È LA FINE

Sommersi da paura e sospetti,
con la mente turbata e gli occhi impauriti,
ci consumiamo a progettare qualche modo
per scampare l’inevitabile
pericolo che così terribilmente ci minaccia.
Eppure sbagliamo, non è ciò che incombe:
falsi erano i segnali
(che non ascoltammo e non sentimmo bene).
Un’altra devastazione, neppure immaginata,
improvvisa, violenta, ci piomba addosso
e impreparati – il tempo è scaduto – ci porta via.

~Konstantinos Kavafis

Recensione di Michele Vargiu

Quello di Rossella Valdrè è un libro significativo, che ha il pregio importante, di essere scritto in una maniera eccezionalmente sistematica e comprensibile. Dal primo capitolo all’ultimo, il discorso è costruito con le forme di una narrazione scientifica che apre alla curiosità di apprestarsi al successivo capitolo, che allarga ma sempre in coerenza con il precedente capitolo.

Il Testo conserva un metodo narrativo già sperimentato nel suo precedente libro (Valdrè, 2020), con aperture di dialogo con altri saperi, e l’utilizzo di diversi linguaggi come quello della cinematografia, che permette l’esemplificazione del concetto espresso. Il Libro è infatti denso di citazioni e vignette cliniche che delineano e puntellano il discorso, permettendo al lettore di mantenere un’appassionata spinta al continuo della lettura. Lo sforzo che si pone l’autrice nel testo è quello di costruire un discorso capace di sistematizzare, questionare e attraversare il concetto della Pulsione di Morte.

L’autrice riflette sui motivi che hanno portato a considerare questo concetto, come il più enigmatico e sconcertante tra tutti quelli proposti da Freud. Il concetto è stato infatti teorizzato nel 1920 seppure già nel Progetto per una psicologia scientifica del 1895, già attraversava la mente di Freud. possiamo così sintetizzare il concetto, così come proposto nel libro :“ la spinta, interna all’essere umano, di azzerare le tensioni e gli eccitamenti, di tornare ad un “prima” della vita, di ripristinare la quiete e l’omeostasi. Essa però, finché vi è vita nell’organismo, non opera da sola, ma si combina, si mescola continuamente con Eros, la pulsione di vita: restiamo vivi fino a che le due pulsioni, di vita e di morte, convivono e lottano insieme, poiché né solo con Eros né ovviamente col solo Thanatos la vita è possibile. La morte, quindi, è dentro la vita”.

Da questa prima definizione il libro della Valdrè attraversa in maniera rigoroso e sistematica tutto il pensiero da cui nasce il concetto e il suo successivo sviluppo. Il contesto storico è egregiamente discusso e sviluppato nel primo capitolo del libro in cui il pensiero di Freud viene attraversato in funzione storica e in cui potremo porre come centro del discorso il passo teorico in cui Freud (1920) si domanda : “ Che connessione esiste tra pulsionalità e la coazione a ripetere ?”. Ed è qui che l’autrice allarga il discorso facendolo interloquire con altri saperi. L’idea di Freud ( Ibidem) è quella di pensare ad una proprietà innata delle pulsioni, di avere una spinta sempre operante a riprodurre le forme di un ritorno allo stato precedente, si lega così il discorso alla constatazione di una natura conservatrice delle pulsioni, una sorta di Eterno ritorno così come è ben espresso nel Romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Il capitolo scorre fino a terminare in un esempio clinico, quello della signora G. in cui è ben sintetizzata l’esperienza perturbante e dilagante della coazione a ripetere. Si allarga il discorso nel secondo capitolo e si accede alla domanda : “ Desiderio di morte o morte del desiderio?”. È apprezzabile nel testo la continua costruzione di domande. Se la Pulsione di morte non corrisponde al desiderio di morire allora a quale desiderio corrisponde? Perché chiamare di morte qualcosa che appare come necessario alla vita psichica? Viene ben sviluppato e specificato come Freud non sia attraversato dall’idea di poter concettualizzare un desiderio di morte ma della possibilità di un innato costituirsi nell’uomo di un’angoscia di morte, così come ben specificato nel saggio “ Lutto e malinconia”.

