Tre articoli interessanti articoli di Daniela Scotto di Fasano, Paola Garbarini e Davide Fabris sulla condanna di Putin da parte della Corte Penale Internazionale

Pochi giorni fa la Corte Penale Internazionale (Cpi), tribunale che ha sede all'Aja, in Olanda, ha emesso un mandato di arresto contro il presidente russo Vladimir Putin perché ``responsabile del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle zone occupate dell'Ucraina alla Russia”. Oltre a Putin, un altro mandato di arresto è stato spiccato nei confronti di Maria Alekseyevna Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini (i diritti!!!) presso il Cremlino. I reati risalirebbero almeno a partire dal 24 febbraio 2022, cioè dal giorno della dichiarazione di guerra all’Ucraina.
Non si tratta, come credo vorremmo poter pensare, di un fatto inusuale, straordinario. Purtroppo stupri etnici e appropriazione di minori sono storicamente stati tra gli strumenti di sopraffazione più violenti utilizzati dai vincitori sui vinti o, nei regimi dittatoriali, dalle esigenze dei dittatori, di omogeneizzare perfino in termini identitari il territorio e la popolazione loro soggetti.
Ne ricordo uno, tra i molti, quello del genocidio, nel corso della Prima guerra mondiale nei territori dell’Impero ottomano, del popolo armeno. Il governo salito al potere, quello ultranazionalista dei Giovani Turchi, emanazione del partito Unione e Progresso, tentò di turchizzare l’area anatolica, deportando e sterminando l’etnia armena presente nel territorio fin dal 7° secolo a.C, integrata ma non assimilata. Il movente fondamentale che ispirò l’azione di governo dei Giovani Turchi fu l’ideologia panturchista, il sogno di arrivare a fare della Turchia uno Stato su una base monoetnica, linguisticamente e culturalmente omogenea.
Armeni, greci, assiri, ebrei: l’Impero ottomano era costituito di fatto da un mosaico di etnie e religioni. L’obiettivo era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico Un milione e mezzo di persone persero la vita, i due terzi degli armeni dell’imparo ottomano, e molti furono i bambini appropriati e islamizzati. Come in Cile (500 bambini rubati), come in Argentina (10.000 bambini appropriati).
Nel genocidio l’obiettivo è la distruzione di un gruppo, non come ‘effetto collaterale’ ma come preciso intento volto allo scopo di distruggere la cultura di un gruppo, come avviene quando ai bambini che vi appartengono vengono inculcate lingua, religione, usanze differenti.
A novembre 2022, a Roma, si è svolto un importante convegno internazionale, Still Life; tra i relatori, lo psicoanalista argentino Mariano Horenstein, del quale mi sembra importante rievocare le parole:
“Dobbiamo saper leggere – ha detto - le linee di morte nella vita”.
Non dobbiamo mai dimenticare “La barbarie mai del tutto rimossa che, come ci ricorda Benjamin, è il rovescio della cultura.”.
E nemmeno sottovalutare l’atmosfera intrisa di totale indifferenza emotiva nei confronti della alterità, dell’altro da sé, come l’armeno per il turco, come i ribelli e i loro figli per la dittatura argentina o, oggi, per quella russa.
Infatti, ricorda Horenstein: “In seguito a una richiesta di Papa Giovanni Paolo II, un giornalista chiese al dittatore Videla, sotto il cui governo era stato concepito il terrorismo di Stato, informazioni sugli scomparsi. La sua risposta è degna di nota: «Per quanto riguarda questo fatto in quanto tale, si tratta di uno sconosciuto che è scomparso. Se l'uomo apparisse avrebbe un trattamento X, se l'apparizione diventasse una certezza della sua morte avrebbe un trattamento Z, ma finché è scomparso non può avere un trattamento speciale, è una persona scomparsa, non ha un'entità, non è né vivo né morto, è scomparso». Si noti, dietro il suo cinismo, le parole che usa, trattamento speciale. In tedesco è Sonderbehandlung, l'eufemismo nazista per genocidio.”
E come non essere d’accordo con Horenstein quando afferma: “A mio avviso, è impensabile praticare la psicoanalisi facendo finta che tutto questo non esista. La figura dell'analista come antropologo forense mi si impone. Qualcuno capace di ristabilire una possibile identità”.
