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Psicoanalisi per servizi in tempi di crisi – Giuseppe Riefolo

di Giuseppe Riefolo

Abstract

Una posizione psicoanalitica che guardi alla parabola storica dei Servizi Psichiatrici Territoriali dovrebbe concentrarsi non sulle innegabili carenze strutturali e gravi frustrazioni che gli operatori devono sostenere, ma verso le potenzialità che il dispositivo psicoanalitico permette proprio nelle trasformazioni delle carenze e delle frustrazioni in posizioni che favoriscano il massimo livello possibile di sufficiente capacità di cura da parte del servizio e degli operatori. Il dispositivo principale di questa posizione, squisitamente psicoanalitica, è di assumere le situazioni concrete in cui ciascun operatore viene a collocare il proprio intervento come elementi di setting in cui poter attivare processi terapeutici di trasformazione. Pertanto, le carenze strutturali, la collocazione dei servizi sempre più in logiche di mercato non chiede all’analista alcuna valutazione etica o politica, ma si propone all’analista come livelli inevitabili di setting che dovranno permettere processi.

La situazione da cui parto:

1. I servizi sono giunti già da un decennio nella parabola di radicale trasformazione delle proprie componenti strutturali: ciò si connota come stato di crisi che, come gli analisti sanno bene, può comportare evoluzioni creative o gravi regressioni. Sicuramente i servizi non possono più essere quelli che sono stati, dagli anni ’60 in poi, e sono chiamati ad una inderogabile trasformazione. La crisi a mio parere ha grandi potenzialità evolutive, e non si può risolvere proponendo soluzioni “quantitative” (più risorse concrete…) o reintroducendo soluzioni che negli anni passati hanno significato una grande evoluzione.
2. Separo fra servizi e analisti che ci lavorano dentro. Penso che i servizi, come Freud proponeva per la filosofia, siano molto più distanti dalla psicoanalisi di quanto il nostro “desiderio” abbia voluto in questi anni, mentre gli analisti che ci lavorano hanno il diritto (non proprio il dovere…) di poter utilizzare al massimo possibile il metodo psicoanalitico. I servizi sono un dispositivo estremamente concreto di potere (ad ogni livello: degli operatori sugli utenti, dei dirigenti fra loro e rispetto alla società civile…) e queste dinamiche di potere vanno accettate particolarmente dagli analisti i quali per definizione non giudicano la realtà, ma la usano per attivare e sostenere processi di autenticità (Neri, 2008; Boccara, Gaddini, Riefolo, 2009). Si tratta di un potere che, almeno nelle sue estreme componenti concrete, non riguarda, invece, la stanza di analisi e in questo considero la stanza di analisi profondamente e strutturalmente differente dai servizi psichiatrici.
3. I servizi permettono che un operatore con formazione e competenze psicoanalitiche, attraverso la propria capacità analitica, possa “prendersi cura” di un paziente evitando che possa essere preso nel vortice della concretezza. E’ possibile (e la cosa non mi preoccuperebbe affatto…) che i servizi siano dei dispositivi del “prendersi cura” prima che della “cura/terapia” (Winnicott, 1986, Racamier, 1970).
4. Le operazioni psicoanalitiche che un analista può fare verso l’istituzione è utile siano trasversali e non dirette per via della estrema concretezza dei nostri servizi: le operazioni dirette (potrei dire: quelle esplicitamente connotate in modo “psicoanalitico”) sono, molto spesso, destinate ad attivare gravi resistenze sul piano delle posizioni teoriche e sul piano delle dinamiche di potere. Un analista dovrebbe essere capace di alimentare motivi di processo psicoanalitico intervenendo sull’intero scenario del servizio, ovvero inserire ad oltranza elementi minimi, continui e discreti di capacità a pensare utilizzando vertici insoliti e leggeri…. Nella linea di Nino Ferro (2006; 2007), soprattutto nei servizi, si tratta di curare il contenitore prima che i contenuti.
5. Pertanto mi interessa che un analista curi la propria posizione nel servizio non derogando mai dal funzionare come tale, mentre mi interessa meno (o affatto…) che i servizi diventino sempre più “psicoanalitici”.

