La perversione dei servizi, scritto nel 2020: una premonizione del 2025
Nel 2020 appare su Adolescenza e Psicoanalisi, periodico semestrale scientifico pubblicato dall’ARPAd, l’articolo scritto dal gruppo di operatori di strada che lavoravano a Bolzano per il Forum Prevenzione[1].
L’articolo denuncia senza preamboli i loro “commissionari”, in realtà i loro “datori di lavoro”, per l’inefficienza dei servizi preposti alla tutela delle persone vulnerabili e in modo particolare dei giovani e gli adolescenti provenienti da situazioni famigliari disagiate.
Una allarmante premonizione, l’inizio di un graduale e inarrestabile percorso verso la disumanizzazione dei servizi.
(Chi è interessato a capire come interagisce un operatore di strada, può vedere su RaiPlay la serie “Zona Protetta” in cui in due episodi Stefano Rossetti, uno streetworker del gruppo bolzanino, mostra il suo lavoro quotidiano[2]).
In un recente articolo pubblicato su Corriere.it[3], la magistrata Carla Gatto conferma questa discrepanza fra servizi e sistema sanitario, la distanza dei servizi essenziali dagli individui, e porta in evidenza i problemi causati da un disinvestimento nei servizi sociali.
Essere Operatore Sociale richiede, alla base, una solida vocazione e una profonda convinzione morale del dovere dell’umano di dedicarsi agli altri umani.
Accanto a queste due caratteristiche essenziali, oggigiorno non si può trascendere da una specifica formazione professionale e un nutrito curriculum di esperienze metabolizzate.
Essere Operatori Sociali, come essere docenti o infermieri, richiede una professionalità al di sopra dello standard e l’umanità è alla base di questa preparazione.
Ultima e non meno importante caratteristica del soggetto che decide di affrontare questo percorso è l’empatia, termine che racchiude in sé anche tolleranza, capacità di ascolto, controllo, umiltà, fermezza, dolcezza, pietà, il tutto sotto una continua supervisione affidata a provati professionisti, che aiutino l’operatore a superare gli immancabili momenti di sconforto dati dal lavoro a contatto con gli ultimi.
La rete di sostegno di una società malata richiede persone con queste specifiche doti.
Richiede un sistema di comunicazione continuo e infallibile fra le parti e la certezza di operare verso un unico obiettivo con due vertici: l’individuo e la società che lo accoglie.
L’Alto Adige, o meglio detto la Provincia di Bolzano, che è il territorio che conosco e in cui ho operato per 15 anni in ambito dell’assistenza a persone vulnerabili, non ha mai sviluppato progetti atti ad anticipare e contenere i disagi delle devianze sociali, siano esse di carattere prettamente sociale, sia quelle di carattere sanitario o sociosanitario.
Le istituzioni hanno sempre delegato, e foraggiato, vista la propria incapacità, imprese satelliti che sotto appellativi di cooperative, Onlus, associazioni, e ora ODV, avrebbero dovuto farsi carico di un problema che invece è di responsabilità politica e istituzionale. La questione non si pone in termini di politiche di destra o di sinistra, o alternative a queste. Il tema al centro è la voluta ignoranza di chi dovrebbe prendersi cura della parte fragile della società.
Si pretende di dare forma di Assistenza Sociale a un sistema nato e cronicizzato nell’emergenza, a suon di proclami, di protocolli, di varianti e variabili, di leggi elaborate e mai correttamente applicate, di risorse sempre promesse ma mai elargite, e soprattutto di profonda indifferenza, perché il vedere la povertà altrui incute grande timore e insicurezza a chi non ha lo spessore accademico per metabolizzare le situazioni di profondo disagio umano. Abbiamo ereditato da saggi nostri precedessori strumenti preposti a indicarci il cammino da percorrere. Opere che forniscono risorse inesauribili per costruire il rispetto fra gli umani, ma che pochi si adoperano per conoscerle e meno ancora per applicarle.
La base per costruire una società evoluta è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani prodotta dalle Nazioni Unite nel 1948, da quasi tutti sottoscritta, da pochi rispettata, da molti dimenticata. La politica ha messo l’umanità in secondo piano rispetto al profitto.
