Giovani contro “un muretto”: 2 feriti e un’educativa malconcia
Testo di Antonio DonGocò Turano
foto: “I ragazzi del Campus Cypher Cosenza” (uno dei muretti attivi in Italia) di Nema
– Siena 27 febbraio 2026 –
Durante una battle al nuovo muretto di Siena i freestyler in cypher sono stati aggrediti da un gruppo di coetanei che con la violenza hanno rivendicato il possesso della piazza.
Comprendendo di cosa stiamo parlando possiamo sentire la ferita che l’evento accaduto provoca nella collettività. Partiamo dalle parole. Quelli usati sono termini appartenenti al linguaggio giovanile, ma non solo: sono termini appartenenti alla cultura Hip Hop, nata negli anni Settanta e da allora abitata e fatta crescere soprattutto da adolescenti e giovani. E’ una cultura che fornisce strumenti espressivi l’Hip Hop, con diversi linguaggi artistici tra cui il rap. Una delle espressioni più impressionanti del rap è il freestyle, improvvisazione di rime, non distante dalla tradizione medievale sviluppatasi proprio in Toscana dei cantori dell’ottava. La stessa ironia tagliente, lo stesso strumento: le rime. Ci si scontrava senza accedere alla violenza fisica ma trasformando creativamente l’aggressività in gesto poetico, allora come ora. Una serie di rime che i cantori costruivano per arrivare alla “stangata” finale, un concetto potente come la “punchline” dei freestyler di oggi. La poesia come arma, utilizzata per battere l’avversario e confermare la propria predominanza. Ai tempi dei cantori a Siena ci si sfidava tra contrade rivali, quelle del Palio. Nelle battle i freestyler si scontrano per decretare il campione della serata. La parola prende il posto del colpo concreto, il ritmo organizza il caos interno, la creatività sublima l’eccesso pulsionale.
L’aggressività non è di per sé negativa, è una forza vitale, necessaria alla costruzione dell’identità, per diventare protagonisti della vita sociale.
La violenza, invece, emerge quando questa energia non trova un forma evolutiva, non può essere rappresentata simbolicamente, trasformata artisticamente e ha bisogno quindi per esprimersi di concretizzarsi sul corpo.
Da qualche anno in Italia si è ravvivata tra i ragazzi di molte città la tradizione di riunirsi, dandosi appuntamento in un luogo simbolico: i muretti. Questi diventano presidi autogestiti di espressività, un’attività creativa, un linguaggio simbolico capace di trasformare vissuti aggressivi in espressione, il conflitto in possibilità di crescita. Una pratica dalla quale gli adulti potrebbero imparare molto.
Ci si riunisce, si fa un cypher, un cerchio nel quale ogni partecipante a turno crea e sfoggia le proprie punchline, poi di solito inizia un torneo: eliminatorie, quarti di finale, semifinale e finale per decretare il campione della serata. Ogni settimana appuntamento fisso, tutto autogestito, senza finalità economiche, alimentato dalla passione e dal bisogno di trasformare una carica pulsionale potente, che non trova contenimento altrove e non vuole esprimersi distruggendo.
I giovani che partecipano a questi appuntamenti infatti dedicano un’importante quota di energia psichica nell’allenamento e alla costruzione di rime, immagini metaforiche, idee geniali per impressionare il pubblico. Durante la settimana l’appuntamento del muretto dona loro una lente, attraverso la quale nutrirsi e codificare tutte le esperienze personali e trarne ispirazione come dagli argomenti studiati a scuola, dalla tradizione popolare, dalla cronaca e dalla politica contemporanea. Una lente che accende una frizzante attenzione e un vivo interesse per tutto. Il freestyle si configura così come una disciplina informale che agisce da dispositivo culturale e simbolico, in cui ogni generazione rielabora linguaggi, conflitti e identità del proprio tempo.
Oltre a questo si è progressivamente costruita una rete tra i muretti delle diverse città, dal nord al sud, isole comprese, che porta all’organizzazione di eventi condivisi. Questi spazi di incontro favoriscono nei partecipanti le prime esperienze di autonomia, responsabilizzazione e socialità, offrendo contesti regolati dal gruppo in cui sperimentare appartenenza, cooperazione e gestione dei conflitti.
