Camminare insieme

di Silvia Golino

 

“Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,  che valga una camminata senza fine per le strade povere,  dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani”

Pier Paolo Pasolini, Versi del Testamento

 

Versi brevi e potenti. Con essi, il poeta Pasolini riesce a raccontare non solo il proprio incondizionato amore per gli umili, ma anche il suo coinvolgimento personale nelle loro storie. Per camminare veramente, senza fine, per le strade povere bisogna essere come loro. Bisogna dunque camminare insieme.

Inutile dire che per un’operatrice sociale come me, amica dei Rom di Bolzano, attenta a chi viene lasciato ai margini di questa ricca città, questi versi arrivano al cuore, minuziosi e profondi.

Camminare insieme, così inteso, non è metafora, bensì pratica trasformativa. Trasformativa, s’intende, per tutti coloro che camminano, senza più distinzione tra operatore e utente, tra terapista e paziente, tra “sano” e “malato”.

Tale pratica può prendere diverse forme: si pensi all’importante progetto educativo sperimentale di giustizia riparativa “Boez – Andiamo via”, nel quale un gruppo di ragazzi in esecuzione penale esterna, operatori sociali e operatori cinematografici hanno concretamente intrapreso assieme, ai piedi, due mesi di cammino lungo la Via Francigena del Sud, da Roma a Santa Maria di Leuca[1]. Questo viaggio è stato costruito con mesi di preparazione al lavoro di gruppo, basato su salde basi teoriche e supervisionato a livello scientifico psicoanaliticamente orientato.

Si pensi ancora ai molti, coraggiosi, esempi di alto coinvolgimento di professionisti e operatori accanto e assieme alle persone con cui, nel loro cammino di vita appunto, si sono trovati a lavorare, condividendo con essi luoghi, emozioni, momenti di piena dedizione che hanno comportato l’investimento di intere giornate e intere nottate non previste dal calendario lavorativo, ore straordinarie appunto (e qui non venga soltanto in mente l’interessante doppia accezione di “straordinario” in senso lavorativo, ma il fatto che tali momenti sono durissimi, provanti ed eccezionali allo stesso tempo)[2]. Camminare insieme, nella esperienza professionale e di vita di queste persone, è l’essenza della cura, della riabilitazione dei più fragili, sempre possibile, anche nei casi che appaiono disperatamente “al limite”.

A Bolzano, Forum Prevenzione organizza periodicamente da anni incontri di formazione e supervisione a cura del dott. Tito Baldini, aprendoli in modo intelligente e generoso non solo ai propri dipendenti, ma anche a chi senta il bisogno di unirsi al Gruppo. Vi venni invitata una volta, era l’epoca pre-pandemia, quando gli incontri online sembravano spaziali e funzionavano via skype a singhiozzo[3].

Da parte mia, il lavoro che ostinatamente portavo avanti accanto ai Rom e agli indesiderati di questa città seguiva certamente un approccio, che consideravo mio personale ma che in realtà non riuscivo a sistematizzare. Tale approccio è stato illuminato e, oserei dire, giustificato teoricamente sulle salde basi di (ri)lettura[4] di grandi psicoanalisti, durante questi importantissimi incontri. Fin dal primo momento di condivisione ho percepito non soltanto grande affinità con il lavoro del Gruppo, ma soprattutto un importante sollevamento, nell’intendere che per ciò che facevo e ciò che pensavo vi fossero basi teoriche provate e chiare, quasi lineari perché volte a riparare e non distanziare (solo più tardi capirò trattarsi dell’approccio psicoanalitico al sociale). Baldini, forte della sua multidisciplinare conoscenza, di un profondissimo studio dei “classici” della psicoanalisi e della sua particolare abilità a tradurre tutto ciò in lezioni e consigli di immediata comprensione, aveva una spiegazione per tutto, portava a riflettere su quanto banale fosse il male, e al contempo su quanto ugualmente banale potesse esserne la soluzione, camminando insieme.

