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L’Europa melanconica e il grido strozzato dei giovani. Michele Vargiu

Vi riportiamo l’articolo “L’Europa melanconica e il grido strozzato dei giovani” di Michele Vargiu, pubblicata su Sardegna Notizie 24, giornale on line.

Mentre gli adulti contano i vetri rotti sul selciato una intera generazione di europei annuncia di essere viva.

C’è una poesia di Robert Frost, del 1928, in cui un uomo cammina da solo nella notte e sente arrivare da una strada lontana «un grido interrotto», che non lo richiama indietro e non gli dice addio; e lui, senza fermarsi, tira dritto. Penso a quei versi da settimane, guardando le piazze d’Europa. Ogni Paese ha la sua scintilla, le sue ragioni e la sua storia, eppure sotto bandiere diverse batte una matrice comune, ed è giovanile: è la prima voce di una generazione europea che ha avuto il coraggio che noi non abbiamo avuto, quello di ribellarsi e di proporre un’idea propria del mondo.
Tutto è cominciato a metà settembre in un liceo di Créteil, nella banlieue parigina, per le classi sovraffollate, le cattedre vuote e gli edifici fatiscenti. Il 6 ottobre i licei bloccati in Francia erano 891, e il 17 i cortei sono stati più di cento, con 550mila persone secondo il ministero dell’Interno. A Madrid le tende sono tornate a Puerta del Sol dopo la morte di Maricarmen, una donna di 87 anni sfrattata dalla casa in cui viveva da settant’anni, mentre a Lisbona ha sfilato una piattaforma di quaranta associazioni che ha scelto un nome che è già una diagnosi: «Così non si può più vivere». A Bruxelles e a Liegi gli universitari protestano contro l’aumento delle tasse; il 21 ottobre ad Atene sono scesi in piazza in ventimila, in maggioranza giovani, dietro uno striscione che diceva «Dalla Grecia fino alla Francia lottiamo per un’istruzione gratuita»; a Tirana gli studenti hanno ribattezzato il ministero dell’Istruzione «ministero dell’Emigrazione».

In Italia le occupazioni sono cominciate a Torino il 5 ottobre e il 16 erano in piazza oltre 400mila studenti, secondo gli organizzatori: ventimila a Roma, migliaia a Milano dietro lo striscione «Nessuno è straniero», e poi Bologna, Firenze, Genova, Napoli, Bari e Cagliari, con slogan che bastano da soli, come «Più aule e meno bombe» e «Se ci togliete il futuro, vi blocchiamo il presente». Ora tutto converge sul 20 novembre, giorno dello Youth Strike, lo sciopero internazionale dei giovani, che ha una parola d’ordine che non lascia margini: «Lottiamo per il nostro futuro, non per le vostre guerre». E la data non è scelta a caso, perché il 20 novembre è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e quella promessa, nel 1989, l’abbiamo firmata noi.
Le ragioni si tengono l’una con l’altra come anelli di una catena. Non esiste diritto allo studio senza una casa, e a Milano una stanza costa in media 704 euro al mese, a Roma e a Torino gli affitti sono saliti del 40 e del 45 per cento dal 2020, ad Atene sono più che raddoppiati in dieci anni; non esiste casa senza un salario, né scuola con le aule che cadono a pezzi, né futuro su un pianeta che brucia, né pace in un continente che taglia il welfare per comprare armi. Sotto tutte queste ragioni, però, c’è una sola matrice, la più scandalosa che si possa dire a un continente stanco: noi esistiamo.

Freud chiamava Verleugnung, diniego, il meccanismo con cui la mente sa una cosa e insieme la tiene lontana, e credo che l’Europa abbia vissuto così gli ultimi anni, parlando di riarmo la mattina e di «valori europei» la sera, senza che un discorso dovesse mai rispondere all’altro. Ma ciò che si nega ritorna, e ritorna nel corpo: chi non elabora una perdita, scriveva Freud in Lutto e melanconia, non la piange ma se ne ammala. L’Europa ha perso l’idea di sé come promessa di futuro e non ne ha fatto il lutto; per vent’anni ha cercato di togliere il negativo dalla vita, ciò che Byung-Chul Han chiama algofobia, e si è depressa così, accettando la propria condizione, immersa nel consumo e nel tepore di un’esistenza imbottita.
Intanto, altrove, intere nazioni scivolavano in quella che José Bleger avrebbe riconosciuto come una posizione psicotica, il no all’umano, in cui si costruisce distruzione senza un senso comune che non sia il profitto e l’accaparramento delle risorse della terra, oppure si affidavano all’ideale onnipotente della macchina, governata da pochi uomini più ricchi di interi Stati, se è vero, come documenta Oxfam, che dodici persone possiedono più della metà più povera dell’umanità. Tra un’Europa che dorme e un mondo che delira, i ragazzi sono rimasti gli unici svegli. Gramsci lo chiamava interregno, il tempo in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, ma è anche il tempo in cui qualcuno, per primo, smette di negare.
A Belgrado gli studenti hanno risposto ai sedici morti della stazione di Novi Sad con due anni di assemblee senza leader, e il 25 ottobre sono andati al voto con una lista che si chiama «Gli studenti vincono!». Comunque vada, è un monito alle destre nazionaliste convinte di poter governare una generazione con la paura, ed è soprattutto un inno di esistenza.