Alcune considerazioni in forma schematica

Essere un analista che lavora in un servizio psichiatrico ha a che fare, a mio parere con la capacità di saper usare la propria formazione per introdurre leggerezza in un contesto che, per motivi di concretezza, ma anche per motivi di naturali dinamiche delle istituzioni (che, ricorda Bion, 1976, sono destinate comunque alla parabola di spegnimento, mentre solo i soggetti che ci sono dentro, possono contrastarne la naturale parabola di estinzione) sono dispositivi che tendono, forse oramai inevitabilmente, alla inderogabile trasformazione che dia spazio a nuovi dispositivi istituzionali. Tali dispositivi dovranno utilizzare, a mio parere, elementi concreti che fino ad ora (per tare soprattutto di tipo ideologico…) i servizi hanno puntualmente eluso, ovvero la inevitabile logica di mercato, modalità privatistiche di gestione di una organizzazione pubblica, modalità di maggiore responsabilità clinica e persino civile verso l’utenza; diverse configurazioni di contratti di lavoro nel settore della sanità pubblica…: tutti elementi che quando proposti in uno qualunque dei nostri servizi risultano un tema ostile che attiva soprattutto attacchi particolarmente non verbalizzati ed agiti sul piano del “potere”.

Un analista a mio parere, di fronte ad ogni fenomeno può aiutarsi proponendo i propri dispositivi che, nella stanza di analisi, gli permettono di leggere e di affrontare dinamicamente i fenomeni. I dispositivi che personalmente ritengo assolutamente irrinunciabili sono il dispositivo del setting e la lettura dei fenomeni secondo la dinamica del transfert-controtransfert. Se un analista lavora in contesti istituzionali (ma la stessa logica potrebbe essere valida non solo per i servizi psichiatrici, ma anche, per esempio, per aziende, scuole…) il dispositivo del setting permette di individuare come un processo si realizzi e si organizzi in quale contesto. Un analista, a differenza di una persona comune, sarà in grado di capire qual’è la situazione che accoglie e permette il processo e quale il contenuto del processo. La prima si organizza secondo le caratteristiche del setting e la seconda secondo le caratteristiche del transfert. Voglio dire che se una situazione non è organizzata secondo una sensibilità o secondo un codice psicoanalitico, fare delle esplicite operazioni psicoanalitiche (psicoterapie secondo setting psicoanalitici più o meno ortodossi; gruppi, in genere, di operatori caratterizzati dalla comune appartenenza al “metodo psicoanalitico”, persino un linguaggio esplicitamente organizzato secondo il lessico psicoanalitico,….) può risultare una operazione di “innocenza violenta” (Bollas, 1992) verso il contesto istituzionale. Accade che, molto spesso, abbiamo una consapevolezza più o meno chiara che quel tipo di proposte troveranno distanza/avversione da parte del contesto istituzionale che sappiamo già in partenza che non si andrà da nessuna parte. Questa “consapevolezza più o meno chiara”, per un analista è un fondamentale campo di lavoro ed è grave possa essere trascurata o considerata sul piano solo concreto. A mio parere uno psicoanalista deve avere una buona capacità di leggere (e, quindi incidere su) i processi reali, sapendo accettare i lutti che la realtà impone. Voglio dire che, considerata la diffusa estrema concretezza a cui sono giunti i servizi psichiatrici attualmente (forse per loro natura lo sono sempre stati), una posizione squisitamente psicoanalitica di un analista che lavora nell’istituzione può essere proprio quella di essere e fare operazioni psicoanalitiche evitando che siano immediatamente connotate come “psicoanalitiche” (è nella linea, ritengo, del senso delle interpretazioni “alimentative” o che si basano sulla partecipazione empatica col paziente che ciascuno di noi fa abbondantemente nella stanza di analisi: si tratta di evitare di attivare le facili resistenze del paziente di fronte ad interpretazioni discriminate che – come puntualmente accade nei servizi – portino il registro sul versante della razionalizzazione piuttosto che della trasformazione o arricchimento del vertice di lettura).