La partita è fra chi può e chi non può, basta, non ci sono sfumature: desideriamo e veneriamo il successo, proviamo repellenza per chi non lo raggiunge. Gli alibi di provenienze, culture, religioni, sono appunto solo alibi.
Tutto il sistema locale è predisposto e rodato per accogliere i ricchi: più ne arrivano e più risorse vengono investite per soddisfarli. Più hotel, più funivie, più strade, più negozi, più bar, a scapito di meno rispetto per il territorio contenente e per il nativo contenuto.
Il povero che entra in contatto con il territorio riceve invece lo stesso impatto di un virus che cerca di forare la membrana che avvolge la cellula: scatena una serie di reazioni atte a impedire l’attacco e si attivano risorse per eliminare l’intruso.
Il ricco è ricevuto dal marketing adulatore e il povero dal monito minaccioso.
Cosa intendo per monito minaccioso? Basta leggere le ultime pagine delle azioni della anteriore e della attuale giunta comunale di Bolzano, che passando per gli sgomberi e la non accoglienza, lodavano le azioni di super commissari, senza fermarsi a chiedersi (o meglio detto, senza ascoltare chi nella loro giunta aveva ancora senno) il perché di un aumento cosi sensibile della percezione di insicurezza.
Più Forze dell’Ordine, più telecamere, più controlli, più muri, più accanimento nel perseguire chi cerca di rifarsi una vita in un territorio ostile e sterile, territorio che tra l’altro necessità di lavoratori, a volte sfruttati, per costruire il castello di attenzioni di cui il ricco è attratto.
La destra è maestra nell’utilizzo della propaganda per arrivare alla pancia di quella parte del popolo a cui è meno efficace parlare al cuore o alla mente.
La perdita di controllo si giustifica con un aumento, in realtà non reale, del numero di nuovi arrivati. Con l’aumento, in realtà non reale, di delitti, amplificando banali fatti quotidiani per creare instabilità, insicurezza e paura. Quale proposta per mettere fine al male? Cacciare il povero, isolarlo, spingerlo aldilà del muro, farlo sopravvivere in magazzini periferici perché poi in fondo ne abbiamo bisogno e qui dove poi si deve attingere la forza lavoro.
Complici di tutto ciò i Servizi Sociali: sono loro a fare il lavoro sporco, dalla descrizione precedente dell’operatore sociale tipo ci troviamo di fronte a nuovi personaggi privi delle doti essenziali per affrontare i problemi che si trascinano dietro i disagiati.
Non tutti per fortuna, alcuni si ribellano e rimangono umani, altri decidono di abbandonare il servizio perché sono preparati, ricchi di vocazione e solidi nelle convinzioni e non accettano le imposizioni del sistema. Rimangono solo quelli inutili, incapaci, che si propongono come vuole il padrone.
In cinque anni hanno distrutto un patrimonio costruito in venti, hanno fatto desistere gli unici capaci di mantenere i disperati dentro il sottile limite della speranza, della speranza di essere rispettati, ascoltati, aiutati e di dar loro l’opportunità di dimostrare che l’attimo di solidarietà produce risorsa. Una schiera di eroi, sì, eroi, che ogni giorno affiancava i “lebbrosi” contemporanei per condurli passo a passo verso l’inserimento sociale secondo le regole stabilite da chissà chi. Soltanto l’unione di persone con il dono del pensiero e della solidarietà, uniti in periferiche associazioni scarse in risorse ma ricche in ideologia, , fuori dal nucleo delle associazioni a busta paga del potere, sono di conforto a chi affronta la sofferenza nell’indifferenza.
