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Quando abbiamo smesso di essere umani?

di Valentina Dell’Osa

Un passo dopo l’altro, sempre più veloce. Mi affretto perchè ho tanto dolore e mi costringo a camminare più di quanto il mio corpo mi permetta. Sono sempre più vicina a quella porta che è la mia salvezza. In quel momento, la mia unica speranza.
Entro e mi fermo di colpo. Ci sono tanti uomini e donne con indosso un camice da medico. Guardo intorno, cerco degli occhi che mi vedano, che riconoscano il mio dolore. “Sono qui, mi vedete?”. Entrano barelle con su persone, e mi sento al perimetro di quella stanza. Resto lì ferma ancora per un po’.
Mi sento piccola e fragile.
E’ come se qualcuno, in quel preciso momento mi avesse tagliato le corde vocali. Dalla voglia che sentivo di gridare aiuto, mi ritrovavo ora senza un filo di voce. Un grido silenzioso. Mi muovo, respiro, attendo, sono viva, si. Ma è come se fossi invisibile, un codice numerico, una pratica da sbrigare.
Quando stai male, pensi che qui dentro ci sia la salvezza. Ti illudi che qualcuno possa vederti davvero, che il dolore che porti dentro e fuori abbia un peso, un significato. Ma presto ti accorgi che non è così. Qui il dolore è routine, la sofferenza è statistica, il bisogno è solo una lista d’attesa. Medici e infermieri si muovono tra i pazienti con la stessa meccanica di precisione con cui indossano i guanti, le camicie sterili, le mascherine. Ogni strato di tessuto non è solo protezione, ma anche una barriera invisibile tra loro e noi.
Aspetto ancora, cercando un contatto, un gesto che mi riconduca alla realtà di essere ancora una persona.
Davanti a me una signora anziana in barella lascia cadere i suoi occhiali. Nessuno si ferma, nessuno la guarda. Mi chino, li raccolgo e glieli porgo. Lei sorride debolmente, ringrazia sottovoce, quasi intimidita, come se quel piccolo atto di umanità fosse qualcosa di raro, di inaspettato, come se la gentilezza non fosse mai un qualcosa che si può dare senza paura. . Il suo grazie è fragile, ma è una scintilla di umanità che si riaccende, e non posso fare a meno di provare un po’ di sollievo.
Più tardi, una donna con una frattura prova ad alzarsi. Nessuno interviene. Noi pazienti, ancora umani l’uno con l’altro, le diciamo di stare ferma, di non rischiare di peggiorare la situazione. Ci guardiamo negli occhi, ci comprendiamo senza bisogno di parole.
Accanto a me, una signora si lamenta per un forte dolore alla gamba. Io ho male all’orecchio, allora mi alzo e le cedo la mia poltrona blu, certo più comoda di quella sedia. Lei mi guarda con sorpresa, quasi incredula, gli occhi lucidi. Mi chiede “sicura?”, le faccio un sorriso e con un cenno le cedo il mio posto. Ecco che mi sento di nuovo sollevata.
Poco distante, un’altra donna ha bisogno di andare in bagno. Chiama, chiede, supplica. Nessuno la ascolta. I camici bianchi passano accanto a lei come ombre indaffarate, distratte, abituate. Non la sentono, o forse non vogliono sentirla.
Mi sento soffocare, non tanto per il mio dolore, ma per questa atmosfera sterile, per la distanza, per la freddezza che aleggia in questo posto che dovrebbe essere un rifugio. Il pronto soccorso dovrebbe essere un luogo di salvezza, e invece è un limbo, un non-luogo dove il dolore diventa routine, dove la speranza si consuma nell’attesa, e dove l’umanità si dissolve sotto strati di guanti in lattice e camici senza volto.
Mi siedo di nuovo, guardo gli altri, e in quell’istante mi chiedo: quando abbiamo smesso di essere umani? Quando abbiamo perso la capacità di connetterci gli uni con gli altri? Quando abbiamo smesso di guardarci negli occhi e di riconoscere la sofferenza dell’altro?
Le emozioni, le relazioni sono spesso sacrificate in favore di obiettivi più immediati e misurabili. Senza rendercene conto, scivoliamo in una sorta di anestesia emotiva collettiva, dove le persone diventano numeri e il dolore altrui si riduce a un rumore di fondo.
Medici e infermieri, schiacciati dal peso di turni massacranti e responsabilità infinite, finiscono per sviluppare una sorta di “protezione” emotiva per sopravvivere alla fatica. Ma questa protezione ha un costo: li disumanizza, li rende impermeabili al dolore che dovrebbero alleviare.
E così ci ritroviamo qui, in un luogo che dovrebbe curare ma che invece amplifica la solitudine, in cui i corpi si sfiorano ma gli sguardi non si incontrano, in cui la speranza si misura in ore d’attesa.
Eppure, in questa spoglia disumanizzazione, sono proprio i pazienti, con i loro piccoli gesti di attenzione, a mantenere viva la fiamma della cura. E forse, in questa resistenza silenziosa, c’è ancora la speranza di recuperare ciò che abbiamo perduto: la capacità di riconoscerci, di vederci davvero, di restare umani.

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Andrés
Andrés
1 anno fa

Come ti capisco….

5 anni fa, a Bolzano, la Croce Rossa Provinciale ha dato avvio a un servizio di volontariato nel pronto soccorso dell’Ospedale San Maurizio. Sono stato il primo volontario a svolgere l’incarico per la mia esperienza come sanitario. Si trattava di assistere le persone in attesa, offrendo, appunto, umanità, il primo dei sette principi della Croce Rossa. Non è stato semplice,è ammiro i miei colleghi che continuano il servizio, la ” macchina” sanitaria non permette di intervenire in aree di competenza di portantini, OS, Infermieri, medici, personale di servizio. La presenza, senza poter dare assistenza, era motivo di alterazione nei pazienti, fino a quando poi capivano che eravamo lì per loro, per stringere una mano, tirare su una coperta, fare una carezza, sussurrare una parola di conforto. Anche noi, travolti dalla disumanità di chi dovrebbe “essere umano” per vocazione.

Non tutti per fortuna, ci sono persone che fanno il loro lavoro con sentimento, ma dovendo resistere all’indifferenza che sommerge il tutto.

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