Occidente senza pensiero. Recensione di Angelo Ariemma
Occidente senza pensiero
di Aldo Schiavone
Il Mulino, Bologna 2025
recensione di Angelo Ariemma
“Viviamo da tempo sotto l’ala di un turbine da noi stessi creato: una rivoluzione tecnologica permanente che riempie l’orizzonte con un flusso ininterrotto di trasformazioni: e che tuttavia non è stata ancora compresa nella sua autentica portata” (p. 9).
Crisi è il termine principe che risalta alla lettura del libro: crisi dell’Occidente, crisi del suo pensiero, crisi dei suoi valori, di quei valori che dalla rivoluzione scientifica del XVII secolo hanno fondato la modernità: “il raggiungimento dell’uguaglianza e dell’emancipazione di tutto l’umano” (p. 11).
In Europa come in America l’abbandono delle scienze umane, della cultura filosofica e letteraria, che ha nutrito le élite come i popoli per tutto il XX secolo, ha aperto la strada a una deriva tecno-capitalista, la quale ha esasperato l’individualismo e il populismo nazionalista. Quindi, siamo di fronte a una rivoluzione tecnologica mai sperimentata prima, non sostenuta e governata da un pensiero umanistico: “Almeno per ora, nulla si vede che sostenga, interpreti, dia un indirizzo decifrabile e progressivo al salto d’epoca che stiamo sperimentando, capace di mantenerlo in linea con quello che è stato finora il “mainstream” della storia dell’Occidente. Che gli assicuri una forma politica, giuridica, etica, economica, adeguata alle potenzialità della tecnica che abbiamo acquisito, ma anche in grado di proseguire verso l’emancipazione di tutto l’umano, e verso lo sviluppo di una società planetaria più equilibrata e più giusta – mete che il pensiero illuminista aveva lucidamente intravisto già da quasi tre secoli. Quello che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze. E che offra soluzioni innovative alla politica” (p. 26).
Qui è proprio il vulnus: gli uomini politici che vanno per la maggiore rifiutano il “pensiero” e vantano la loro “ignoranza”; così hanno portato i popoli a sciogliere la loro carica “rivoluzionaria” in nome di una individualistica “lotta per l’esistenza”, che isola ciascuno nel proprio, chiuso, pensiero. Ancor più evidente come dall’America – dalla politica americana che tanto ci preoccupa – sia partito il distacco tra la realtà delle persone e il formalismo culturale: “una specie di fuga in avanti del pensiero delle élite culturali e accademiche, sempre più radicalizzato rispetto all’insieme del sentire popolare e delle correnti di opinioni e di emozioni che l’hanno attraversato negli ultimi tempi; […]. I movimenti di idee più recenti invece – da un femminismo sempre più spinto e aggressivo, al pacifismo antimperialista, a tutta la cultura cosiddetta woke – privi peraltro di forti punti d’appoggio teoricamente fondati – si sono consegnati a un attivismo minoritario e sostanzialmente impolitico, con esiti sempre più chiusi in uno sterile formalismo: dai divieti dell’uso di parole ritenute politicamente non corrette, al tentativo di rimuovere o di emendare in modo meccanicamente neo-ortodosso episodi e libri del passato, all’imposizione di codici di comportamento ridotti solo a discutibili prescrizioni di nuove “buone maniere”. Un modo di procedere ben lontano dal misurarsi con gli autentici problemi posti da una critica conseguente delle società capitalistiche contemporanee e delle loro strutture portanti” (p. 29). Siamo alla fine di una civiltà che non ha più nulla da dare? Come alla caduta dell’Impero Romano, mentre i barbari assaltavano il Campidoglio, gli intellettuali discutevano del sesso degli angeli![i] Gli intellettuali, invece di costruire – come in passato – quel trait d’union con un popolo istruito e consapevole, hanno abbandonato la politica, lasciandola in mano a ricchi tecnocrati, a self-made-man, privi di storia e di valori condivisi.
