“Biografia della fame” di Amélie Nothomb Voland, 2005.
Recensione del volume
“Biografia della fame” di Amélie Nothomb
Voland, 2005
di Flavia Giannelli
Abstract
In questo romanzo, Amélie Nothomb ci fa rivivere la sua fame nell’infanzia e nella sua adolescenza, caratterizzata principalmente da viaggi, spostamenti e vuoti. La scrittrice ha la capacità di farci sentire in balia di quella sua “fame”, termine con cui intende “quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa” da divorare.
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Il 6 dicembre 2022, mi sveglio con la febbre. Il termometro misura 38°. Annullo tutti i miei impegni lavorativi e resto a letto tutto il giorno. Decido di iniziare a leggere il libro “Biografia della fame”, assegnatoci per le vacanze di Natale per un seminario della scuola di specializzazione. Lo “divorerò” in un pomeriggio.
Un elemento che mi colpisce sin da subito nella lettura del libro è il lessico utilizzato dall’autrice: “avevo fame di Nishio-san, di mia sorella e di mia madre […] avevo fame dei loro occhi posati su di me. Avevo fame dello sguardo di mio padre, ma non delle sue braccia”. Penso all’anoressia subliminale, a quanto nella mente di Amélie Nothomb ci fosse un chiodo fisso sull’alimentazione, al punto da utilizzare termini come “fame”, “divorare”, “mangiare” anche in ambiti che non hanno a che fare con l’alimentazione. Prima di passare a ciò che l’autrice narra nel libro, c’è un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi. Mi colpisce come è stato impaginato il libro: finisce il testo, spazio bianco, cambio pagina, scendo un po’ con lo sguardo per continuare a leggere, finisco il paragrafo, altre righe vuote, finisco la pagina, e così via. Mi fa pensare al senso di vuoto, rintracciabile nei pazienti affetti da un disturbo del comportamento alimentare, di cui parla approfonditamente anche Hilde Bruch nel libro “La Gabbia d’Oro”, vuoto che la Nothomb tenta di colmare con il cibo e con l’acqua. L’autrice dimostra di avere molta fame, ma per “fame” intende “quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa”. La potomania era soddisfacente per lei, l’acqua era diventata “l’unico infinito affidabile”.
“(La potomania) non era forse la metafora fisiologica del mio bisogno d’assoluto?”
In questo romanzo, Amélie Nothomb ci fa rivivere la sua infanzia e la sua adolescenza, caratterizzata principalmente da viaggi e spostamenti. Il padre era un diplomatico e per questo si è trovata a vivere in vari paesi durante i primi venti anni della sua vita, a partire dal Giappone, trasferendosi poi in Cina, a New York, in Bangladesh, in Birmania, in Laos, per tornare infine a Bruxelles, nel suo paese d’origine.
La scrittrice belga inizia il suo racconto narrando del Vanuatu, arcipelago dell’Oceania. Queste isole sono caratterizzate da una sovrabbondanza perenne, c’è cibo ovunque, e non mancano di nulla. Ciò che colpisce Amélie Nothomb è il fatto che è un arcipelago che non interessa a nessuno, nessuno ha tentato di conquistarlo, ma soprattutto nessuno su queste isole ha fame. Inizia il suo romanzo, raccontando di un paese, caratterizzato dall’assenza di fame, comparandolo al resto del mondo, dove la carestia è conosciuta, dove manca qualcosa, dove c’è chi “ha la pancia vuota”, in cui “ogni nazione è un’equazione che si articola intorno alla fame”.
A casa dell’autrice però non è mai mancato nulla, si chiede allora perché lei si senta così affamata.
“La fame, quella vera, che non è la frenesia di un capriccio, la fame che strappa il cuore e svuota l’anima della sua sostanza, è la scala che conduce all’amore”.
“La fame è volere. E’ un desiderio più grande del desiderio. Non è la volontà, che è forza. Non è neanche una debolezza, perché la fame non conosce passività.
L’affamato è qualcuno che cerca”.
“C’è nella fame una dinamica che proibisce di accettare il proprio stato.
E’ un volere che è intollerabile”.
Per quanto sembra che il libro sia un racconto sui viaggi che hanno caratterizzato l’infanzia e l’adolescenza di Amélie Nothomb, in realtà, come dice appunto il titolo del suo romanzo, questo non è il racconto della sua vita, ma piuttosto un romanzo sulle dinamiche della sua fame negli anni della sua crescita.
“L’uomo si costruisce a partire da quello che ha conosciuto nel corso dei primi mesi di vita: se non ha sperimentato la fame, sarà uno di quegli strani eletti, di quegli strani dannati, che non edificheranno la loro esistenza sulla mancanza.”
“Di colpo mia madre vide il mostro che aveva cresciuto, vide la fame in persona, con i suoi occhi giganteschi che esigevano un appagamento fuori dalla norma”.