Si apre allora alla possibilità di poter pensare quindi alla morte del desiderio. Da questo punto di vista, la pulsione di morte non sembra costituirsi dall’angoscia di morte, ma dal desiderio di eliminare ogni forma di conflitto, spegnere il cervello. Viene da pensare ancora all’idea di un eterno ritorno, in uno stato di quiete assoluta, senza stimoli fusi e confusi e nutriti dal cordone ombelicale nella calda placenta di una pancia materna. La grande mamma eroina, così come ogni tossicodipendente chiama la sostanza e realizza l’onnipotente sensazione di escludere il mondo. È il Nirvana della psiche che vuole spegnere ogni eccitamento, la meta ultima e l’oggetto della Pulsione di Morte.

Il testo continua delineando le motivazioni per il quale il concetto è stato considerato così controverso. Si attraversa la scuola francese e quella delle relazioni oggettuali, fino a giungere alla psicoanalisi contemporanea e alle rivisitazioni del concetto. Si arriva a Lacan e al suo concetto di “ Tirannia della Memoria” ( seminario VII), in cui l’uomo si abbarbica al dolore come godimento, in cui la Pulsione di Morte diventa “ Un di più pulsionale”, il punto di termine, l’eccesso del godimento mortifero che porta alla Jouissance mortelle.

Da qui il testo si espande ancora e si attiva la riflessione sul pericolo della derivazione del masochismo. S’introduce il concetto della derivazione del masochismo dalla Pulsione di Morte e si testimonia l’esistenza non di un masochismo ma di più masochismi. L’autrice affronta la questione del problema economico del masochismo, già ampiamente trattato nel suo precedente libro (Valdrè 2020) e lo affronta prima con la trattazione del concetto attraversando Freud e Lacan e i post-Freudiani, tra cui Reik (1941) e Stolorow (1975). Due esempi, la signora B. e il caso di F. declinano in forma clinica il concetto attraversato nel capitolo. È un testo che potrebbe metaforicamente essere pensato come un Puzzle, ad ogni pezzo aggiunto, si apre all’intuizione di un nuovo pezzo trovato.

Così il libro come una sonda, allarga sempre di più, aggiunge pezzo dopo pezzo, e porta il lettore a creare in sé le domande che aiutano a scoprire un nuovo pensiero da aggiungere. Così nel libro dopo la questione del masochismo e della sua derivazione e funzione, si espande il concetto della Pulsione di Morte nell’individuo e nei gruppi e come questo possa ritrovarsi nei talentuosi artisti che ad un certo momento della propria vita, all’apice del successo, involvono, distruggendosi. È l’esempio di Lars Von Trier, afferma l’autrice, che all’apice della sua carriera, attraverso un’intervista in cui decanta gli elogi del nazismo, si fa prima espellere dal festival e riesce a danneggiarsi fortemente nel suo momento più fortunato. Sembra verosimile poter far rientrare il regista in quelli che Freud (2016) chiama, Coloro che soccombono al successo. Ancora un altro pezzo e si attraversa il funzionamento della Pulsione di Morte dentro i gruppi e dentro la massa. Come si possono verificare esperienze come il Blue Whale ? La Pulsione di Morte negli adolescenti prende le forme dell’identificazione maligna con il leader che detta le regole, e si viene catapultati in un gioco fatale che ha come scopo, il sacrificio più grande, il suicidio come atto estremo. Ma ancora verrebbe da fare il parallelo della pulsione di morte con l’Ideale dell’Io, che spinge in avanti grazie all’illusione di un eterno ritorno all’inizio, l’illusione di arrivare a essere ancora una volta fusi e confusi con il grembo materno ( Smirgel 1975 ). Ideale dell’io che porta in avanti ma che può fissarsi in una conformazione in cui l’illusione diventa reale, e non è più possibile la crescita e nuovo ideale. A quel punto ci si ritira, si disinveste dal mondo e ci si ritrova ad occupare una stanza, e il mondo virtuale per sempre, o almeno finché non si possa desiderare un nuovo progetto, e qualcuno con cui condividerlo, come potrebbe essere l’analista. È il fenomeno dei ritirati sociali, degli Hikikomori, solo in Italia se ne contano 66000.