Dunque, per concludere, come psicoanalista non posso non pensare al dramma di chi – rapito bambino e cresciuto con un nome, una lingua, delle usanze, un credo, diversi dai suoi e dei suoi avi all’origine della vita, - percepisce – ma non ha parole per dirlo, sa ma non sa di sapere, che non è figlio di quelli che crede siano i suoi genitori, sa ma non sa di sapere di ospitare in sé una frattura interna.
Qui allora a mio parere si intrecciano storia, politica e psicoanalisi. Ed è qui, in tale intreccio ineludibile e prezioso, che la figura dello psicoanalista deve necessariamente essere quella dell’antropologo forense.
Daniela Scotto di Fasano
Psicoanalista SPI
Adozioni?
Venerdì 17 marzo scorso, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente russo Vladimir Putin e per Maria Alekseyevna Lvova-Belova, commissaria presidenziale russa per i diritti dell’infanzia, con l’accusa di essere direttamente responsabili della deportazione di bambini e adolescenti ucraini in Russia. I dettagli dell’accusa non sono stati ancora divulgati ma dalle prime informazioni diffuse si parla di migliaia di minori portati arbitrariamente via alle proprie famiglie o da istituti e centri di accoglienza per essere adottati da famiglie russe che negli intenti dichiarati della commissaria presidenziale, darebbero a questi bambini e adolescenti la possibilità di crescere in contesti familiari più idonei in termini di cura e sostentamento e, potremmo presuppore, di riferimenti valoriali e culturali.
Il tema è evidentemente molto delicato. Non solo nei contenuti, ma anche nella forma essendo l’accusa molto recente e riguardando un conflitto, purtroppo ancora in corso, che impatta su equilibri e interessi politici ed economici mondiali, anche rispetto all’ Istituzione che ha emesso la condanna. A partire da queste premesse e in attesa di capire se le accuse verranno confermate, non si tratterebbe di una pratica “innovativa”, nemmeno in Europa.
Storicamente molto recente, lo scandalo dei “Bambini Rubati” nella Spagna Franchista. Si tratterebbe di centinaia di migliaia di bambini che dal 1939 al 1975 furono sottratti illegalmente alle loro famiglie, considerate inadeguate per crescerli. Uno dei più fidati consiglieri di Franco era lo psichiatra militare Antonio Vallejo-Nágera che dirigeva il suo ufficio di ricerca psicologica. Lo psichiatra, ispirato da teorie eugenetiche di matrice nazista, ideò la “Teoria del Morbo Rosso” con lo scopo di dimostrare l’inferiorità mentale dei dissidenti e che le convinzioni politiche promosse nelle famiglie che si opponevano al Regime potessero come un virus infettare i bambini, danneggiando la salute mentale delle generazioni future. Questi bambini venivano quindi sottratti alle famiglie d’origine e fatti adottare da famiglie vicine al Regime (cattoliche, eterossessuali e politicamente fedeli al sistema) allo scopo di crescerli in un clima educativo e valoriale in linea con quello franchista. Per veicolare ciò nel 1941 Franco fece semplificare le leggi sulle adozioni e nel 1958 fece una seconda Riforma che prevedeva che dopo tre anni dall’abbandono del figlio, i genitori biologici perdevano su di lui qualsiasi diritto. Le sottrazioni marcatamente ideologiche durarono circa fino agli anni Cinquanta. Nel corso dei tre decenni successivi la pratica delle adozioni illegali si trasformò in un vero e proprio traffico di minori, generando introiti miliardari. La dittatura terminò nel 1975 con la morte di Franco ma il traffico proseguì fino al 1987, quando le adozioni passarono sotto la gestione diretta dello Stato, togliendo potere alle Istituzioni Religiose che le avevano di fatto controllate fino ad allora.