Un nutrimento quindi, quello dei muretti, che a Siena mancava finchè i ragazzi non si sono adoperati, per non aspettare la “pappa pronta”, si sono rimboccati le maniche, hanno preso le migliori ricette di aggregazione sociale della tradizione, e si sono messi sù un bel pentolone di brodo. Il brodo infatti è il nome del primo muretto di Siena che “bolle” nella sua prima discesa “in campo”, proprio in Piazza del Campo, luogo simbolico per eccellenza: spazio pubblico, dell’incontro, della cittadinanza attiva. Luogo dove si svolge il Palio, proprio qui, dove la tradizione dovrebbe essere ponte tra passato e futuro, tra pratiche che derivando dalla stessa radice culturale di strada, oralità e appartenenza. Invece un gruppo di altri ragazzi, anch’essi adolescenti, dichiaratisi “contradaioli” rivendica la proprietà di quello spazio pubblico e con violenza va “contro il muretto”. Con loro una speranza educativa sembra schiantarsi. Lo scontro purtroppo finisce anche con 2 feriti ai quali vanno i nostri auguri di pronta guarigione ma soprattutto: l’augurio di non scoraggiarsi.
Perché la loro esistenza è già un successo di quelle realtà che fanno pensiero sulle buone pratiche educative, che riconoscono all’arte una funzione fondamentale: dare forma simbolica alle emozioni, contenere la rabbia, trasformare il disagio in linguaggio.
L’aggressione a Il Brodo non ferisce solo quei ragazzi ma cerca di colpire questa idea di educativa.
Impedire l’ espressività significa rinunciare a una possibilità di crescita collettiva, significa scegliere la repressione al posto dell’elaborazione.
In gioco non c’è solo la libertà di un gruppo di adolescenti. C’è il futuro di una comunità come Siena, e di tutto il nostro paese, chiamata a decidere se la propria storia è un museo da difendere con la forza o un patrimonio vivo, come Il Brodo rappresenta, capace di dialogare con le nuove generazioni.
Questa visione evolutiva i freestyler riescono a “metterla a fuoco”, e il loro fuoco fa bollire un brodo nutriente per tutta la collettività. Una speranza che, finchè ci sarà un muretto, non è illusione ma una concreta realtà.
Venerdì 6 marzo 2026 Il Brodo non sarà solo, in Piazza del Campo sarà simbolicamente protetto da un cerchio più grande composto da giovani e adulti, un abbraccio che arriverà da tutta Italia, per ribadire in modo pacifico il loro diritto a continuare bollire! Sarà presente anche la rete nazionale Keep it real, che utilizza l’Hip Hop come strumento di educativa non formale.
E mentre i ragazzi continuano a bollire è fondamentale che la comunità educante faccia un pensiero sulla partita che si sta giocando in quella piazza e si domandi: cosa c’è in palio?


La posta in palio è alta ma ne varrà sempre la pena …
grazie per lo spunto di riflessione!
Leggo ma soprattutto invito chi realmente è stato testimone dei fatti di dare voce alla propria indignazione.Essere ” Contradaiolo” è un titolo e lo si porta con onore, è frutto di tradizioni ancestrali, Siena senza le contrade non sarebbe Siena e la Toscana senza Siena sarebbe orfana di preziosa fonte di cultura e arte. Io ho sentito la voce dei contradaioli, che appunto Venerdì 6 saranno in piazza a difendere la democrazia e la libertà. Sembra, ma occorrono i dovuti chiarimenti , che il gruppo che ha aggredito abbia espresso appartenenza a una nota forma politica di destra, in cui la violenza è l’identità del gruppo e lo scopo della loro missione.Sembra che a scatenare l’aggressione sia stata la presunta ” propieta” della piazza da parte di questi figli di una patria esistente nella prima metà del secolo scorso e di cui auguriamoci non vi sia più traccia.Non voglio neanche pensare che il popolo italiano rimpiange anni di cui dovremmo solo vergognarci.