Il libro affronta poi con metodo scientifico la questione della melanconia e aggiunge per delinearne clinicamente il concetto il caso di Sara la cantante. Si attraversa la melanconia negli artisti e nei tossicodipendenti e si continua con la citazione del film “ The Whale” in cui il protagonista spegne, attraverso l’utilizzo smodato del cibo, tutti gli stimoli, e il suo stesso vivere, fino a condursi alla morte. Ancora un pezzo e la riflessione si allarga. Si affronta la relazione pericolosa tra La pulsione di morte e la sublimazione. Procediamo con le parole di Green (1993) che delinea il concetto così: “La sublimazione-desessualizzazione sarebbe di fatto una pulsione avversa alla sessualità, poiché da una parte la sublimazione appare come un destino della pulsione sessuale (…) ma che resta nel patrimonio di Eros; dall’altra essa ne è la controparte avversa che, lungi dal servire i suoi scopi, si schiera con le forze antagoniste. Il paradosso non è facilmente superabile.” (1993, p. 298). Con questa sintesi è possibile comprendere come negli artisti, genialità e contiguità con la Pulsione di Morte sia più marcatamente spiccata. L’autrice ci aiuta, senza mai voler decretare la via da seguire, ma lasciandoci la possibilità di pensare autonomamente, a ripensare una Pulsione di Morte in continuità con Eros. Cioè utile e capace d’insegnarci a fare i lutti, a staccarci, separarci per investire sul nuovo. Vi sarebbe quindi un Masochismo “Necessario”, garante della capacità di permetterci di sopportare il dolore e la normale e ontologica fatica dell’esistere. La pericolosità semmai, deriverebbe dallo slegamento del masochismo e della Pulsione di Morte dall’eros. Siamo agli ultimi due capitoli e siamo arrivati ad una prima restituzione generale.

L’autrice raccoglie ancora il pensiero per spiegare come questo pulsione possa essere concepita come una fondamentale configurazione della natura umana. Ci ricorda con sue parole: “ È importante ricordare che che questa grandiosa metafora freudiana, nata dalla necessità di comprendere la complessità della natura umana che non obbedisce solo al principio di piacere, come si pensava fino al 1920, ci serve a spiegare i multiformi aspetti di comportamenti non facilmente spiegabili: masochismo, piacere nel dolore, ricerca del Nirvana, autolesionismo”. Resistenze al lavoro analitico, alcuni tipi di coazioni a ripetere possono essere meglio comprese se si può dare spazio alla possibilità di considerare la Pulsione di Morte come quella forza che legata all’eros ci rende capaci di stare nella realtà, ma se si assiste al suo eccesso, slegato dall’eros, il soggetto andrà sicuramente incontro al destino di essere attraversato da una forza distruttrice, che come pensato all’inizio di questa recensione, porta all’eterno ritorno, al desiderio di spegnere il cervello. Così in Mark, ultimo caso raccontato dall’autrice, proprio nel momento in cui può finalmente raggiungere il successo universitario ed essere accolto nella comunità accademica, la notte prima della sua relazione beve, guarda fino a notte tardi la tv e non dorme, distruggendo la possibilità di risultare brillante e in forma il giorno dopo. Sembrano risponderci Ansermet (2010), che : “Quando si verificano tutte le condizioni per un piacere atteso, ecco che all’improvviso non siamo più interessati. A volte accade che l’oggetto del desiderio, una volta raggiunto, non procuri piacere, probabilmente perché il piacere era, in fin dei conti, più nel desiderio che nell’oggetto: c’è del piacere nel desiderare”. Non sarebbe quindi esclusivamente il piacere ad orientarci, ma dovremo sforzarci di comprendere che la teorizzazione della Pulsione di Morte, sebbene neanche da Freud considerata totalmente esatta, ci ha aiutato a capire e incontrare L’Aldilà del piacere.

