Articoli Scientifici

Riflessioni sulla meraviglia tra madre e bambino – Benedetto Genovesi

Simulazione incarnata, meccanismi mirror e relazione “onirica”

Benedetto Genovesi

 

Abstract

In questo articolo si prende in considerazione il momento fondamentale in cui madre e bambino s’incontrano nello stesso sguardo. Si crea una continuità con la vita intrauterina, in cui non c’è distinzione tra madre e feto. La soggettività e l’intersoggettività convivono da sempre in una dialettica di uguaglianze e differenze. In questo  regno di mezzo, come prosecuzione della placenta, ci s’incontra nella somiglianza e si può creare una danza tra identità e alterità. Quando il bambino viene alla luce, finalmente madre e bambino si possono guardare e ammirare reciprocamente. Madre e bambino sono, contemporaneamente, guardanti e guardati, vedenti e visti, toccanti e toccati. E si possono riconoscere, reciprocamente, nello stesso sguardo e nello stesso abbraccio.

 

This article examines the fundamental moment when mother and child meet in the same gaze. This creates a continuity with intrauterine life, where there is no distinction between mother and fetus. Subjectivity and intersubjectivity have always coexisted in a dialectic of similarities and differences. In this middle realm, a continuation of the placenta, they meet in similarity and can create a dance between identity and otherness. When the child is born, mother and child can finally look at and admire each other. Mother and child are simultaneously looking and looked at, seeing and seen, touching and touched. They can recognize each other in the same gaze and in the same embrace.

 

 

Se tu mi guardi con i tuoi occhi dai quali mi viene incontro la tenerezza e se io guardandoti con i miei occhi ti faccio spazio dentro di me, in questo incrocio di sguardi che riassume milioni di attimi e di parole, in questo scambio silenzioso che per entrambi è guardare e lasciarsi guardare, in questo penetrare l’uno nell’altro nel tempo con benevolenza, ci è dato di tessere la reciprocità di questo amore.

                                                           (Pablo Neruda, 1964)

 

La parola meraviglia deriva dal latino mirabilia che attiene alle cose ammirevoli e ancora dal latino mirari che indica l’atto del guardare con meraviglia. In francese, la merveille indica qualcosa da ammirare, come per esempio quando siamo di fronte al mare. La mer è il luogo del sogno. La mère porta il bambino nel luogo del sogno, gli apre le porte alla possibilità di sognare. E ancora la mère veille indica specificamente la madre che guarda il bambino. La madre veglia sul sonno del bambino; veglia e sonno s’incontrano nel sogno congiunto di madre e bambino. Talvolta, quando nasce un bambino, alla madre viene regalato une veilleuse che è il lume che si posa accanto alla culla del bambino per poterlo ammirare, rassicurando il bambino e al contempo rassicurando la madre.

Come il sole che illumina e ammira il mare.

Vediamo con i nostri occhi, ma siamo esseri che vengono essenzialmente guardati (Lacan, 1973).   

Vedere ed essere visti diventa un processo fondamentale per la nascita e la crescita del Sé nella relazione con l’altro da Sé. Tale processo è regolato dai meccanismi mirror dei neuroni specchio. Il volto della madre rappresenta lo specchio, in cui il bambino può vedere sé stesso per la prima volta come soggetto.

Lacan (1966) ci fa notare che nello stadio dello specchio, tra i sei e i diciotto mesi, il bambino ha bisogno di riconoscersi nello sguardo della madre.

«In altre parole, la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge» (Winnicott, 1971, 177).

A partire dalle fasi precoci dell’esistenza, il guardare può essere un atto volto alla comprensione di qualcun altro, come per esempio in the mirror mechanisms in cui si verifica un’attivazione funzionale, sia durante l’esecuzione che durante l’osservazione di un movimento. Si opera una mappatura di attivazione di alcune aree cerebrali per percepire l’azione, l’emozione o la sensazione di un’altra persona. Qui, l’altro essere umano è distinto e separato dal Sé. The mirror mechanisms implicano un’attivazione funzionale (ma non rappresentazionale) e sono selettivi per obiettivi e intenzioni motorie (Gallese e Sinigaglia, 2011).