Ma qui, proprio qui, si trova la difficoltà di molti. Perché camminare insieme significa compiere un percorso paritario, complanare, è uno scambio reciproco (Transfert e Controtransfert) dove l’operatore deve essere disposto a essere utilizzato, risucchiato nel “gorgo”, tirato giù finché l’acqua arriva alla gola, infangato, coinvolto a tal punto da riuscire a prendere veramente per mano chi soffre, liberare la sua psiche dal sentimento di abbandono e distanziamento[5], e risalire insieme. “E’ lì, proprio lì, che si prende peso nell’anima dell’altro”[6], ma per fare questo bisogna essere disposti a fraintendimenti, conflitti, scambi di ruoli, critiche dall’esterno e tanti altri momenti non sempre facili da gestire, se non si possiedono salde basi di supporto personale e professionale[7].

Ora capisco: era con questa sicurezza di me stessa, con i “cavi di tenuta” offerti dal mio ambiente e dalle mie capacità, era con questo stato d’animo che alla fine degli anni 1990 mi trovai a entrare nell’accampamento abusivo, dove nessuno osava mettere piede e dove vivevano circa 300 Rom sfollati dal conflitto civile in ex Jugoslavia, alla periferia sud di Bolzano. Vi entrai e ne conobbi gli abitanti, condividendo con essi i vicoli di terra, gli odori, gli abbracci dei bambini, le molteplici esperienze, apprendendone la lingua tra incomprensioni e momenti di crescita comune. Ho visto da allora nascere una moltitudine di stupende bambine e bambini, e ho appreso a vivere insieme a loro, mai abitando nel campo, ma frequentando il campo (e più recentemente le loro abitazioni) con il loro consenso, ogni qualvolta lo ritenessi necessario per me stessa e per quelle famiglie, divenendo quella parte di comunità che aveva contatto con la città, aveva capacità di decifrazione di altri codici e per questo capacità di supporto. Con quante di queste persone è valsa la pena camminare insieme, su strade, vi assicuro, non sempre in discesa!

Allo stesso modo, meno anni or sono, era pieno inverno del 2015 quando decisi di scendere nel luogo dove bivaccavano una trentina di persone. Scesi nel vero senso della parola: percorrendo una breve e ripida discesa sterrata che dalla strada asfaltata conduceva alla riva del fiume Isarco, nella periferia est della città. Trovai un piccolo inferno congelato, dove attorno a cucine improvvisate vivevano ragazzi afghani e pakistani appena giunti attraverso la rotta balcanica, profughi, regolari richiedenti protezione internazionale la cui dovuta accoglienza legale era stata rigettata dagli uffici locali, in un misto di ingiustificabile angoscia e torpore istituzionale. I servizi giornalistici cittadini dipingevano la zona come luogo di degrado e di pericolosità sociale. Così interpretavano, frettolosamente, quei volti scuri e affumicati che uscivano da cappucci e coperte di lana. Quando mi trovai a violare, di proposito e con la tranquillità di donna ormai matura, il confine che la città aveva tessuto attorno a quello sparuto gruppo di giovani, ebbi modo di guardare negli occhi quei volti che non sapevano più sorridere, dopo mesi di sofferenze e fame, e due ragazzi si allontanarono dal focolare per farmi posto e condividere con me un’improbabile tazza di thè bollente fatto con l’acqua del fiume. Ero scesa “nel pozzo” con loro, ci ritornai poi diverse altre volte e con molti di essi siamo risaliti, non senza fatica, camminando – di nuovo – insieme fino all’ottenimento della loro protezione da parte dello Stato e all’indipendenza economica e abitativa. Normalissimi giovani in cerca di stabilità, abbandonati a se stessi e raccolti lungo un fiume, in uno scambio intimo e in un riconoscimento reciproco di competenze e intelligenze, dove io non ero soltanto quella che aiutava, ma anche quella che imparava da loro a vivere.

