Sallolibri

La cura. Di Concita De Gregorio. Recensione di Giuseppina Calvo

RESPIRA

 LA CURA

di Concita De Gregorio

Einaudi, 2026

 

Recensione di Giuseppina Calvo

 

“Respira” le dicono, “Respira” si dice Concita.

In questo sincero e commovente scritto, Concita De Gregorio non prende per mano il lettore ma lo invita a seguirla, a respirare insieme perché insieme è meglio, perché insieme è possibile cogliere il dolore, tenerlo come fa la Musica che “ ti prende e ti porta con sé: a casa tua.”

La seguiamo Concita, ben volentieri trovando in ogni pagina un frammento della sua vita, che a guardarla bene è anche un po’ la nostra; istintivamente ci fidiamo delle sue parole, del suo ritmo, del percorso che lei traccia davanti a noi.

Sorridiamo con lei nel leggere l’elenco delle “cose che mi fanno stare bene”; ci destabilizza il dividere “la vita di prima” da “quella di dopo” perché Concita non descrive la frattura, la lacerazione ma ce la fa sentire sulla pelle e ci spiega che il rammendo deve essere cucito bene: “… il buco non lo puoi eliminare, lo devi riempire (…) bisogna ripartire da dove eravamo rimasti (…) capirle bene, poi camminarci sopra per andare avanti. Piano piano però.”

Concita ci ricorda che la pelle, non solo quella fisica ma anche e soprattutto quella psichica, può strapparsi e, in tal modo, la sua funzione di organizzatore psichico[1] venire meno rendendo più faticoso significare gli eventi e addirittura impedendo al soggetto di digerirli, di trasformarli in pensieri e quindi in parti vitali di sé stessi. Quando le situazioni presentano un impatto emotivo superiore alle capacità di tollerare del soggetto si può essere sottoposti a una esperienza distruttiva e mortifera, esplosiva a livello mentale e psichico. L’apparato per pensare[2] si sente attaccato, come sotto un bombardamento e mette in atto difese schizoidi per provare a rimanere in vita. Solo la presenza di una relazione affettivamente importante può trasformare le esperienze impensabili, perché traumaticamente dolorose, in pensieri ed emozioni nutrienti e fondanti. La presenza di qualcuno che sappia stare, che sappia tenere il silenzio intriso di paura e il vuoto creato dalla lacerazione può avviare quel processo riparativo che restituisca senso e permetta di riprendere a “respirare”.

In un passo dello scritto ci ritroviamo in un pomeriggio caldo alla ricerca disperata di una limonata per Laura; dobbiamo trovarla a tutti i costi, non importa se alla Residenza dove è ospite l’amica di Concita ne sono sprovvisti. Camminiamo insieme a lei alla ricerca di un bar; troviamo un locale deserto situato in mezzo ai campi assolati; siamo con l’autrice e sentiamo la stessa urgenza di una limonata! Così quando una “vecchia signora” si presentificherà con “la spremuta di limoni già pronta” per Laura, ci sentiamo sollevati quasi fino alle lacrime.

La relazione nutre, protegge, sostiene, CURA.

Parafrasando W. Bion, non possiamo che constatare che siamo “animali sociali”, unici e diversi, ma comunque necessitanti di una rete relazionale, del contenimento che può offrirci, del rifugio empatico che può costruire per farci riposare dalla intemperie esistenziali.

“Respira”, respira Concita e noi insieme a te.

Spesso nella stanza d’analisi l’esserci è l’unico movimento che può permettersi lo psicoterapeuta; la parola significante arriva dopo: prima il silenzio, prima il sogno, il “sognare i sogni non sognati”[3] dei pazienti. Quando si è ustionati, perfino un raggio di sole può bruciare e la parte colpita deve essere protetta, bendata; anche la pelle psichica, come quella fisica, se lacerata richiede un tempo di cura, di graduale esposizione e solo successivamente può giungere la parola, lieve come una brezza marina che pian piano vivifica e risignifica.

Concita usa le parole come esperienze sensoriali, permettendo al lettore di “apprendere dall’esperienza”[4]; la narrazione segue un percorso onirico, dove il passato, il presente e il futuro giocano nell’arco di tempo dei “tre secondi” della teoria del fisico Paul Bloom[5], mescolandosi negli eventi descritti di vita quotidiana ma soprattutto negli incontri con l’umano dell’Altro, con quella zona transizionale [6]del territorio relazionale che consente il gioco serio, il contatto autentico, LA CURA.

Così conosciamo Ada, ci preoccupiamo per Angelina, parteggiamo per l’insegnante di inglese cieco che vorrebbe accompagnare i propri studenti in gita fino a desiderare ardentemente, come se da quello dipendesse il nostro futuro, che il chirurgo accenni un saluto prima che Concita, pronta per l’intervento, si addormenti di un sonno artificiale quanto necessario.

La Cura definisce uno spazio/tempo, una linea di confine, la battigia che non è ancora mare ma neanche spiaggia; in quella terra di mezzo, seguendo Concita, che è Dante e Virgilio al tempo stesso, sperimentiamo la possibile compresenza degli opposti: la fine e l’inizio, l’eterno e l’effimero, la vita e la morte.

Strutturato come una serie tv, in ogni episodio si vive l’esperienza vera e autentica di una vita che è ridotta meravigliosamente all’essenziale: la relazione.

Il pensiero vola alle ultime scoperte nella fisica quantistica: “La realtà è relazione. (…) Non sono le cose che possono entrare in relazione, ma sono le relazioni che danno origine alla nozione di “cosa” (C. Rovelli).”[7] Siamo esseri costituiti da particelle universali che trovano la loro espressione nel contatto, nello stabilire legami, nel creare connessioni. “Il cosmo è dentro di noi. Noi siamo fatti della stessa materia delle stelle.”. [8]

Nel rapporto con l’Altro si snoda la possibilità di esistere sinceramente, di incontrare l’ombra e la luce dell’umano, di contattare senza filtri sé stessi perché nel dolore, nella malattia, nella fatica dello stare-e-basta è possibile spogliarsi da ogni artificio e diventare finalmente ciò che si è.

Le parole di Concita, pagina dopo pagina, divengono un abbraccio continuo, sicuro, libero che può “contenere senza trattenere”.

 

 

[1]    Anzieu D. (1985). L’Io-pelle, Raffaello Cortina, Milano, 2017.

L’Io-pelle è: “una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo” (Anzieu, 1985).

[2] Bion W. (1962a). Apprendere dall’esperienza, Astrolabio Ubaldini, 2019.

[3] Ogden T. L’arte della psicoanalisi, Raffaello Cortina, Milano, 2007.

[4] Bion W. (1970). Attenzione e interpretazione, Armando Editore, Roma, 1996.

[5] Bloom P. Psych: The Story of the Human Mind, Editore Ecco Press, 2023.

[6] Winnicott D. (1971). Gioco e realtà. Trad. Giorgio Adamo e Renata Gaddini, prefazione di Renata Gaddini, Armando Editore, Roma, 1974.

[7]  Rovelli C. La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Milano, 2014.

[8]  Sagan C. Cosmos, Feltrinelli, Milano, 2013.

5 1 Vota
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
errore: Content is protected !!
0
Lascia un commentox