La vicenda dei “Bambini Rubati” spagnoli, ci ricorda tristemente quella più nota dei figli dei desaparecidos rapiti durante l’ultima dittatura militare argentina (1976 -1983). La quantità di sequestri di bambini e giovani in stato interessante, il funzionamento di centri di maternità clandestini, l'esistenza di liste di famiglie di militari in ``attesa`` di una nascita all'interno di questi centri e le dichiarazioni degli stessi militari hanno dimostrato l'esistenza di un piano predeterminato, non solo fondato sul sequestro di adulti, ma anche sul rapimento di bambini, rubati come ``bottino di guerra``, registrati come figli legittimi, “appropriati” dagli stessi membri delle forze repressive, abbandonati in qualche luogo, venduti o lasciati in istituti senza nome come N.N. Rendendoli di fatto adottabili senza la consapevolezza e l’autorizzazione dei loro familiari. Tale pratica aveva un obiettivo specifico, si trattava di un modo per far sì che il trionfo sui padri desaparecidos si perpetrasse più in là della stessa desaparición, attuando una sorta di 'pulizia ideologica' anche delle generazioni future. Bambini usati come merce, come pura mercanzia per colpire il nemico nella sua sfera più intima, la sua progenie. Di fatto l’adozione illegale di minori era già ampiamente diffusa in Argentina, potremmo dire che i militari contribuirono a politicizzare e sistematizzare la pratica. Oltre ai figli dei desaparecidos, vittime dirette del regime, furono migliaia i minori strappati illegalmente a madri e famiglie ignare del loro destino: i casi più frequenti riguardano bambini che venivano dichiarati morti alla nascita a madri inconsapevoli, spesso povere e sole, e che venivano poi venduti e adottati illegalmente.
Queste storie ci riguardano più da vicino di quanto possiamo immaginare.
Una recente e interessantissima inchiesta delle giornaliste Elena Basso e Giulia de Luca intitolata “Figli del silenzio: il caso dei 500 bambini cileni adottati in Sardegna”, fruibile come podcast prodotto e pubblicato da IrpiMedia, ha evidenziato come anche durante la dittatura di Pinochet in Cile, durata dal 1973 al 1990, circa 20.000 bambini vennero rapiti con la complicità del Regime e fatti adottare illegalmente in Paesi benestanti, in particolare europei. Tra questi, circa 500 bambini vennero adottati irregolarmente in Italia, in particolare in Sardegna, da genitori che non potendo avere figli e non riuscendo ad adottare in modo legale si rivolsero ad Enti Religiosi, che promettevano di fare da mediatori e di semplificare la procedura. Dall’inchiesta, emerge che le famiglie adottive nella maggior parte dei casi facevano generose offerte agli Istituti e alle Istituzioni che si occupavano della pratica. Bambini utilizzati come merce di scambio, non solo perché veicolavano guadagno di denaro ma anche perché lo facevano risparmiare, essendo prelevati spesso da famiglie povere o da madri sole, sgravando lo Stato dalla responsabilità di farsene carico dal punto vista socioeconomico. Anche in questo caso i minori vennero principalmente strappati alle loro famiglie al momento della nascita o poco dopo, e sono cresciuti quindi nella convinzione o di essere figli biologici dei genitori che li hanno cresciuti o come figli adottivi pensando però di essere stati abbandonati.
E infine, penso alla recente inchiesta fatta dal The Observer circa la sparizione di minori nel Regno Unito. Si tratterebbe di minori richiedenti asilo prelevati direttamente in strada, davanti agli hotel che li avrebbero dovuto accogliere. A seguito di tale inchiesta il Governo ha ammesso che 200 minori richiedenti asilo sono scomparsi dopo essere stati collocati in hotel gestiti dal Ministero dell’Interno, responsabile della tutela dei minori, confermando che la stragrande maggioranza dei minori scomparsi, 176, erano di origine albanese. Non è ancora stato chiarito il fine ultimo dei rapimenti, ma l’ipotesi più plausibile pare essere quella della tratta e del traffico di esseri umani.
In comune a queste storie ci sono minori privati della loro identità, trattati come oggetti. Le situazioni citate rimandano a concetti di appropriazione, rapimento, illegalità. Termini che in nessun modo si legano al patto adottivo. Si tratta di situazioni in cui lo Stato agisce o è complice (diretto o indiretto) di un reato, utilizzando i minori allo scopo di arricchirsi, oppure come veicolo di trasmissione ideologica forzata, per colpire la “parte nemica”, nel tentativo di veicolare una ri-educazione ideologica delle generazioni future spezzandone di fatto la trasmissibilità identitaria e culturale. Se come afferma Balsamo (2002) “la roccia dell’identità concernerebbe l’iscrizione, nell’individuo, del genealogico, e questo evento, nel momento in cui può essere ripreso, interpretato, lavorato (a partire dalle configurazioni storiche che tracciano i confini della piccola identità), produrrebbe l’apparizione di una differente configurazione: il soggetto” viene da chiedersi quale genealogico possa iscriversi nella vita di queste persone.
Concludo riprendendo gli articoli 7, 8 e 11 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989):
Art. 7 Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
Art. 8 Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali.