Indifferenza che si traduce nel gestire l’arrivo, l’arrivo di famiglie che fuggono dalla miseria accogliendole nella miseria creata appositamente al centro dei bagliori della società del profitto. Dormitori in zone industriali periferiche dismesse, mense in zone artigianali periferiche dismesse, separazione del genitore maschio dal nucleo famigliare per creare ancora più incertezze nelle creature (questa brillante circolare provinciale, è esclusiva del nostro pregiato territorio e malgrado sia stata ritenuta ingiusta dalle categorie coinvolte nell’accoglienza, viene ancora difesa dalla maggioranza politica che ci governa), Non parliamo poi della scolarizzazione di minori stranieri, atta più a umiliare il nuovo arrivato che non ad inserirlo in un contesto globale (i docenti ce la mettono tutta, ma mancano risorse per il sostegno).
E allora, quando ci si chiede perché le seconde generazioni di questa mirabile accoglienza restituisca rabbia, ci fermiamo a riflettere su cosa stiamo facendo?
Non è soltanto volontà politica, pesa anche l’ignoranza e l’incapacità.
Basta fermarsi ad osservare cosa sta accadendo a Bolzano in questi tempi, le prime pagine dei quotidiani locali sono prevalentemente dedicate all’imminente presentazione dell’ultima mega-opera in alluminio, cemento e cristallo in sostituzione parziale di un parco con alberi secolari che accoglieva il viaggiante uscito dalla stazione. L’immenso obrobrio è cresciuto malgrado Covid, bombe dell’ultima guerra, infiltrazioni d’acqua, rischio di fallimento dovuto al default dell’imprenditore, opera che, per giunta, fu approvata con il municipio sotto commissariamento. Ma non basta, per rendere ancora più attrattivo il nuovo parco giochi per turisti, bisognava ripulire la zona intorno all’obrobrio, i ricchi non vogliono vedere miseria. E così vengono immediatamente attivate tutte le risorse a disposizione per allontanare ciò che stona con il nuovo castello di cristallo: i poveri.
Investimenti che utilizzati nel sostegno all’inclusione avrebbero prodotto ricchezza anziché insicurezza.
Ma questa nuova giunta, dove a fatica si salutano uno con l’altro, rimane compatta perché cosciente dell’incapacità di ogni singolo di affrontare i problemi appartenenti al proprio assessorato.
Non si può pensare allora che si esca dall’emergenza e che finalmente venga attivato il famoso piano di accoglienza e di presa in carico di persone momentaneamente o perennemente vulnerabili. Un piano che si prenda cura del problema causato alle nuove generazioni per le disattenzioni delle generazioni passate.
Noi abbiamo lavorato con gli adolescenti, quelli arrabbiati, quelli a cui secondo la società non manca nulla e dovrebbero soltanto essere felici di tutti i sacrifici fatti da Papà, Mamma, Comune, Provincia, Parrocchia, Moschea, per far trovare loro un futuro già programmato nei dettagli. Ma nessuno si è fermato a chiedere loro che futuro vogliono, come vogliono farlo, e semmai in cosa potremmo, se possiamo, aiutarli…
Ecco il lavoro degli streetworkers e delle associazioni parallele, oltre ad affiancare Mamma, Papà, Provincia, Comune, Parrocchia e Moschea, sono pronti a capirli, questi ragazzi, consolarli, appoggiarli, coccolarli, difenderli, e anche richiamarli quando occorre, vivere al loro lato per far capire loro dove è il limite e agire spronando le istituzioni e le famiglie a fare la loro parte. Ma occorre spessore politico per accettare la critica e riconoscere errori, e la politica odierna non può permettersi di accettare la critica perché non è all’altezza di comprenderla.
Ogni istituzione propone, o meglio detto impone, la propria rete d’intervento: se non sei d’accordo con le linee guida del proponente allora sei fuori dalla rete.
I nostri giovani arrabbiati conoscono bene queste reti e le schivano con facilità, solo una rete unica potrebbe ambire a raccogliere il consenso di chi vive al margine, ma per costruire questa rete occorre sensibilità e umiltà.
Oggi assisto attonito come le nuove leve dei Servizi Sociali, invece di applicare l’ascolto si impongono con l’irruenza tipica di chi ha il potere. Invece del dialogo utilizzano le minacce. Invece di svolgere l’operato a cui sono stati chiamati, sfogano la loro frustrazione umiliando chi non può permettersi di ribellarsi.
