L’alba di una vecchia era/Dawn of an old era
Della tragedia di Cutro ne parlano il nostro don Mussie – Mosè – Zerai e la giovane psicoterapeuta Arianna Salerno

- Ogni tanto mi chiedo che cosa stiamo aspettando
Silenzio
- Che sia troppo tardi, madameBaricco, Oceano Mare (1993)
Istanbul, 21 febbraio 2023. Ci mettiamo in viaggio alle 7 di mattino, partiamo in direzione Smirne. Passano diverse ore, sono le 21 quando ci fanno scendere a Cesme, camminiamo lungo la costa, fino alla nostra imbarcazione, la Luxury 2; per quanto stiamo pagando questo viaggio mi fa sorridere che il nome sia proprio quello… 8mila euro a testa; come tutti quelli che se la “cantano presto” la barca è una promessa non mantenuta, entra in avaria il motore e ci fanno caricare su un caiacco dopo appena tre ore di navigazione. Il nostro nuovo mezzo è più grande, ma è fatto di legno e si vede che è ridotta peggio, Summer Love… a me l’estate fa pure schifo. Siamo tanti e veniamo da diversi Paesi: Afghanistan, Siria, Palestina, Iran… mi sa che due sono della Somalia.
Steccato di Cutro, 26 febbraio 2023. È l’alba, avvistiamo finalmente la costa italiana. Ho la nausea da 3 giorni… non mangio nulla da due… ma chi ce la fa a mangiare, qui stiamo tutti stretti… i bambini piangono, urlano, le donne si lacerano tra la loro angoscia e quella dei figli… gli uomini sono accartocciati su loro stessi, non possono nemmeno usare il cellulare, ordine degli scafisti per non farci localizzare e si sa che senza telefono ormai nessuno ci sa stare più… stiamo per arrivare, la costa è a 100 metri… il mare è sempre più mosso e non è sicuro stare sul ponte… meglio tornare in stiva dalla mamma.
Domenica mattina ho acceso la televisione e ho visto dei corpi in mare.
Ho fatto una cosa di cui mi sono pentita pochi secondi dopo, ho spento; un gesto automatico. Non potevo pensare ad una cosa del genere di domenica: un giorno di riposo, di pausa mentale, un momento di relax. Il mio è stato un gesto istintivo, un evitamento calcolato; grazie a Dio, è durato solo cinque minuti. Riaccendo e vedo ciò che non può essere ignorato; guardo e nuovamente associo il tutto alle scene di un qualsiasi film drammatico, la tv un po' quest’effetto te lo fa, ti estranea: una nuova “mossa di sicurezza”.
Sono passati diversi minuti, ore e giorni. Ho ascoltato tutti, tanto; sono stata infastidita da chi ha giudicato delle scelte genitoriali su dati inesistenti, inconoscibili e non osservabili, ho letto le interviste ai parenti delle vittime, ai sopravvissuti. Mi stupisce sempre che in una società come la nostra non si possa lasciare spazio al silenzio, alla riflessione, ancora di meno al dolore ed alla disperazione. Il silenzio non può che essere rotto, spezzato e vituperato.
Meglio sbraitarci su, cercare colpevoli (scafisti, Guardia Costiera, Europa), giudicare le vittime ed i carnefici. Noi possiamo farlo, certo. È una forma di resistenza alla morte… accalorarci quando tutto si è ormai compiuto “Ma come gli è venuto in mente di rischiare la vita in questo modo? Non potevano starsene a casa loro?”
La cosa affascinante delle domande è che, rare volte, possono avere delle risposte, se solo si ha la pazienza ed il coraggio di avvicinarle, allontanandosi dalla nostra area di presunta conoscenza per sintonizzarci con l’Altro, la sua vita, la sua storia ed i suoi dolori.
Da vivi possiamo chiederci perché…io me lo sono chiesto, sono umana… e una risposta ho pensato di trovarla nelle parole di Warsan Shire, giovane poetessa britannica di origine somala, rifugiatasi a Londra con i suoi genitori per scappare alla guerra civile nel suo paese di origine. Una delle sue più celebri poesie, Casa, recita in alcuni versi così “nessuno lascia casa sua a meno che sia proprio lei a scacciarlo, fuoco sotto ai piedi, sangue che ti bolle nella pancia `{`…`}` dovete capire che nessuno mette i suoi figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra `{`…`}` a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda, a meno che casa tua non ti abbia detto affretta il passo, lasciati i panni dietro, striscia nel deserto, sguazza negli oceani, annega, salvati, fatti fame, chiedi l’elemosina, dimentica la tua dignità, la tua sopravvivenza è più importante. Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia, che ti mormora nell’orecchio Vattene, scappa da me adesso, non so cosa io sia diventata, ma so che qualsiasi altro posto è più sicuro che qui” (tr. Pina Piccolo)Home
di Warsan Shireno one leaves home unless home chases you
fire under feet
hot blood in your belly `{`…`}`
you have to understand,
that no one puts their children in a boat
unless the water is safer than the land `{`…`}`
and no one would leave home
unless home chased you to the shore
unless home told you
to quicken your legs
leave your clothes behind
crawl through the desert
wade through the oceans
drown
save
be hunger
beg
forget pride
your survival is more important
no one leaves home until home is a sweaty voice in your ear
saying-
leave,
run away from me now
i dont know what i've become
but i know that anywhere
is safer than here.Arianna Salerno
Psicologa clinica, psicoteraeuta