Ma, come ci fanno notare ancora Gallese e Sinigaglia (2011), in the embodied simulation si fa un passo oltre. Infatti, le azioni osservate, le sensazioni provate e le emozioni sentite a livello corporeo, per essere elaborate, richiedono una rappresentazione mentale. La simulazione è il riutilizzo e l’attribuzione di processi funzionali che implica una rappresentazione mentale in formato corporeo, in cui naturalmente ci sono determinati vincoli temporo-spaziali, in riferimento alle azioni corporee osservate. Si attivano processi di attribuzioni di natura rappresentazionale degli obiettivi e delle intenzioni motorie, connesse con le sensazioni corporee, tramite meccanismi di riutilizzo e somiglianza interpersonale. Perciò, possiamo dire che la simulazione incarnata fornisce un’interpretazione della cognizione sociale, che affonda le radici nelle emozioni e nelle sensazioni corporee di entrambi gli agenti. In the embodied simulation s’incontrano la percezione corporea degli oggetti con l’immaginazione e la rappresentazione motoria. La simulazione, infatti,  è un processo funzionale di natura rappresentativa (Gallese e Sinigaglia, 2011).

Quindi, potremmo ipotizzare che un proficuo incontro e incrocio dei meccanismi di rispecchiamento e di simulazione, nella relazione primaria, promuova uno sviluppo mentale sufficientemente buono? E che, viceversa, da un punto di vista clinico, una carenza di tali meccanismi, nelle fasi precoci dell’esistenza, comporti un deficit di sviluppo emotivo e cognitivo?

Ora, nell’ottica di un dialogo interdisciplinare, potremmo forse intendere che la simulazione incarnata promuova un’elaborazione dei meccanismi mirror che consenta di accedere ad un livello di immaginazione e rappresentazione simbolica? Forse, potremmo dire che la simulazione incarnata, tramite processi emulativi di “come se”, consenta di “sognare” le azioni osservate? Possiamo, inoltre, pensare che questi meccanismi hanno qualcosa a che fare con i processi incrociati dell’identificazione introiettiva e proiettiva? Questi ultimi meccanismi potrebbero essere cruciali negli aspetti intercorporei dell’intersoggettività?

Le esperienze intersoggettive, infatti, sono vissute in un intreccio intercorporeo. Qui, il Sé e l’altro da Sé sono uniti in un sogno congiunto. La rêverie (Bion, 1962) prende corpo, e s’incarna nel corpo. La soggettività si pone in una oscillazione dialettica con l’intersoggettività (Civitarese, 2023). La simulazione mentale s’intreccia con l’incarnazione corporea reciproca. Per mezzo della simulazione incarnata, possiamo mappare le sensazioni altrui, riutilizzando le nostre rappresentazioni motorie, viscero-motorie e somato-sensoriali. Così si sviluppa l’empatia. Possiamo attribuire le nostre azioni, emozioni e sensazioni a qualcun altro. Infatti, il rispecchiamento motorio delle reciproche azioni è interconnesso con il rispecchiamento nelle emozioni e nelle sensazioni reciproche. Ci possiamo mettere “nei panni degli altri” perché siamo in una zona comune. Ci possiamo capire senza parlarci, ci possiamo riconoscere nella stessa “carne” (Merleau-Ponty, 1964). Qui, madre e bambino diventano un’unica cosa. S’incontrano e condividono un regno di mezzo, come prosecuzione ed estensione della placenta.

Già Winnicott (1965) cattura qualcosa della condizione di paradossale simultaneità tra unione e separazione, quando afferma che non può esistere ciò che noi chiamiamo bambino disgiunto dalle cure della madre.