“Come siamo finiti in questo vicolo cieco? Perché proprio nel momento in cui stava cominciando a prendere consistenza una realtà finora inconcepibile e per giunta con ritmi mai prima riscontrati, le tradizioni più importanti dei nostri saperi improvvisamente hanno taciuto?” (p. 35-36). L’Europa ha abdicato al suo ruolo di motore economico-culturale; il salto tecnologico si è prodotto altrove, senza che vi fosse quel “pensiero” quella salda riflessione umanistica tipicamente europea. Viene spazzato via il compromesso tra capitale e democrazia, perché la tecnologia non appartiene più all’umano, perché il nuovo mantra è che ognuno faccia tutto da sé: niente più intermediazione tecnica e culturale, niente più validità di competenze specifiche acquisite, e l’uomo-massa, sempre più solo di fronte alla “macchina”, sempre più individuo scollegato dalla comunità, reagisce con rabbia e con violenza. Mentre dopo la Seconda Guerra Mondiale si è rinati – soprattutto in Europa – con un pensiero di unione e di rifiuto della guerra, ora gli Stati-Nazione – che mai hanno ceduto la loro centralità – riprendono il sopravvento alimentando quella rabbia contro “l’altro”, contro il “diverso”, nello sforzo insano di mantenere il proprio inutile potere. Quindi, niente partiti europei, niente opinione pubblica europea, niente reale cittadinanza europea. Da qui le nuove egemonie, non culturali, ma tecnologiche: “La tecnica si manifesta e si riproduce sempre in un modo storicamente definito – compromettendo sin dall’inizio l’a priori della sua neutralità – all’interno di rapporti economici, sociali e di potere che essa stessa contribuisce a produrre, in un gioco incrociato e continuo di cause e di effetti. […]. Il che significa che oggi, in una spirale che si autoalimenta, la ricerca capitalistica di sempre maggiori profitti si traduce in ulteriore velocità nell’innovazione produttiva, che a sua volta viene a incidere in modo crescente e diretto, senza altre mediazioni, sulle forme primarie dell’umano. […] essa intanto procede inarrestabile, sebbene al di fuori di ogni controllo dotato di un minimo di trasparenza; e quando tutti se ne accorgeranno, i giochi saranno già fatti, almeno per lungo tempo” (p. 51-52).
“Mancanza di pensiero significa per la politica, e in particolare per quella democratica, assenza di strategie e di visioni in grado di prefigurare il futuro e di mobilitare le coscienze. Solo tattica e vita alla giornata. La crisi delle conoscenze si trasforma immediatamente in incapacità di agire, se non di rimessa” (p. 57). Purtroppo, tutto questo parte da lontano: dall’ultraliberismo di Thatcher e Reagan, la deregulation dei rapporti economici, tutto che diventa privato, dedito al maggior profitto; prosegue, in Italia e in Europa, con la privatizzazione dell’informazione e della comunicazione, finita nel monopolio di chi poi si è fatto politico e capo di governo, in barba a ogni regola etica, prima che giuridica; per finire in quel populismo nazionalistico che crea un legame diretto tra la massa e il capo, storia che abbiamo già visto prodursi nel Primo Dopoguerra; in più ora assistiamo alla “privatizzazione integrale del pianeta e delle sue principali risorse: un processo peraltro già in atto, che sta spostando quote enormi di potere dalla politica degli Stati alle mani di gruppi privati che agiscono in uno spazio quasi del tutto spogliato di regole che non siano quelle che si sono essi stessi dati. […]. Con gli Stati Uniti che passerebbero, quasi senza rendersene conto, da potenza direttamente imperiale a guardia armata di un ordine mondiale che in buona parte li trascenderebbe: dipendente non più dalla politica […] ma direttamente dalla cerchia al vertice dell’economia, della finanza e dell’innovazione tecnologica. […], in uno spazio dominato soltanto dalla logica ultimocapitalistica di una proprietà privata senza limiti, duramente corazzata di potere, finanziario e tecnologico, i cui confini coinciderebbero senza sporgenze con i confini stessi del pianeta e dell’umano” (p. 68-70). A questo percorso, lento ma inesorabile, che data ormai da più di quarant’anni, non si è stati capaci di opporre “un pensiero in grado di rispondere all’insoddisfazione, all’insofferenza, all’accumulo di frustrazioni nei confronti dei modi in cui sono stati finora gestiti quasi dovunque i processi di globalizzazione, e trattati i grandi meccanismi di disuguaglianza che in molte circostanze essi hanno finito con il produrre al centro dell’Occidente. Una riflessione capace di orientare stati d’animo e proteste verso la richiesta di una buona politica – qui poco importa se conservatrice o progressista – che andasse comunque nel senso di un rafforzamento di quel tessuto democratico globale che dovrebbe essere un obiettivo universalmente condiviso” (p. 67).