Il cerchio è quello spazio nel cui perimetro tutti possono osservare e nel cui interno ciascuno, a turno, può essere visto, molto meglio della quarta parete che è più ingannevole: questo devono aver pensato i ragazzi di Siena e quel cerchio, figlio dei muretti, l’hanno chiamato Brodo.
Bel nome evocativo di moltitudine, cose diverse che però devono stare insieme con una certa armonia.
E infatti è un brodo di musica, di sorrisi rasta per parole in rima, c’è pure una challange per la competizione del creativo, del menestrello freestyle accompagnato dal contradaiolo di razza che inventa storie e le declama.
A pazza del Campo succede che poi arrivino i soliti fessi, gli sfigati che pensano di mettere in riga chi mette in rima, quel branco beota che sceglie l’obiettivo sbagliato, perché per due ragazzi pestati che mostreranno con orgoglio le ferite, si creerà il consenso, cerchi nuovi e concentrici di protezione al Brodo, aggiungendo altre storie di rime inventate al momento.
Ma quand’è che i fessi capiranno che se meni le mani poi smuovi pensieri?
L’Un muretto un’Italia.
I fatti di Siena mi hanno ricordato innanzitutto il romanzo di formazione I ragazzi della via Paal, dove gli scontri tra bande per il possesso di territori era all’ordine del giorno.
Possessi di territori evidentemente non solo fisici – ‘quella’ piazza, ‘quel’ vicolo…. – ma metafora, in un momento della vita in transito quale quello della adolescenza, di un territorio tuo nel crescere: sarò qui, sarò questo, sono capace di procurarmi uno spazio mio di vita.
Antonio Don Gocò Turanoci racconta i fatti di Un muretto di Siena tessendo una tela di significati che illuminano il senso di questa iniziativa, le radici medievali, gli obiettivi trasformativi di aspetti umani ‘grezzi’ (violenza, distrittività, a mio parere angoscia: “dove mi porterà questa vita?) in modalità elaborate, con la stessa necessaria carica di violenza e aggressività (non possiamo e non dobbiamo farne a meno: senza mordere e masticare, ad esempio, non potremmo ingoiare e soprattutto digerire), ma resa utile a entrare in rapporto con gli altri, a misurare le proprie forze, a venire a patti con i propri limiti, a non aver paura di aver paura. Una carica di violenza e aggressività utile quanto sono utili i denti.
E la metafora di Un muretto? Straordinaria. San Benedetto ha fondato il suo ordine su La Regola, e Paolo Rumiz, nel suo bellissimo libro Il filo infinito, mostra che ne La Regola è implicito il senso protettivo della balaustra, del parapetto, della ringhiera, di…. Un Muretto!
Mi ha colpito che questi giovani di tutta Italia (esiste ancora una bella Italia allora?) abbiano scelto a dire di sé, a proprio ‘logo’, un muretto: segno del limite, entro il quale occorre saper restare per non precipitare nel baratro (della disperazione? Dell’andar fuori di testa? Della violenza distruttiva? Della depressione?) e per ‘battersi’ metaforicamente, ‘uccidendo’ l’altro metaforicamente vincendo una tenzone canora, elaborando i propri vissuti di angoscia inevitabili mentre si cresce in rime e comunicazioni…….
Straordinario anche il concetto della Rete di Un muretto in tutta Italia, isole comprese: ti fa sentire che non sei solo, che ‘appartieni’, che costruisci qualcosa assieme a….
Speriamo che tale pratica si diffonda, ma non mi stupisce che desti invidia e inquietudine in quei ragazzi che queste cose non le hanno e aggredendo chi le ha portano alla luce due fatti molto tristi: la loro certezza che loro non le avranno mai e di conseguenza il violento bisogno che nessuno le abbia. Se non le ho io non le deve avere nessuno!
Bellissimo articolo che aiuta a comprendere come i giovani siano in grado di realizzare se stessi attraverso un fluire libero e naturale, ma tutto questo richiede uno sguardo nuovo da parte della società adulta, aperto a nuove forme di aggregazione e di espressività vitale.