Tonia Cancrini (2021) ci fa notare come la madre si prenda cura, con affetto, dello sviluppo psicocorporeo del bambino. L’affetto può essere considerato una funzione di connessione reciproca. Infatti, affetto deriva dal latino afficere che è il composto di ad facere ovvero fare qualcosa per qualcuno. Quindi, una spinta interna e un sentimento d’amore profondo che si traduce in un’azione di amorevole cura, per esempio della madre verso il bambino. La madre, con attenzione, pensa ad accudire il bambino, contenendone le angosce e rasserenandolo. E, in qualche modo, anche il bambino rasserena la madre. La funzione materna è anche una funzione rappresentazionale. Potremmo dire, una funzione mentale intercorporea. Si co-genera un’area comune, con uno specifico senso d’intimità e di riconoscimento reciproco. Sono fondamentali i processi di somiglianza ed emulazione. Nella simulazione incarnata si crea una rappresentazione simbolica tramite una funzione di emulazione e immaginazione (Gallese e Sinigaglia, 2011). E noi ci possiamo vedere simultaneamente sia nel ruolo del soggetto sia nel ruolo dell’oggetto, provando l’esperienza sia a livello corporeo che a livello fantasmatico. Il corpo diventa fantasia e viceversa la fantasia prende corpo.

A volte, quando ci alziamo dal lettino dell’analista, ci gira la testa. Vengono smosse fortemente le sensazioni, le emozioni e si espande il pensiero. Come nel sogno. Si pensano cose che altrimenti non sarebbe possibile pensare. Come nella rêverie materna. Madre e bambino s’immergono nello stesso sogno, come nel mare. Vivono un sogno congiunto. « La funzione onirica è l’essenza della rêverie che consente alla madre di prendersi cura del bambino » (Genovesi, 2024, 112).

La riva del mare è il momento in cui ci stacchiamo dalla realtà e ci immergiamo nel sogno.

In francese, le rêve è il luogo del sogno, dell’ammirare l’orizzonte del mare aperto che ci immette in un mondo onirico.

La rêverie è la funzione di sognare, nuotare e muoversi nel luogo del sogno, sperimentare le emozioni e le sensazioni nel mentre si sogna.

Madre e bambino, sin dall’inizio, possono comunicare tra loro grazie alla relazione “onirica” tra rêverie e identificazione proiettiva realistica.

La madre consente al bambino di sognare e di farsi cullare dalle onde. Come les ondulations des vagues. Il movimento ondulatorio delle onde del mare ci consente di vivere insieme un’esperienza piacevole. Nella danza della culla, c’è un ritmo di connessione reciproca. Onduler è il movimento che ci porta al di là del dolore, che ci fa superare le paure e le angosce, come fanno i movimenti ondulatori della culla o delle braccia della madre che tengono al seno il bambino. E si può sperimentare un’esperienza di piacere, serenità e rassicurazione. In questo reciproco movimento, madre e bambino s’intrecciano e diventano una cosa sola. Si può dire che, sin dalla vita intrauterina, non ci sono due entità distinte e separate, ma piuttosto sin dall’inizio coesistono soggettività e intersoggettività, in una danza tra identità e alterità (Civitarese, 2023).

«Descrivendo questa situazione […] noi viviamo in prima istanza […] nell’esperienza dell’altro» (Merleau-Ponty, 2002, 60).

Nella somiglianza c’è una dialettica tra uguaglianze e differenze.

Civitarese (2023, 2025), citando Husserl, ci fa notare che non c’è una distinzione tra mente e corpo e nemmeno tra soggetto e oggetto. Piuttosto c’è una zona comune che è nostra. Come nel vaso di Rubin, l’area centrale delineata e delimitata dai due profili, è il campo relazionale comune, in cui ci s’incontra e ci s’incastra a vicenda. Noi abbiamo qualcosa dell’altro, così come l’altro ha qualcosa di noi.

