Presentazione pubblica del Manifesto per una nuova gestione della salute mentale

Nella grande sala dello storico Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, siamo disseminati con le nostre mascherine ai piedi di un maxischermo che ci mostra colleghi nella loro incorporea parzialità, che perciò ci seguono in collegamento. Le leggi dello spazio-tempo frammentano ancora una volta un gruppo che il comune desiderio di lottare l’ingiustizia vorrebbe sentire molto più unito.

Tanopulos inizia a discutere un pregevole manifesto di intenti, che tutti i raccolti  qui naturalmente condividono, per il percorso che ognuno ha seguito col cuore dipanando la sua vita scientifica e professionale lungo sentieri diversi ma dentro lo stesso filone di libertà, uguaglianza e fraternità che costruisce gli ideali democratici.

Poi, nel Termidoro, sono seguiti i giorni del terrorismo e Giacobini, Girondini, Montagnardi cominciarono a spedirsi reciprocamente sulla ghigliottina senza preoccuparsi più di combattere contro il virus.

Gli estensori del Manifesto provengono da società scientifiche e campi culturali che hanno navigato a lungo questi mari e partecipato a quella sindrome della ragione dialettica tipica della sinistra che pur avendo ideali, uomini (?!?!) e programmi vincenti, ha sempre trovato il modo di far fare le leggi a Berlusconi.

L’interrogativo è: è possibile trasformare un altro manifesto, uno di quelli che tutti nella nostra vita abbiamo firmato a centinaia constatandone la totale inutilità, in una vera alleanza per incidere nel reale?

Quali operazioni compiere e con quali mezzi?

Innanzitutto cominciare a scovare in noi ed evidenziare una capacità di analisi, di riconoscimento del polimorfismo e quindi di autocritica che non è sufficientemente sottolineata.

Forse dobbiamo tutti rinunciare alla parte di noi che detiene la Verità assoluta!

Va assolutamente bene difendere la propria identità professionale e cercare di estendere la propria sfera d’influenza – ma senza rischiare la paura del soffocamento e la rabbia dell’esisto solo io, della paranoia. Dobbiamo imparare a mescolare, per cercare il nuovo, reti neurali e neuroni-specchio, mondo affettivo, relazioni ed insiemi sociali per accorgerci della loro unitarietà d’intenti nel multilivello di Campi differenti percorsi da differenti ricercatori.

Nasceranno mai gruppi di studio per approfondire le enormi aperture ed i pericoli della voluta e temuta “fratellanza confusiva”? Di questa tra farmaco e veleno va scoperto il dosaggio giusto per me, il mio livello e il mio lavoro di ricerca e terapia?

Marciare separati allora per veramente colpire uniti, oppure per cercare di salvarsi la propria identità da custodire in una solitudine dogmatica?

Guelfo Margherita