Per chiudere con le parole di Baldini sul trattamento analitico di patologie al limite (parole trasferibili, sono sicura che lui sarebbe pienamente d’accordo, a ogni tipo di lavoro di aiuto con persone gravemente emarginate): la persona che chiede aiuto ha bisogno che “la propria componente dissociata (rinnegata, forclusa) … sia, da noi, non solo genericamente compresa, bensì, amata, anelata nostalgicamente, … condividendone il dolore della perdita, in lui come in noi stessi. Noi, protetti dalle annate di analisi, dall’autoanalisi, dall’edipico, dalla voce in noi degli Autori e dal nostro Gruppo scientifico di riferimento, noi con tali e tanti cavi di tenuta, noi, dicevo, ben supportati, possiamo, dobbiamo, immergerci nel pozzo, nostro, dello struggente desiderio di qualcosa persa senza averla posseduta, un accadimento infantile, il crimine della sottrazione al bambino della sua infanzia. … La difficoltà per noi psicoanalisti [per noi che esercitiamo professioni di aiuto ndr] consiste nel rinunziare di chiudere fuori dalla nostra esperienza affettivo-emotiva la scena del ‘gorgo’ in cui noi stessi ‘scenderemo muti’[8]: solo se sappiamo sentire e gestire tanta angoscia, nostra e non sua, allora e solo allora il paziente, nel più intimo di sé non si sentirà mai più solo, perché, là, ci siamo, con discrezione, collocati noi analisti; egli si sentirà com-preso, con accanto noi che sappiamo di farcela – a risalire nelle spire mulinanti del gorgo insieme a lui – ed, entrambi, di viverci questa vita.” (T. Baldini, Vampiri e fantasmi, 15 giugno 2022 in www.psicoanalisiesociale.it corsivo dell’A.)

Entrambi, tutti, vivere questa vita con pari dignità e pari possibilità. Questo dovrebbe essere l’intento del lavoro di aiuto, anche, e soprattutto, di fronte a quei casi che appaiono impossibili.

[1] Tale progetto è poi divenuto la docu-serie TV in dieci puntate dal titolo Boez – Andiamo via, ancora fruibile in streaming su Raiplay. Interessantissimo il resoconto personale di Ilaria D’Apollonio, conduttrice del gruppo in cammino (I. D’Apollonio, BOEZ – ANDIAMO VIA, in Adolescenza e Psicoanalisi, n. 2, novembre 2019, pp. 123-135).

[2] Valga un esempio per tutti: l’operato insonne di Marco Lombardo Radice accanto a ragazzi e ragazze considerati “casi impossibili”, ricoverati presso l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di via dei Sabelli di Roma.

[3] Ricordo che in occasione di un incontro, noi tutti una quindicina di operatori attorno un minuscolo monitor di lapbook con proiezione ingrandita a muro del volto di Tito Baldini per facilitarne la visione, rivolgevamo al relatore le nostre riflessioni e domande guardando in alto verso il volto proiettato a parete e non verso la videocamera del portatile, e il nostro Tito si trovò a chiederci se, secondo noi, lui fosse già morto, perché quando gli parlavamo guardavamo tutti in alto!

[4] Intendo (ri)lettura come lettura riferita al momento attuale, lettura contrappuntale per dirla con E. Siad, che oltre a raffinato critico letterario (e sociale) era anche appassionato di musica. Secondo l’Autore (in Humanism and Criticism, 2004) le opere dei classici (canonical humanities) vanno lette come un contrappunto musicale, dunque non in forma rigida, ma in chiave imitativa e perciò anche creativa, nuova, perfino rivoluzionaria.

[5] Il marginale per definizione è un abbandonato, un confinato, un relegato a periferie reali o simboliche. Stigmatizzare tali figure sofferenti con diagnosi e con denominazioni che riportano alla presunta “anormalità” significa soltanto distanziarli, aumentare la loro solitudine e troncare alla base la loro speranza.

[6] I. D’Apollonio (cit), p. 127, corsivo nell’originale.

[7] Qui devo menzionare, oltre alle importantissime supervisioni appena descritte, la generosa offerta gratuita di seminari e contributi di altissimo livello su Autori e Temi attinenti questo approccio, contenuta nel portale Psicoanalisi e Sociale (www.psicoanalisiesociale.it) e nel sito dell’Associazione “Lesra e Rubin” (www.lesraerubin.it).

[8] Le espressioni tra virgolette usate qui da Baldini sono citazioni dal poema di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, in Poesie del disamore (Einaudi, 1950)