Civitarese, citando Zahavi, ci fa notare ancora che « scavando nel soggetto, Husserl trova una comunità-we […] una comunità intersoggettiva di soggetti incarnati » (Civitarese, 2025, 3).

Gallese (2014) nota che nella simulazione incarnata, il senso della vista e il senso del tatto sono strettamente collegati tra di loro, in una funzione neuronale multimodale. I neuroni bimodali visuo-tattili sono strettamente interconnessi tra loro e si attivano quando qualcosa tocca il nostro corpo, ma anche quando vediamo che stiamo per essere toccati da qualcuno; e anche quando immaginiamo di toccare o essere toccati da qualcuno.

Gallese, inoltre, citando Maine de Birain dice che possiamo applicare alla vista qualsiasi cosa che possiamo applicare al tatto. Nello stato naturale, le due funzioni, sensoriali e motorie, sono in relazione e in equilibrio tra loro, senza disturbo reciproco.

Siracusano dice che la corporeità « s’impianta nella storia relazionale, come il dato a cui si riferisce ogni esperienza propria e altrui. I miei occhi hanno visto, le mie mani hanno toccato; occhi e mani hanno la memoria del visto e del toccato » (Siracusano, 1981, 87).

Come nel tango, i due tangheri devono potersi incontrare entrambi nell’incrocio reciproco degli sguardi della mirada per potere iniziare la tanda, in cui in ogni ballo c’è un emozionante e intimo intreccio intercorporeo. Ci sono aree comuni e movimenti nella stessa “carne”, come ci fa notare Merleau-Ponty (1964), in cui i due corpi danzano. La mano che tocca l’altra mano è simultaneamente toccata e toccante, sentita e senziente, lo sguardo che guarda l’altro sguardo è simultaneamente vedente e visto. Il toccare e l’essere toccato, il guardare e l’essere guardato, il vedere e l’essere visto s’intrecciano tra di loro in un chiasma reciproco.

E in quest’area transizionale che è nostra,  possiamo vivere il nostro sogno congiunto.

Come, per esempio, nel campo analitico che è co-generato, da analista e analizzando, come una condizione onirica multidimensionale.

Lo vediamo, anche, ben rappresentato nella scena del film Si alza il vento di Hayao Miyazaki (2013), in cui il ragazzo giapponese Jiro Horikoshi e il conte Caproni a un certo punto scoprono, con sorpresa e meraviglia di entrambi, di essere nello stesso sogno, in quanto i rispettivi sogni si sono congiunti l’un l’altro. Il conte Caproni scende dal cielo dove si trova su un aereo e ha bisogno di mettere i piedi per terra; dal canto suo, il ragazzo giapponese ha bisogno di togliersi le scarpe per avere un contatto diretto con il prato d’erba. E corrono insieme reciprocamente l’uno verso l’altro, l’uno incontro all’altro. Ma l’animazione del disegno animato ci riporta continuamente in una dimensione onirica.

C’è un’oscillazione continua tra sogno e realtà.

Ora, nell’ottica di un dialogo interdisciplinare, pur nel rispetto delle reciproche differenze e caratteristiche di ogni disciplina, potremmo provare ad avanzare l’ipotesi che the embodied simulation possa favorire la rappresentazione simbolica che consente di sognare e “sognificare” l’esperienza vissuta? E anche che the embodied simulation ci consenta di muoverci nel mondo onirico intercorporeo, sperimentando le emozioni e le sensazioni vissute nel sogno comune? E se così fosse, nei continui scambi intercorporei, potrebbe nascere la possibilità di sognare la realtà e sviluppare il pensiero, tentando di risperimentare e “risognificare” ancora una volta l’esperienza del sogno comune?

Probabilmente, come nella narrazione di un sogno. Raccontando il sogno a qualcuno, entrambi viviamo, ancora una volta, lo stesso sogno. E poi c’è un momento di rielaborazione, in cui tentiamo di cogliere e co-costruire il senso profondo del sogno che stiamo vivendo in seduta.