Siamo all’ultimo capitolo e ci avviamo alla fine del libro. Quale è il contributo delle Neuroscienze al concetto? Si attraversa il filone di studio Franco -Svizzero, in cui per similitudine con il concetto di Pulsione di morte, si propone il concetto di Apoptosi postulato dall’immunologi Jean Claude Amesein. L’autore spiega come ogni cellula mantenga come potenziale la possibilità di suicidarsi se non incontro un ambiente facilitante. Attraverso questo lavoro, Sembra di poter comprendere meglio l’affermazione di Freud (1920.pag.224), che: “Se possiamo considerare come un fatto sperimentale assolutamente certo e senza eccezioni che ogni essere vivente muore (ritorna allo stato inorganico) per motivi interni, ebbene, allora possiamo dire che la meta di tutto ciò che è vivo e la morte”.

L’autrice con rigore pone sulla bilancia narrativa anche le critiche mosse al concetto di Pulsione di Morte, soprattutto dall’approccio neuro-ormonale, in cui si ritiene la questione molto più complessa con un coinvolgimento degli ormoni. L’assunto generale è che non può essere concepito una Pulsione di Morte, che spinge alla sofferenza o al boicottaggio dell’individuo libera e innata ma è necessario l’intervento di un ambiente frustrante. Così nel caso di Mark, la sua rinuncia e boicottaggio, sarebbe avvenute in relazione alle esperienze traumatiche cumulative della propria storia familiare e non ad una spinta pulsionale disaggregante. In conclusione tuttavia l’autrice ci suggerisce di mettere in relazione i due approcci che non sono autoescludentesi : “ Esiste qualcosa nell’apparato psichico che possiamo chiamare pulsione di morte, e ritenerla esclusivamente innata o, come è più probabile, accentuata dalle esperienze traumatiche iniziali che portano la psiche a richiamare circuiti dolorosi, nell’intento paradossale di lenire il danno iniziale” ( Valdrè 2024).

E siamo alle conclusioni e alle battute finali di un libro che a questo punto, ha necessariamente alimentato il nostro pensare e ci ha resi più capaci di comprendere questo concetto. Ci ricorda l’autrice, in ultima analisi che aver teorizzato una pulsione di morte, non deve mai scoraggiarci di fronte al lavoro analitico, ma ci deve anzi portare a sintonizzarci con quegli aspetti profondi che nascono da questa forza che rema in senso contrario, e che sono dentro ognuno di noi.

Il libro di Rossella Valdrè è un libro pregevole, prezioso, rigoroso che offre al lettore la possibilità di attraversare in profondità il concetto psicoanalitico più controverso, amato o ripudiato dell’universo teorico psicoanalitico.

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Ansermet S., Franceschetti P. (2010): Les énigmes du plaisir. Odille Jacob: Paris

Chasseguet Smirgel J. (1975) L’ideale dell’Io. Raffaello Cortina, Milano, 1991

Freud S . (OSF) Vol 8. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti 1915-1917, Torino, Bollati Boringhieri, 2002.

Freud S. (1920): Beyond the Pleasure Principle. S.E. 18. Hogarth: London

Lacan J. (1959-60): Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. Einaudi, Torino, 1994

Green A. (1993): Le travail du negatif (The work of negative). New York: Free Association, 1999

Reik T. (1941): Masochism in Modern Man. Grover Press: New York

Stolorow R.D. (1975): The Narcissist Function of Masochism (and sadism). International Journal of Psychoanalysis , 56: 442-448

Valdrè R. (2020): Sul masochismo. L’enigma della psicoanalisi: nella teoria, clinica, arte. Celad, Torino

Valdrè R. (2020): The Death Drive: A Contemporary Introduction. Rortledge: London