Lo stato delle cose dà ragione alla premonizione di chi, cinque anni fa, ha denunciato la perversione dei servizi.
Pochi sono rimasti a contrastare l’ondata di populismo che spazza via ogni segno di cultura e di pensiero, sono insiemi di persone unite dal richiamo morale e chiamate a combattere contro il dilagare dell’ignoranza, quell’ignoranza che permette a pochi governare su tanti.
Questi pochi sanno che è impossibile arginare una generazione che non accetta le regole assurde a loro imposte, una generazione che desidera costruire il proprio futuro.
La nuova generazione gode del DNA trasmesso dai propri avi repubblicani, non li si può arginare, sono liberi e esigono rispetto, vogliono seguire i propri sogni e i sogni, come le idee, non conoscono barriere.
I nostri poveri ricchi dovranno accontentarsi di vivere fra le mura, l’alluminio, il cristallo, il Fashion Mall Bolzanino e i finti alberi, il resto del mondo è invece per questi ragazzi, che vogliono ricostruirne uno migliore. A partire dal rudere che noi abbiamo lasciato loro.
[1] Idea di Martuscelli S. e altri, La perversione dei servizi, in AeP. Adolescenza e Psicoanalisi, 2/2020.
[2] Episodio 9: Diana e Pia. Episodio 10: Youssef.





Trent’anni nei servizi pubblici di psichiatria mi sono stati sufficienti per decretarne il fallimento.
Una volta spenta l’onda lunga della riforma che spingeva con forza alla speranza innovatrice, l’approdo è stato inevitabilmente disastroso.
Le cause dell’inevitabile? A prima vista si potrebbe cadere nell’inganno di credere che sia venuto meno il ricorso al pensiero, in realtà questo è solo parte e non causa prima del disastro.
Le cose sono iniziate a franare quando abbiamo creduto che l’efficienza, stabilita da criteri volutamente aziendali, coincidesse con l’attenzione alla cura, che la burocratizzazione portasse ordine e non stagnazione.
E dove c’è stabilità, che per tutto quel che attiene all’organico è un buon risultato, per i processi della mente si naufraga nella cronicizzazione.
Fa comodo questo? Certamente, ed è esattamente quell’accomodarsi il momento in cui la bizzarria dell’umano e le sue derive che prima ci evocava anche tenerezza, ora ci spinge verso un vago senso di fastidio.
Abbiamo deposto le armi seguendo il feretro della prospettiva scomoda, con aria falsamente contrita ma ben assestata nelle prime file della rinuncia.
A volte ci si sente un pò stanchi di parlare ai sordi, mi viene in mente Tiresia, che da cieco ci vedeva benissimo, il quale, forse, ci
avrebbe mollato la predizione esatta dell’oggi e ci avrebbe mostrato dove saremmo andati a parare: la malattia che definisce l’uomo.
Con questo perdono tutti, i parìa che non hanno spazio per dare spazio al dolore, gli operatori che rimangono nelle trincee aspettando la prossima incursione ed in ultimo la “Vita” che giorno dopo giorno perde pezzi di sé
Sono lusingato che il mio scritto abbia ricevuto un commento di tale dotta e profonda levatura. Grazie.
Cesare Zavattini, tanti, tanti anni fa affermava in una sua opera, “I Poveri sono Matti” – mi è tornato in mente questo titolo e quanta sintesi di amara ironia suscita rifletterci. Da qualche tempo sui muri di Napoli ho notato la scritta “Feccia illustre” che mi ha molto colpito, magari è solo una mia interpretazione personale, ma mi piace pensare ad una investitura solenne della Feccia, parola che spesso viene utilizzata per definire i poveri; potrebbe esserci però anche un significato al rovescio, come a dire che gli “Illustri” sono feccia … Chissà? Partenope insegna.
Carissima Paola, sempre vicina e sempre presente quando di vulnerabili si tratta.La feccia regna, e questo crea timore. Ma difficile dire dove si colloca, chi non pensa è convinto che sia in basso, nelle periferie, chi osserva si chiede come abbiano fatto ad arrivare fin lassù.
Un caro saluto e a ritrovarci presto…