Come un dialogo e un’oscillazione continua tra una comprensione cognitiva e una comprensione emotiva.

E allora, forse possiamo pensare anche alla trasformazione in K (Bion, 1962) e alla trasformazione in O (Bion, 1965).

Intendendo per trasformazione in K, una comprensione più cognitiva, con i piedi per terra, più in contatto con la realtà. E d’altro lato, intendendo per trasformazione in O, un’esperienza più emotiva, in una dimensione onirica, più in contatto col sogno. È possibile pensare che si possano creare continue oscillazioni reciproche e reversibili da K a O e viceversa da O a K. Come transitare, continuamente, dal sogno alla realtà e viceversa dalla realtà al sogno.

Probabilmente, come nell’oscillazione reciproca e reversibile tra una dimensione epistemologica e una dimensione ontologica della psicoanalisi (Ogden, 2020).

Forse qualcosa di simile avviene nel misterioso salto quantico che avviene tra le due isole Diomede. Qui, la geografia cambia le coordinate temporo-spaziali del mondo. Le Diomede sono due isole, le quali sono separate da quasi quattro chilometri di distanza, eppure vivono in due dimensioni temporo-spaziali significativamente distanti tra loro. Difatti, sono situate nel mezzo dello stretto di Bering, ove viene tracciata la linea internazionale del cambio di data. Tra le due isole vi è un fuso orario di circa 24 ore. Per cui, mentre a est (negli USA) è il giorno prima, contemporaneamente a ovest (in Russia) è già il giorno dopo. Spostandosi da un’isola all’altra, è possibile viaggiare in una dimensione temporo-spaziale estremamente dilatata, che ci consente di fare un’esperienza, simultaneamente, disorientante e trasformante.

Siracusano (1978) citando Heidegger dice « una cosa, per esempio, è la brocca […] il contenere risiede nel vuoto della brocca, allora il vasaio dà forma al vuoto […] il vuoto contiene in due sensi: prendendo e tenendo […] il duplice contenere del vuoto si fonda sul versare. Ma versare dalla brocca è offrire […] l’essenza del vuoto contenente è raccolta nell’offrire »

(Siracusano, 1978, 129).

Come se, nel campo analitico, possiamo provare a comprendere dal latino cum prehendere, ovvero prendere qualcosa insieme a qualcuno; e poi provare a contenere dal latino cum tenere, ossia tenere qualcosa insieme a qualcuno; e poi versare dal latino versare, ossia volgere e ribaltare, rigirare; e poi ancora offrire dal latino offere, ovvero portare qualcosa verso qualcuno, porgere e anche espandere, ampliare. Bisogna continuamente allargare il campo. Con movimenti di apertura e di ampliamento delle braccia. Scambiarci emozioni e sensazioni per fare esperienza insieme.

Esperire proviene dal latino experiri e dal greco empeirào, ossia sperimentare, mettere alla prova, provare e riprovare a prendere qualcosa, conoscere sia esternamente per mezzo della sensazione che internamente per mezzo della sensibilità interiore o percezione intuitiva; nella versione che proviene dal greco empeiro significa anche attraversare, passare attraverso,

muoversi e transitare da un luogo all’altro, forse anche traghettare, nuotare.

Ci immergiamo in movimenti di introflessione e di estroflessione, di flessione e di riflessione, sempre più ampi e rilassati.

Se da un lato, stress indica contrazione, irrigidimento e chiusura; d’altro lato, relax indica distensione, espansione e apertura. Si genera una danza tra le due condizioni, nella possibilità di spingerci ad ampliare lo sguardo per potere vedere e ammirare più punti di vista diversi sulle cose. I due nuotatori nuotano, immaginiamo “a rana”, nello stesso mare e non si può sapere chi dei due muove l’acqua e forse non serve saperlo, perché inevitabilmente e simultaneamente la muovono entrambi.    

Bibliografia

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Winnicott, D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma.  Armando. 2006.

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021-” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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