Poiché la globalizzazione è il destino dell’umano (inutile il proposito di poter tornare indietro), la fondamentale domanda che si pone è: “quale tipo di globalizzazione saremo capaci di costruire: attraverso quali vie, e per raggiungere quali risultati. In altri termini: assodato che vivremo comunque in un mondo totalmente connesso, quale forma sociale, politica, culturale, etica vorremo e saremo in grado di dargli?” (p. 78). Dunque, non lasciamoci trascinare da questa deriva nazional-populista; da questo capitalismo finanziario e tecnologico, privo di regole; da questo iato tra i pochi ricchi e potenti e i tanti altri “lontani dal poter intervenire in alcun meccanismo decisionale di qualche peso [e lo vediamo nel sempre maggior assenteismo dal voto]: ma disponibili a scambiare questo abbandono per riconquista della libertà” (p. 80).
Invece, l’impegno che Aldo Schiavone qui ci propone è per “la costruzione di una autentica società civile globale, capace di sostenere una vera e propria governance del pianeta. […]. Nell’intero percorso dell’Occidente c’è infatti fortissima la traccia di una ricerca ininterrotta, a volte addirittura appassionata, dell’identità dell’umano, e dell’eguaglianza come via per affermarne l’indissolubile unità. Una conquista che la modernità europea […] ha progressivamente riempito di contenuti civili e politici, e non soltanto etici e conoscitivi come nell’antichità, arrivando a stabilire una coincidenza, problematica ma in via di principio totale, fra emancipazione e libertà; fra riconoscimento del “comune umano” (per ripetere una bellissima espressione di Montaigne) e impegno per una società giusta, i cui confini, oggi, non potrebbero essere che quelli del mondo” (p. 84-85). Quindi, il mondo, già unificato dai mercati e dalla tecnologia, va unificato anche in una nuova dimensione politica, “in cui vi sarebbe anche una società civile planetaria fatta di cittadini globali e non solo di consumatori, con un’opinione pubblica attiva e un tessuto di corpi intermedi al lavoro; e sarebbe operante una rete di istituzioni sovranazionali in grado di gestire i principali dossier che attengono alla soggettività complessiva della specie” (p. 87-88).
“Corpi intermedi”: e invece veniamo sempre più illusi che la disintermediazione significhi libertà e potere di espressione, che non si abbiano limiti e ognuno possa fare tutto, nell’esclusione di quelle competenze che sole possono fornire i dati qualitativi in grado di salvaguardare e migliorare le nostre vite; così come la distruzione dei ceti medi spezza l’unico collante di una società aperta, sia verso l’esterno sia all’interno nel favorire un vero e ampio ascensore sociale. Ed eccoci ai social, dove ognuno si isola nelle proprie convinzioni e nel proprio gruppo di appartenenza; eccoci al lavoro parcellizzato, dove l’individuo resta solo, senza compagni di lavoro con i quali discutere e protestare, senza la tutela dei sindacati; eccoci ai partiti personalisti, dove ogni discussione è azzerata dalle decisioni del “capo”; eccoci all’informazione, non più gestita da editori indipendenti, bensì da quegli stessi potentati economici che dettano l’agenda della comunicazione e della politica. Eccoci quindi all’esigenza improcrastinabile di ripensare le nostre società democratiche in vista “di una cittadinanza universale. [… del] progetto di un nuovo realismo […] per ridare alla globalizzazione un orientamento di progresso e di emancipazione, e per non lasciare che venga dimidiata e sviluppata da un solo lato, nell’interesse di chi vorrebbe usarla unicamente per produrre profitti e accumulare smisurati poteri” (p. 107). Questo però non può non comportare la presenza di élite, intellettuali e politiche, consapevoli della loro missione di indicare e progettare la strada di una nuova società inclusiva e responsabile, sia verso il passato sia verso il futuro, come il mito di Enea insegna, affinché anche le scelte di ognuno possano essere pensate con cognizione di causa: “La complessità di ogni scelta di governo, infatti – dato che società sempre più complesse richiedono inevitabilmente governabilità anch’esse sempre più complicate, dove ogni eccessiva semplificazione nasconde una trappola [trappola in cui siamo caduti a piè pari] – rende indispensabile la presenza di strutture che costituiscano dispositivi di filtro e di elaborazione delle decisioni capaci di permettere alla sovranità dei cittadini di esprimersi arricchita di competenze che non si possono richiedere a ciascun suo titolare” (p. 110-111). Qui, nella consapevolezza di una democrazia diretta impraticabile in società sempre più complesse, Aldo Schiavone si incontra con il pensiero di Luciano Floridi: “la democrazia è anzitutto una questione di strutturazione del potere. […] la separazione strutturale tra chi possiede e legittima il potere politico (sovranità popolare) e chi lo esercita in modo legittimato (i rappresentanti) è una proprietà essenziale della democrazia, non un limite che va poi superato con la rappresentatività. La democrazia rappresentativa è sempre stata il piano A, non il piano B. […]. Eliminare il meccanismo di separazione e quindi di rappresentanza confonde le procedure democratiche – cioè la libera formulazione e discussione delle questioni politiche con decisioni a voto di maggioranza – con la struttura fondamentale del potere democratico – cioè la separazione tra chi lo possiede e legittima e chi lo esercita legittimato. […] un regime democratico non è soltanto un modo di esercitare il potere, ma prima di tutto di strutturarlo: coloro che detengono il potere non lo esercitano e coloro che lo esercitano non lo detengono. La fusione (oggi l’incollamento digitale) delle due parti porta a fragili forme di dittatura o dominio della folla.”[ii].