Art. 11 Gli Stati parti adottano provvedimenti per impedire gli spostamenti e i non-ritorni illeciti di fanciulli all’estero.
In attesa di conoscere ulteriori dettagli di questa denuncia più recente, come professionisti attenti alla promozione e protezione dei Diritti Umani, possiamo già cominciare ad interrogarci e riflettere sull’importanza di sostenere e veicolare attivamente una cultura che tuteli in ogni situazione e contesto i Diritti dei Minori, tra cui quello fondamentale all’Identità.
Paola Garbarini
Psicologa, psicoterapeuta
È notizia di qualche giorno fa che la Corte Penale Internazionale abbia spuntato un mandato di arresto contro il Presidente russo Vladimir Putin per la sua responsabilità nell’implementazione da parte russa di crimini contro minori ucraini. L’accusa contro Putin è quella di aver approvato la deportazione, o il rapimento, dei minori, in modo da ricollocarli in territorio russo in “centri di rieducazione” ed infine farli adottare da famiglie russe. Massiccia è stata la reazione dei media occidentali, che hanno riportato i dettagli dell’accusa come l’ennesima conferma, o prova in questo caso, della bestialità dell’azione russa in Ucraina; le istituzioni europee, americane ed ucraine hanno tuonato all’unisono, dichiarando ancora una volta l’urgenza di intervenire contro il Tiranno russo. Come si intuisce da questo breve incipit il tema è estremamente delicato, complesso, e le riflessioni che ci possiamo permettere in questa sede sono molteplici.
Il pensiero va a quelle che sono indiscutibilmente le vere vittime del Conflitto: gli indifesi, gli impotenti. Nel contesto di una guerra, i bambini più di tutti forse simboleggiano in modo tangibile quel qualcuno che non è in grado di difendersi indipendentemente di fronte alla violenza. Ad una prima lettura della dettagliata relazione della CPI, l’indignazione è il sentimento prevalente: come può essere possibile una tale cinica violenza? Come possono i bambini essere strumentalizzati, divenendo loro stessi pedine del disegno coloniale putiniano? Da un anno a questa parte la politica ed i media occidentali ci hanno avvicinati al popolo ucraino, ci hanno mostrato il lato più umano di questo conflitto, ci hanno portati a percepire la loro sofferenza come propria. Di qui, l’indignazione, il senso di urgenza e di bisogno di fare qualcosa per proteggere coloro che non possono farlo da soli.
Eppure, assieme all’indignazione, o forse immediatamente dopo, vi è anche spazio per provare a dare un significato più profondo, politico a questa accusa. La decisione della CPI arriva infatti in un momento particolare per l’Occidente a sostegno dell’Ucraina, in cui vengono tirate le somme di un primo anno di conflitto che ha portato l’intera Europa nel vortice di una crisi economica ed energetica. La pace sembra essere sempre più lontana, il negoziato una possibilità sempre più flebile, e il mandato di arresto viene annunciato in concomitanza con la visita del Presidente cinese Xi Jinping a Mosca, nel tentativo di mediare e di proporre il “piano di pace cinese”. L’accusa sembra proporsi qui come elemento di supporto alle posizioni pro-conflitto, alimentando un sentimento di disprezzo nei confronti della Russia ed appunto, l’indignazione e l’interventismo di cui sopra.
Ultima nota, ma non meno importante, riguarda l’istituzione della CPI stessa, ed il suo riconoscimento mediante firma di un trattato internazionale; tale trattato non è infatti non ratificato solamente dalla Russia, ma, a sorpresa (o forse neanche troppo) dagli stessi americani e ucraini che ne impugnano l’accusa, richiedendo l’applicazione del mandato di arresto. Di nuovo, il tema è estremamente delicato, ed il rispetto dei diritti dei bambini dovrebbero essere una priorità assoluta nel contesto di un conflitto. Ciò che deve essere assolutamente evitato è però l’applicazione strumentale di tali diritti. Viene altrimenti da domandarsi dove sia il mandato di arresto nei confronti di Benyamin Netanyahu per gli innumerevoli crimini compiuti da soldati ed istituzioni israeliane contro minori Palestinesi, o l’indagine della CPI sulle responsabilità dei Presidenti Bush e Blair sulle atrocità commesse dai rispettivi eserciti (americano ed inglese) in Iraq.
Davide Fabris
Studente in International Development Studies