Il mondo in cui viviamo
Care,i ragazze,i di Sallo
Nel mondo in cui viviamo le cose vanno di male in peggio. Quando un anno fa ci siamo mobilitati per denunciare la distruzione di Gaza sapevamo che non potevamo fermarla. Era importante far resistere l’umanità dentro di noi, non diventare indifferenti e disumani. La posta in gioco era salvare l’altro dentro di noi per ritrovarlo vivo nel momento del suo/nostro rinascimento: sepolto il nemico caduto, insieme all’odio nei suoi confronti, possiamo ritrovarlo come oggetto d’amore in un altro tempo e spazio nel nostro mondo interno e nel mondo esterno. Questa è la lezione di Sofocle, attraverso Antigone, che come persone che hanno nel loro cuore la cura del dolore non dobbiamo mai dimenticare per nessuna convenienza o ragione politica (la logica di Creonte).
Quattro anni dopo l’invasione distruttiva dell’Ucraina da parte di Putin e l’invasione distruttiva di Gaza da parte di Netanyahu non solo nessuna pace è stata raggiunta, ma il presidente insano degli Stati Uniti Trump sgancia bombe e morte dappertutto.
Il nostro mondo è complesso, complicato e fragile. Non viviamo nel mondo dell’impero romano, dei Mongoli o dell’impero ottomano. Ci vuole saggezza, mediazione, cooperazione non abbiamo bisogno di nuovi Unni.
Sottende le figure di Putin, Netanyahu, Trump (in cui si incarna, per dirla con Hegel, lo spirito attuale del tempo, di cui siamo direttamente o indirettamente responsabili tutti) la figura di Khamenei, la cui morte fisica non ne elimina lo spettro. Trionfa nelle loro azioni lo stesso sovrano dei teocratici dittatori iraniani per la vita umana e per la forza erotica che la ispira, la muove e le dà senso.
Nessuno dei belligeranti nel Golfo e nei paesi della loro area ha un interesse per la democrazia e per la libertà delle donne iraniane. Una democrazia iraniana sarebbe percepita come un grave pericolo da tutti loro. Del resto nel 1951 il primo ministro democratico dell’Iran Mossadeq fu fatto fuori da un colpo di Stato organizzato da Inghilterra e Stati Uniti perché voleva nazionalizzare il petrolio. Fu poi imprigionato dallo Scià che ha ceduto i diritti di sfruttamento del petrolio alle compagnie petrolifere americane. Per capire qual’è l’interesse occidentale per l’Iran da allora.
Penso che la più giusta critica a Trump l’abbia fatta il premier spagnolo Sanchez «Così iniziano i disastri dell’umanità. Non si giochi alla roulette russa con milioni di vite».
Giovani e anziani dobbiamo sentire e pensare il significato delle relazioni umane, delle nostre relazioni in questo tempo di catastrofi. Non va bene credere di poter ergersi con le nostre teorie al di sopra di ciò che accade nel mondo, è giusto starci dentro con i nostri sentimenti e nostri pensieri
Ciò vale in special modo per gli psicoanalisti. Non possono pretendere di avere a priori gli strumenti della comprensione e pensare di poter usarli per distaccarsi dal resto del mondo, come se godessero di uno statuto extraterritoriale rispetto al dolore della vita. I loro strumenti vivono nella realtà e vanno sempre rivisti e rinnovati attraverso l’esperienza e il lavoro di lutto necessario delle loro certezze.
Testo molto interessante che testimonia come il laboratorio sia un esperienza di cura che consente di psichicizzare energia, mentalizzare, dar parola, rappresentate le trame, talvolta violente e aggressive, del proprio mondo interno, senza arrivare ad agirle. Un primo gruppo di adolescenti ha tollerato il limite del muretto e da li ha potuto ergersi psichicamente e creare con la parola, un secondo gruppo non potendo accedere a tutto cio ha dovuto distruggerlp. Provo profonda speranza per i primi e pena per quest’ultimi, augurando loro di imbattersi un giorno per la via psichica.