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Recluse in paradiso

Due interessanti articoli sull’Iran di Maria Rosa Irrera e Maria Chiara Risoldi

Già dai tempi dell'Eden, ``conoscere`` e ``mangiare`` sono due facce della stessa medaglia, unite dal filo di una trasgressione: una trasgressione femminile. Essa spalanca le porte di un mondo travagliato e creativo e chiude per sempre la porta del paradiso. Nonostante ciò, non mancano mai quelli che nel paradiso le donne ce le vogliono riportare (sarebbe meglio dire rinchiudere) ... e, di fronte a un fine così “nobile”, i mezzi passano in secondo piano?!
Pensando alle piccole Biancaneve iraniane, avvelenate a scuola affinché non ci vadano e restino a casa, un brivido riporta indietro nel tempo a quel giardino, alle forme amene che possono assumere le prigioni, templi di certezze indiscusse e dogmi devitalizzati. A come sia possibile addomesticare la curiosità col dolore e la paura nella prigione più grande e insidiosa: la mente.
Anche se in Occidente ce lo siamo dimenticati, la conoscenza continua a essere questione di vita o di morte... il ``saggio`` è colui che è in grado di discriminare i cibi velenosi da quelli salutari; la scuola non è il luogo delle litanie di alunni e professori, dei concetti triti, ma il luogo del nutrimento critico, delle luminose insinuazioni su come potrebbe essere diversamente, su come si potrebbero cucinare cibi nuovi. Forse, eventi come quelli iraniani hanno il potere di ricordarci il valore della posta in gioco, la carica trasgressiva ed erotica della conoscenza; sono una sottolineatura tragica su quelle belle parole che agghindano i nostri giardini televisivi senza nutrire i nostri pensieri. Lo slogan potrebbe essere, allora, la versione consumistica del dogma, un fast food concettuale, il veleno omeopatico delle occidentali, alle quali di tanto in tanto è concesso blaterare di… libertà.
Ma, forse, questa è un’altra storia.
Maria Rosa Irrera
Dott.ssa in Psicologia
Ho davanti agli occhi la foto di una donna. In piedi, su un palchetto improvvisato, i capelli sciolti al vento, il velo che sventola legato a un bastone. Trema il cuore a pensarci. Sta rischiando la vita a Teheran.
Sarà infatti arrestata il 28 dicembre. Aveva aderito a My Stealthy Freedom, il movimento promosso sui social dalla giornalista Masih Alinejad. Social immediatamente oscurati dal più oscurantista Stato patriarcale.
Così inizia il libro che ho scritto nel 2018 (MeToo. Il patriarcato dalla mimosa all’hastag).
A questa immagine affianco oggi quella di Nasim Eshqi, la prima donna iraniana arrampicatrice , che si fa simbolo del suo stesso nome, “vento leggero”, e riporta l’ossigeno pulito a tutte quelle bambine, salendo montagne, sfidando le vertigini e la debolezza, gli stessi sintomi introiettati da una cultura e provocati dal gas che le ha intossicate, come
scrive Silvia Guzzetta a proposito del documentario Climbing Iran su Nasir Eshqi.
Fermo un immagine. Lei , appesa con una mano, l’altra che esplora la roccia , un piede che cerca un nuovo appiglio, l’altro fermo, che ruota il corpo come meglio può, per salire verso la vetta, aprendo una nuova via, senza strumenti, con la passione e il desiderio. Sono immagini di donne che lottano per la loro libertà, dunque per quella di tutta la società.
Un altro fermo immagine: le ragazze avvelenate a scuola per indurle a smettere di studiare. L’ Āyatollāh Khameini sembra abbia dichiarato che “le agenzie responsabili, i servizi di intelligence e le forze dell'ordine devono perseguire e trovare le origini di questo crimine, i suoi autori e le sue cause``.
Di getto penso che sono vittime di un crimine la cui origine è nota , come noti sono gli autori: è la violenza degli uomini contro le donne, per conquistare e perpetuare la loro sottomissione. Insomma i miei pensieri e le mie associazioni stanno nella cornice del conflitto uomo – donna.
Ma dentro questa cornice non c’è posto per la folgorante immagine di Maria Rosa Irrera che le chiama le piccole Biancaneve iraniane . Biancaneve? Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? Consapevolmente o meno, che cosa porta una giovane donna a evocare il conflitto generazionale e la competizione femminile, perché Biancaneve a questo dramma riconduce. Alla competizione tra donne ed in particolare ai conflitti generazionali. All’invidia della madre per la figlia. Non è maschi contro femmine, ma vecchie contro giovani? Madri contro figli? Io vedo il patriarcato intenzionato a privare le donne dell’istruzione, Maria Rosa vede in questo evento l’aggressione alla carica erotica e trasgressiva della conoscenza, di cui in Occidente ci siamo dimenticati e la sottolineatura tragica delle belle parole che agghindano i nostri giardini televisivi.
Io penso alle donne che negano la differenza, a quelle rassegnate e sottomesse, complici del maschile , alle madri che partecipano alle mutilazioni genitali, alle madri emigrate in occidente che assieme a padri e fratelli uccidono il desiderio di libertà delle figlie, alle madri che allevano i figli maschi come futuri padri padroni. Maria Rosa pensa alle donne che si adeguano alle forme amene che possono assumere le prigioni, templi di certezze indiscusse e dogmi devitalizzati, alle occidentali, alle quali di tanto in tanto è concesso blaterare di… libertà.
Due sguardi molto diversi. Generi o generazioni?
Maria Chiara Risoldi
Psicologa, psicoterapeuta
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