Penso che i servizi abbiano meno a che fare con la psicoanalisi rispetto a quanto in questi anni siano stati effettuati investimenti “psicoanalitici” nei servizi. C’è stata la fase, quella che potremmo chiamare delle “supervisioni psicoanalitiche” dei servizi, ed è stato buono, ma ora, tranne che in rari casi, è difficile – per una serie di motivi – pensare che un servizio possa chiedere una “supervisione psicoanalitica”. Questa posizione è stata quella predominante in questi anni. Nulla vieta che sia una posizione fertile e possibile, ma è necessaria una premessa, ovvero che ci sia un soggetto che ponga una domanda. Un analista sa che nessuna operazione può avere esito se non si individua una possibile – per quanto minima o trasversale – intersezione con una domanda. Nel caso particolare, si tratta di quei servizi (o di quei servizi in fasi particolari della loro parabola storica…) che chiedono alla psicoanalisi o ad uno psicoanalista un intervento (servizi un tempo idealizzati in cui gli operatori erano più o meno formati analiticamente…). Ritengo che se non è verificata questa premessa, ogni applicazione della psicoanalisi a qualsiasi contesto risulta controproducente poiché attiverà (sane?) resistenze da parte del contesto a non dover essere “colonizzati” (Bollas, 1992: oggettivati).

Quando un servizio “non chiede” il dialogo con la psicoanalisi (e questa, a mio parere, è sul piano effettivo, la situazione più diffusa attualmente) rimane solo uno psicoanalista che lavora in un servizio. Può accadere che l’analista si ponga in modo “eroico”, ma inevitabilmente ne ricava l’alibi di trovarsi nella “giungla dei servizi” e, pertanto si sentirà autorizzato ad usare la sua psicoanalisi in contesti più “rispettosi” quali la stanza di analisi. Può accadere anche (soprattutto accadeva in passato…) che ci sia una compulsiva dissociazione difensiva in cui lo psicoanalista fa lo psichiatra la mattina e l’analista il pomeriggio. Ovviamente ritengo sterili e “innocentemente violenti” (Bollas, 1992) entrambe le posizioni (direi: contrarie allo spirito analitico…). La posizione che io adotto è quella che l’analista prenda atto della estrema difficoltà di dialogo col contesto, il quale ha diritto ad organizzarsi secondo propri parametri concreti che l’analista – proprio in quanto analista – deve rispettare, evitando considerazioni e valutazioni che partano dalle proprie considerazioni “psicoanalitiche”, e sforzandosi di rendere continuamente setting le situazioni concrete (ne parlava Liberman, 1972, riferendosi al “metasetting” ed anche Nissim Momigliano, 1988). Ciò non impedisce (oggi, in una fase di crisi dei servizi psichiatrici, a mio parere, si impone particolarmente) che l’analista funzioni comunque come un analista (Boccara, De Sanctis, Riefolo, 2005). In fondo, se uno sa nuotare, le sue capacità si evidenzieranno soprattutto nel mare agitato piuttosto che in piscina dove, sicuramente, otterrà migliori prestazioni cronometriche. Il mare agitato cimenta la capacità di uso elastico e di rigore della tecnica; la piscina ne cimenta la potenza. In tal caso il contesto diventa per l’analista un possibile setting (il più adeguato e competente possibile) per effettuare operazioni psicoanalitiche complesse in cui occuparsi “analiticamente” di patologie e pazienti di cui altrimenti non potrebbe mai occuparsi. A questo punto, tutto il servizio diviene un setting che permette particolari, singolari e originali percorsi di cura in cui l’analista non smette mai di essere tale pur rinunciando alla “stanza”, ovvero, come dice Campoli a “essere” analista magari proprio rinunciando al doverlo “fare” (Cahn, 2002). Tengo a precisare che parlo di “setting” e non di “campo” (che, pure, nelle considerazioni di questi anni proposte soprattutto da Antonello Correale, 1991, risultano di estrema importanza per i servizi) perché voglio sottolineare come le componenti psicotiche possono trovare movimento negli elementi non processuali del setting (Bleger, 1966) prima che trovare senso ed essere organizzate negli infiniti movimenti e posizioni del campo.

Un analista che lavora nei servizi ha due oggetti di cui occuparsi: i pazienti e il contesto istituzionale. L’interesse verso il contesto istituzionale deve essere coltivato al fine di garantire al paziente e a se stesso le migliori collocazioni in un contenitore più vitale possibile, ma il contesto è estremamente concreto e va accolto come tale, mentre nella dimensione del paziente l’analista, nonostante le difficoltà concrete, potrà muoversi coltivando curiosità e sorpresa, mantenendo una personale posizione di sospensione insatura al fine di esserne toccato ed arricchito per poi restituire al paziente i cambiamenti di vertice (le trasformazioni?) colte dal movimento del campo.