Poi ci sono le vetrine, che i telegiornali mostrano in loop finché diventano la piazza intera, e il ministro Valditara ha riassunto la sua lettura in una formula: «Noi costruiamo, altri distruggono». La vetrina rotta resta un gesto da non giustificare, ma lavorando con gli adolescenti che chiamo devianti per necessità ho imparato che la violenza che pesa di più non è quella del momento, bensì quella sistemica, che non rompe vetrine ma vite. Che cosa ci aspettavamo da un mondo costruito sul profitto e sulla ricchezza nelle mani di pochi? Marx ricordava che con un profitto del trecento per cento non c’è delitto che il capitale non sia pronto a osare, e papa Leone XIV, a Parigi, ha detto che gli altri «vengono esclusi nel nome del profitto». Winnicott ci ha insegnato che la tendenza antisociale porta con sé una speranza, perché il pericolo non è il ragazzo che grida, ma quello che ha smesso di farlo.
In Italia questa paura ha un nome, «maranza», e Gabriel Seroussi, in La periferia vi guarda con odio, mostra come l’etichetta semplifichi vite complesse e dia un volto unico all’angoscia collettiva, tanto che nello stereotipo del maranza, scrive, c’è «la sintesi di tutto ciò che è destabilizzante per una società depressa». In Francia lo stesso nodo si chiama banlieue, e Houria Bouteldja, militante decoloniale molto discussa, in Maranza di tutto il mondo, unitevi! sostiene che i ragazzi delle periferie e il proletariato bianco impoverito abbiano lo stesso avversario, e che la paura reciproca serva proprio a tenerli divisi. Non ne condivido tutte le conclusioni, ma la sua diagnosi coglie qualcosa di vero: la frattura tra centro e margine è diventata il modo più efficace per non parlare di quella tra chi ha e chi non ha. C’è poi una ferita che non vogliamo nominare, quella dei 914mila studenti senza cittadinanza che siedono nelle nostre scuole, quasi due su tre nati qui, perché non si può chiedere a nessuno di prendersi cura di un luogo che non lo riconosce.

Intanto si moltiplicano gli esperti di giovani, che non distinguono gli adolescenti dai giovani adulti e soprattutto non parlano con loro, come chi formulasse una diagnosi di tumore su un paziente mai visitato. Si esulta perché l’abbandono scolastico formale è sceso all’8,2 per cento, ma quel numero non conta i ragazzi iscritti che in classe non riescono più a entrare: il CNR ne stima circa cinquantamila in ritiro sociale, e chi lavora sul territorio sa che sono molti di più. Non si dica, allora, che questa generazione non vuole cambiare il mondo, perché la verità è che a noi adulti non piace come vorrebbe cambiarlo.
Nell’Iliade Ettore si toglie l’elmo, solleva il figlio verso il cielo e prega che un giorno sia più forte del padre. È la promessa di ogni generazione alla successiva, e noi non l’abbiamo mantenuta; per questo i ragazzi fanno come Telemaco, che non crede che il padre sia morto e parte a cercarlo, e oggi vanno a cercare da soli un ideale che pensavamo perduto. Nessuna repressione fermerà queste piazze, perché sono un ultimo anelito vitale prima che l’Europa si riduca a un brandello d’anima tra due imperi, e se Leonard Cohen ci ha insegnato che la luce passa dalle crepe, queste piazze sono la crepa.
Il viandante di Frost tira dritto, ma noi non possiamo più permettercelo, perché la domanda che ci resta in gola è una sola: come poteva essere che i giovani a cui avremmo affidato la terra l’avrebbero accettato senza dire nulla?

Proviamo allora ad alzare lo sguardo dai cocci all’orizzonte, dove vedremo, controluce, il coraggio che noi non abbiamo avuto, e forse saremo pronti a cedere qualcosa: spazio, parola, potere. Immagino una lunga camminata da Tarifa a Capo Nord, in cui Gen Z, millennial e baby boomer camminano uno accanto all’altro, non davanti a indicare la via e non dietro a sorvegliarla, ma accanto. I nostri adolescenti, e ancora di più i nostri giovani, stanno più dentro di noi nel corpo nudo del mondo, e sanno che questo grido è necessario per la sopravvivenza dell’anima della nostra bella Europa.

Michele Vargiu è psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e gruppoanalista, presidente emerito della FeNaCoPsi

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