La crescita
ore 8.00
Rieccomi qua nel banco della scuola affacciato alla finestra a pensare ai momenti belli della mia infanzia. Ora sono in quarta superiore a pensare a quando stavo in terza elementare. Il tempo mi pare che sia volato.
Quando la prof. la si chiamava maestra oppure quando si usciva in giardino quella mezz’oretta a giocare a palla avvelenata.
Insomma, credo che ci siamo capiti!
Mi manca quando si usciva in piazza e con quattro zaini ed un pallone si giocava a calcio e perdevi quelle tre/quattro ore.
Ora invece sono sul banco della scuola con una prof. che mi spiega algebra e non ci capisco niente.
ore 13.30
Si esce da scuola, arrivo a casa, pranzo e mi metto con il cellulare.
Se era per me sarei per tutta la vita un pre-adolescente che non pensa a niente, solo a divertirsi con gli amici.
ore 15.30
Sono sul letto con i miei pensieri: sono nato in una famiglia che i soldi si guadagnano a zero litri di sudore e a dire che certa gente dice che i soldi non fanno la felicità, vado a scuola con lo zaino di tre anni fa, a casa si fanno due pasti al giorno ed io vorrei proprio conoscere quelle persone che dicono “i soldi non fanno la felicità”. Si vede che loro non hanno mai vissuto la povertà.
Ore 15.35
Inizio a fare i compiti.
Compiti per casa: algebra.
Aspe’… io non so niente di algebra.
ore 15.38
Perdo le speranze di fare i compiti e mi metto a dormire.
Gianluigi, 14 anni


E noi invece di speranze ne abbiamo tante! Intanto quella di leggere altro di te, con la tua freschezza ironica a scandire il tempo… “insomma, credo che ci siamo capiti!”
Fughe dal crescere
L’annaspare nel tempo, vissuto da un adolescente appena! E le fughe dal suo tempo si imparano presto e non sui banchi di scuola. Lì sembrerebbe che anche le nozioni di algebra sfuggano ad una credibilità di un insegnamento che non lascia tracce…che non affligge le attese. Già con lo sguardo dietro a disperdersi, svuotandosi di aspettative. E con gli occhi incollati sullo schermo che non riflette stelle. Uno spaccato breve ma di un intenso abbagliante, in cui l’universo della solitudine giovanile è tutta in quei numeri che non entrano in testa. Come porte sbarrate che non consentono accessi ma solo fughe, in un ritiro forzato di cui il sonno è guardiano. Forse le regole dell’anima sono da sempre le stesse…forse oggi hanno un peso più grave per la condensa che in essa si deposita a causa della dissoluzione della responsabilità adulta. Emisferi contrapposti ma non combacianti, slegati da una intenzionalità educativa che non sa sanare d’entusiasmi e né di speranze contaminare. E il flusso inarrestabile di una onnipotenza spensierata e drammatica accoglie nel sonno l’unica fuga onorevole da tutto ciò che ai suoi occhi appare come realtà immobile e incancellabile. Ma di cui tutto sommato poter fare a meno!