Invece, nell’illusione che le nuove tecnologie aprissero il mondo alle funzionalità di ciascuno, è venuto a mancare il pensiero critico, l’abitudine al pensiero critico che facesse da contraltare al tecno-capitalismo; nella pur evidente contraddizione tra il carattere privato e concentrato in poche mani delle piattaforme tecniche e del capitale, e il carattere sociale della “merce”, declinata ormai come informazione – che mai equivale a vera conoscenza -, come esperienza, come socialità digitale. Laddove risulta ormai più che necessaria “la critica, teorica e politica, alla globalizzazione incompiuta: vale a dire intesa solo come “confisca” privata del mondo, con i popoli chiusi entro le gabbie dei singoli Stati, tanto più impotenti quanto più prigionieri dei loro confini. […]; cui andrebbe invece opposta l’idea di una globalizzazione democratica, fondata sul principio di una cittadinanza universale non dipendente dai singoli Stati, ma affidata a una rete sovranazionale di istituzioni, di Corti e di agenzie predisposte per singole finalità” (p. 127).
“Rete” è stato un termine che per anni si è imposto come costruzione della condivisione, tra organismi e strutture pubbliche e private, di conoscenza e di procedure; purtroppo alla fine ha prevalso il concetto di “concorrenza” anche tra strutture che dovrebbero mirare tutte a uno stesso fine, vuoi la salute pubblica, vuoi l’istruzione e l’educazione popolare, vuoi l’efficienza della burocrazia amministrativa. Invece, con la concorrenza tra strutture e, all’interno di queste, tra individui, in nome di un falsato concetto meritocratico, misurato unicamente su dati quantitativi e mai qualitativi, la vera condivisione è stata abbandonata, in favore di quella condivisione dei social, che genera isolamenti gruppali e isolamenti personali: questo in sostanza l’effetto prodotto dalla disintermediazione proposta a tutti i livelli e dalla chiacchera da bar esplosa nella rete mediatica. Allora urge ripensare la politica e tutte le sue tangenze economiche, sociali, culturali: “Il problema – concettuale e politico – è oggi per l’Europa non come difendere i suoi particolarismi, ma come raggiungere una massa critica tale da potersi misurare più o meno alla pari con le altre grandi entità – statali e non – che contribuiranno a costruire il nuovo ordine del mondo; e come poterlo fare partendo dalla struttura composita della materia culturale e sociale di cui dispone. […]. La questione che oggi si pone è perciò il superamento delle attuali sovranità per quanto attiene ad alcuni campi fondamentali, in cui queste ultime si possono integrare senza danno per l’autonomia delle specificità locali” (p. 135); ma Aldo Schiavone non arriva a pronunciare l’unica parola che si attaglia a questa sua lucida analisi: Federalismo: qui si coniuga una forte struttura continentale con le varie specificità sia nazionali, sia regionali, sia comunali; questa è la parola, federazione europea prodromo della federazione mondiale, che si fa sostanza dell’unico pensiero che attualmente potrebbe muovere la coscienza e l’azione dell’umana specie democraticamente intesa.
Poiché il libro è stato presentato presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vogliamo sentire il parere degli illustri ospiti intervenuti.
Il Presidente dell’Istituto Giuliano Amato non condivide la premessa del libro, cioè che non ci sia pensiero, poiché il pensiero si infiltra in canali diversi e diversificati, e in particolare è maggiormente nelle scienze economiche, in quelle del comportamento, e nelle neuroscienze. Invece condivide l’idea che l’Occidente abbia perso la sua egemonia culturale; come pure constata che la cultura progressista abbia perso il contatto con i ceti popolari, di fatto conservatori, e non riesca più a convincerli che quanto propone sia migliore delle proposte delle destre ora al potere. Tuttavia, nel suo secondo intervento, rileva la nascita di una nuova consapevolezza della solidarietà umana rispetto ai temi dell’ecologia e della salvaguardia del pianeta.
