernità liquida in cui i legami sociali sono diventati precari, le istituzioni hanno perso autorevolezza e il futuro non appare più come una promessa ma una minaccia. In questa notte di mucche nere, i ragazzi si trovano a praticare uno spazio evolutivo privo di riferimenti. La società ha capovolto le vecchie regole del vivere comune: l’etica del dovere o del sacrificio (“successo viene prima di sudore solamente sul dizionario”) è progressivamente evaporata a favore di un unico, incessante, ossessivo comando che ordina di consumare, apparire e godere a ogni costo. L’identità oggi si misura dalla capacità di esibire lo status, di indossare il marchio giusto, di accumulare ed esibire visibilità e successo. Con le parole del filosofo Zizek: “Godi!” sembra essere l’imperativo ossessivo del nostro tempo, “Godi fino allo sfinimento!”, o meglio, “Godi perché devi godere!”

Il dramma inizia quando questo imperativo si scontra con la realtà quotidiana. Il sistema economico produce il desiderio, lo amplifica attraverso i black mirrors degli smartphone, per poi sbattere la porta in faccia a chi vive ai margini, creando, ancora con Bauman, una massa di consumatori falliti. Qui si misura l’insuccesso sistemico delle istituzioni. Da troppo tempo nel nostro Paese mancano politiche giovanili serie, organiche, strutturali.

I ragazzi sono stati sempre più cancellati dalle agende politiche, ridotti a invisibili o a meri target di mercato, lasciandoli senza alcuna sponda pubblica tra la famiglia e la strada. Quando questa stimolazione costante incontra il deserto degli investimenti sociali e il muro dell’esclusione, la frustrazione non trova una parola o un canale simbolico per esprimersi. Diventa angoscia pura e si scarica nell’unica lingua rimasta, il passaggio all’atto. Il gruppo diventa una poderosa corazza difensiva contro il senso di inesistenza psicologica dei singoli componenti, trasformandosi in un feroce branco predatore.

È una transumanza psichica e geografica che si muove dalle periferie – non solo urbane ma luoghi della mente – verso i centri storici, i salotti buoni, le piazze della movida del sabato sera. Il gruppo predatore non cerca un dialogo con il mondo adulto, quasi come se fosse irrilevante ai propri occhi, inutile, poco autorevole. Ciò che il gruppo cerca è la sottomissione del territorio. Occupare una piazza con la forza o sfidare i passanti è il tentativo disperato di conquistare sul campo quella visibilità che la società nega. Non si tratta di una violenza ideologica o di una rivolta politica che propone un modello alternativo di società: lo slogan “un altro mondo è possibile” di inizio secolo, non coglie il senso della dinamica odierna. E’, al contrario, una violenza puramente reattiva e impotente, l’effetto collaterale di un sistema che crea strutturalmente consumatori artificiali per poi escluderli dalla Grande Festa. Questi ragazzi non vogliono affatto distruggere la società o restarne fuori. Al contrario, desiderano disperatamente appartenere a questo sistema, essere riconosciuti dalle sue regole, essere ammessi alla Grande Festa. Il problema è che avvertono la totale mancanza della possibilità di farlo. Si sentono condannati in partenza a rimanere spettatori di uno spettacolo a cui tutti sono obbligati a partecipare. Vandalizzare una vetrina o rapinare un coetaneo per strappargli una giacca firmata sono gesti speculari al modello dominante, sono l’urlo distorto di chi dice che, se non può entrare in quel negozio lussuoso dalla porta principale lo farà sfondando la vetrina. Curare questa ferita richiede allora una strategia capace di tenere insieme il rigore del limite e la lungimiranza di un intervento pubblico radicalmente nuovo. La sanzione legale è indispensabile, perché traccia quel limite protettivo che contiene l’onnipotenza distruttiva e autodistruttiva del branco. Ma la punizione deve cambiare segno, deve tradursi in sanzioni riparative, in lavori socialmente utili che costringano chi ha sbagliato a rimettere in sesto ciò che ha distrutto. Se il problema originario è l’esclusione e la convinzione di non avere speranze, la pena deve diventare il primo passo coatto verso la partecipazione reale.

Occorrerebbe che lo Stato finalmente esca dall’immobilismo e vari piani di ampio respiro per le nuove generazioni, togliendo al consumo il monopolio del valore umano e offrendo concrete opportunità di riscatto. Le città hanno bisogno di riaprire varchi di inclusione concreta, che offrano percorsi di inserimento lavorativo rapido e borse di studio basate sulle competenze reali, restituendo dignità sociale al di fuori dalle logiche puramente commerciali. Occorre ricostruire veri e propri contenitori emotivi capaci di accogliere il disagio giovanile, portando nelle strade educatori, presidi di quartiere, palestre popolari e centri di aggregazione creativi gratuiti. Solo dando una sponda simbolica all’energia pulsionale dei ragazzi – attraverso la musica, lo sport, l’arte urbana – si può trasformare la rabbia in espressività e ricucire quella trama di relazioni solide che la fluidità del nostro tempo ha dissolto. Il titolo dell’11° Convegno Nazionale AGIPPsA – Associazione dei Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza – tenutosi a Parma nel 2014 fu “Adolescenti e futuro. Culture, relazioni e disagi”. Enrico De Vito, all’interno di un brillante dialogo con Michele Serra, lo disse chiaramente: il malessere profondo dell’adolescente contemporaneo nasce dall’incapacità o dall’impossibilità percepita di immaginarsi nel futuro. Sono passati esattamente 12 anni e oggi possiamo scegliere se continuare a indignarci ogni fine settimana, gridando all’emergenza con interventi spot e scuse retoriche (costernandoci, indignandoci, impegnandoci per poi frustrarci e gettar la spugna con gran dignità), oppure scegliere la via più difficile: difendere le nostre piazze nel tempo presente, impegnandoci al contempo a finanziare quel welfare giovanile mancante da decenni.

Magari smettendo di essere complici di un modello che prima produce lo scarto umano nelle periferie, privandolo di ogni prospettiva, e poi si meraviglia se quel dolore bussa alla porta del centro.

 

Stefano Rossi

Psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico

 

Dana Scotto di Fasano

Psicoanalista SPI

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andres
andres
20 ore fa

Complimenti, un’altro elevato contributo alla comprensione del fenomeno e una apertura alla speranza che indica i passi a seguire.Concordo l’inutilità di usare violenza e repressione contro violenza,come attualmente viene fatto, ma sottoscrivo la fermezza nel rispetto reciproco.Rifiuto la reclusione come soluzione, semmai l’affiancamento e l’accompagnamento e, se fossi a capo della Polizia, ordinerei ai miei uomini di abbracciare questi ragazzi invece di manganellarli.

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