Era una bambina super affamata di zucchero, le piaceva molto il cioccolato, ma la madre le proponeva formaggio o uova al posto del cioccolato o dei dolciumi e la super fame aumentava.
A dieci anni, la super fame si trasformò in super sete: Amélie Nothomb iniziò a soffrire di potomania. Beveva fino a quindici bicchieri d’acqua consecutivi ed è all’interno del racconto rispetto ad una crisi di potomania che inizia a utilizzare termini come “tubature”, “tubi”.
E si sentiva un tubo. I pazienti affetti da DCA si sentono dei “tubi”, vuoti e senza confini, dove ciò che entra, passa e se ne va.
“Il malato era colui che faceva fatica a dire qualcosa. Il corpo lo diceva al posto suo sotto forma di malattia. Idea affascinante, per l’implicazione che superando quella difficoltà, non si soffrirebbe più. Se la fame era una bella malattia, qual era la buona cosa da dire che me ne avrebbe guarita? Qual era il mistero che essa dissimulava?”
A dodici anni, Amélie si rese conto che mangiando troppi ananas le sanguinavano le gengive e di notte si alzava, andava in cucina e le mangiava perché aveva bisogno di “quel combattimento corpo a corpo”. Si trovava a continuare a mangiare con il sangue delle gengive che colava sull’ananas e quella visione le provocava intenso piacere.
Continuò a farlo fin quando volle smettere di seguire la voce interiore che la odiava, quella che le diceva di mangiare, e decise che dal 5 gennaio 1981 (a tredici anni e mezzo) avrebbe smesso di mangiare. Per due mesi la fame persistette, ma poi sparì e di questo fu contenta. Sentiva di aver ucciso il suo corpo: il suo petto divenne piatto, non aveva più pulsioni verso il ragazzo che le piaceva, non provava più emozioni. Non si odiava più ed era orgogliosa del risultato. Erano rari i momenti di lucidità in cui si rendeva conto di essere malata e di quanto fosse squallida questa malattia.
A quindici anni, era alta 1,70 ne pesava solo 32 kg. Si vedeva allo specchio nuda e sembrava un cadavere, ma era affascinata da questo.
“Nella mia testa, una voce commentava l’immagine riflessa: “Morirà presto”.
La cosa mi esaltava”.
Tuttavia, a quindici anni e mezzo il suo corpo finalmente si ribellò a tutto questo. Mangiò ed era doloroso: mangiava tra le lacrime, con fatica, in quanto il corpo non era più abituato e il cibo sembrava estraneo. Il corpo riprese ad avere un’apparenza normale, ma tornarono le voci dell’odio verso di esso.
“Ero rinchiusa in un corpo ostile e malato e in una mente ossessionata dalla distruzione”.
Nonostante la presenza delle voci e la difficoltà a non avere ricadute, Amélie guarì dall’anoressia anche se ci volle del tempo.
“L’anoressia mi era servita come lezione di anatomia. Conoscevo il corpo che avevo scomposto. Si trattava adesso di ricostruirlo”.
Il fatto di essere riuscita a “divorare” il romanzo, nonostante la febbre e la stanchezza che essa provocava, penso che fu dovuto alla sensazione di fame che la lettura del libro trasmette. C’è fame di conoscere come procederà questa ricerca di un qualcosa, che l’autrice ricerca dapprima nel cioccolato, poi nell’acqua, poi nelle amicizie e che infine tenta di interrompere con l’astinenza.
In realtà, “Biografia della fame” mi ha fatto ricordare anche le conversazioni con la ragazza che ho seguito per 3 anni per un intervento di Compagno Adulto. Nel 2021, nei nostri dialoghi, era molto presente il cibo: la ragazza parlava del cibo che era riuscita a evitare di mangiare, delle calorie che era riuscita a non assumere. Durante i ricoveri in SPDC, aveva dei fogli in cui scriveva quali cibi aveva mangiato e poi cercava su internet le calorie di ognuno e l’obiettivo era di abbassare il numero totale di calorie assunto ogni giorno. Se si sbagliava e il giorno seguente ne consumava di più, iniziava a stare male, a piangere, a sentirsi una fallita, a rifiutare anche l’acqua che le serviva per prendere le pasticche, a staccarsi le flebo quando necessarie e la sofferenza, anche solo percepita da me, era veramente profonda.
Sebbene la lettura sia durata poche ore, sono state ore intense che mi hanno fatto provare emozioni forti, come se la scrittrice quasi riuscisse a farti sentire in balia di quegli stessi eventi e delle sensazioni da lei sperimentate. Con il suo linguaggio e la sua scrittura riesce a far capire al lettore quanto sia difficile affrontare determinate situazioni, ma soprattutto quanto sia difficile uscirne.
Bibliografia
Bruch H. (2008). La Gabbia d’Oro, Milano, Feltrinelli, 2008.