Nathalie Tocci, Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, rileva la problematicità contemporanea nella velocità dispersiva dei cambiamenti tecnologici, mentre il pensiero richiede lentezza e concentrazione; mentre ancora non sono nate nuove discipline prettamente orientate a studiare i nuovi fenomeni. Siamo ancora nella fase di decostruzione, tra globalizzazione della realtà e localizzazione psicologica del pensiero, in una dimensione dove c’è paura del futuro, ma non abbastanza ansia per affrontarlo, nella illusa speranza che tanto alla fine tutto andrà per il meglio.
Il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri punta il dito sul prevalere, negli ultimi quarant’anni, di un pensiero negativo: l’ultraliberismo che ha sciolto il mercato da ogni regola e deprivati gli Stati del ruolo di mediatori; e il postmodernismo che praticamente ha negato la realtà in favore della narrazione che ognuno si fa, dove ciò che si vuole essere conterebbe più di ciò che realmente si è. Quindi, dalla critica a ogni tipo di potere, anche quello della conoscenza, si è arrivati al soggetto-individuo isolato preda della merce.
Nella sua replica Aldo Schiavone ribadisce come effettivamente ci sia un pensiero diffuso, ma manchi il pensiero critico sulle trasformazioni che viviamo, le quali ci stanno portando a una inquietante privatizzazione del pianeta. Il presente diviene assoluto, mentre manca un pensiero alternativo che guidi il futuro. Soprattutto manca chi possa opporsi al tecno-capitalismo dominante, come invece nel secolo scorso hanno fatto la classe operaia e lo Stato come regolatore e mediatore tra capitale e democrazia. Ora viviamo in un pulviscolo sociale, dove l’individuo è solo, senza più l’ausilio di quei corpi intermedi che possano mediare con il prevaricante potere del capitale. La speranza può risiedere nel nuovo soggetto che prende campo nella storia: l’umano planetario; però anche questo ha bisogno di un pensiero che lo formi, di una cultura che lo indirizzi, di istituzioni in grado di governarlo: in una parola, di una nuova politica.
Quanto qui esposto vuole essere un invito alla lettura di un libro nuovo e problematico, che ci esorta tutti a una nuova consapevolezza e a un nuovo impegno verso noi stessi e verso l’umano planetario.
[i] Possiamo confrontare: “emerge una nuova società, quella tardoantica, rigidamente piramidale e gerarchizzata, immobile e basata su una vistosa sperequazione economica tra ricchi e poveri e sui rapporti di totale dipendenza che legano nelle campagne i coloni ai grandi latifondisti e che conducono al sorgere di potentati locali basati su una gestione autocratica del potere, modellata di fatto su quella imperiale. Una situazione istituzionale, economica e sociale tanto mutata rispetto al passato non può non accompagnarsi ad una metamorfosi altrettanto radicale della mentalità, della psicologia e dell’immaginario collettivi. La paura, l’incertezza del futuro, la precarietà economica, la sensazione di vivere una realtà intessuta di forze misteriose e incontrollabili hanno condotto ad un emergere sempre più netto nella società di tendenze irrazionali e a un bisogno di spiritualità […] che offrono al singolo individuo il consolante rifugio in una solidale comunità di uguali.”,
C. Guerrini, La crisi della forma antica al tramonto dell’Impero, in Eco, U., (a cura di), Storia della civiltà europea, GEDI, Roma 2017, L’antichità, vol. 12, p. 341.
[ii] L. Floridi, Il verde e il blu: idee ingenue per migliorare la politica, Raffaello Cortina, Milano 2020, p. 205-2011.


Grazie Angelo Ariemma, di questa recensione ne avevamo bisogno perchè permette con raffinata modalità di avvicinarci un testo importante nell’attuale panorama sociale che si fa patologia di sistema, o sistema planetario malato come lo definisce Massimo Cacciari nel dialogo che ebbe con noi e che trovate tra i nostro docufilm. La recensione e il volume rimandano a tematiche affrontate da più autori nel portale, con contributi tra i quali mi permetto di citare il mio “Il tramonto di Eros”. Grazie Ariemma!
Si legge con piacere e invita ad approfondire, traspare la sofferenza del caos di un cambio epocale e spinge a riflettere sui probabili scenari futuri. Attenta e meticolosa l’analisi, così ci ha abituati Angelo Ariemma. Personalmente,mi porta ad aprire la ricerca di quella speranza.Non sono credente, ma si profondo osservatore della posizione al margine della religione, sopravvissuta a tutti i cambi, adeguandosi al momento, ma pianificando a lunghissimo termine. Sopravviverà anche alla disumanizzazione?