Un operatore non analista potrà proporre diligentemente operazioni che possiamo definire di arricchimento vitale nel proprio servizio (incontri con la società civile, visione di film, interventi esterni al servizio, seminari; costruzioni di reti verso il contesto sociale…) come operazioni di apertura, mentre un analista che faccia la stessa cosa avrà in mente qualcosa di più, articolato in senso strutturale. Per un analista, operazioni di “allargamento” della partecipazione nel servizio o l’uso continuo e leggero degli interstizi (andare al bar con i colleghi, soffermarsi in modo informale con gli altri in alcune discussioni riguardo i pazienti…), ha soprattutto un fine strutturale, ovvero di introduzione alimentativa di elementi vitali all’interno del servizio, esattamente come fa il conduttore di un gruppo psicoanalitico quando evita di fare una interpretazione discriminata ed introduce nella seduta del gruppo considerazioni personali finalizzate a modificare e arricchire i vertici di lettura di un fenomeno che in quel momento viene ad essere discusso dal gruppo.

Che un analista introduca più o meno psicoanalisi nei servizi non può essere un problema di “buona volontà”, ma è l’esito di un processo le cui premesse sono la capacità o meno da parte dell’analista di utilizzare il setting come elemento concreto capace di accogliere i processi e di non confondere il setting concreto come contenuto dei processi: ogni dissociazione “istituzionale/analitico” poggia sempre su questa premessa e non ha a che fare con la “buona volontà” o meno dell’analista, ma sulla sua capacità di utilizzare o meno la dinamica di setting e processo reso possibile dal setting non confondendo i due piani. Altrimenti, come inevitabilmente accade a vari livelli a ciascuno di noi, ci sono dei momenti o delle situazioni in cui,(è sano che sia anche così…) la psicoanalisi può essere un potente dispositivo di difesa imitativa (Gaddini, 1989).

Riferimenti bibliografici

Bion W. R. (1976). Intervista, in Il cambiamento catastrofico, Loescher, Torino, 1981.
Bleger J. (1966) Psychanalyse du cadre psychanalytique, in: C. Genovese (a cura di) Setting e processo psicanalitico, 243-256.
Boccara P., De Sanctis R., Riefolo G. (2005). Lo psicoanalista e le sue istituzioni. La posizione dell’analista nei servizi pubblici e nella stanza di analisi, Riv. di Psicoanalisi, LI, 1, 69-86.
Boccara P., Gaddini A., Riefolo G. (2009). Authenticity and the Analytic Process, American Journal of Psychoanalysis, 69:348-362.
Bollas C. (1992). Essere un carattere, Borla, Roma, 1995.
Cahn R. (2002). La fine del divano?, Borla, Roma, 2004 (serata scientifica presso la SPI di Roma, il 10 febbraio 2003).
Correale A. (1991). Il campo istituzionale, Borla, Roma.
Ferro A. (2006). Da una psicoanalisi dei contenuti e delle memorie a una psicoanalisi per gli apparati per sognare, sentire, pensare: transfert, transfer, trasferimenti, Riv. di Psicoanal., LII, 2:401-478.
Ferro A.(2007). Evitare le emozioni, vivere le emozioni, Cortina, Milano.
Gaddini E. (1984), Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni, in Scritti, Cortina, Milano, 1989.
Liberman D. (1972). Linguistica, Interaciòn comyunicativa y processo psicoanalitico. Buenos Aires, Galerna.
Neri, C. (2008). Authenticity as an Aim of Psychoanalysis. Am. J. Psychoanal., 68:325-349.
Nissim Momigliano L. (1988). Il setting: tema con variazioni. Riv di Psicoanal. XXXIV, 3, 605 – 683.
Racamier P. C. (1970). Verso una istituzionalizzazione della socioterapia, ossia della cura istituzionale degli psicotici. Minerva Psichiatrica e Psicologica, 5:1-14.
Winnicott D. W. (1970). La cura, in Dal luogo delle origini, (1986), Cortina, Milano, 1990.

 

© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata

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