In un piccolo villaggio rustico e insignificante, c’era un bambino molto giovane, era piccolo e stupido, troppo stupido per capire la vita, troppo stupido per capire cosa aveva e cosa non era stupido ma felice.
Il bambino ogni giorno stava sempre a zonzo, si godeva l’infanzia ma non solo, si divertiva con altri bambini giocando a palla, esplorava la natura e gli spettacoli che offriva, aiutava i nonni con la casa e le stalle, salutava sempre le vecchie signore appostate all’ombra su una panchina fatta di tronchi sul bordo dei sentierini ciottolati.
Era felice, ma era troppo stupido per saperlo, se non fosse stupido non avrebbe desiderato altro se non vivere così.
Una notte si addormentò come in qualsiasi altra notte, facendo di nuovo sogni sereni, per poi svegliarsi e godersi il suo piccolo paradiso che nessuno poteva toglierli, era la sua casa, il tetto che lo riparava da ogni cosa triste e brutta della vita, con quei grossi occhi da bambino che fissavano il mondo come un critico d’arte osserva una statua greca, la sua ammirazione per il “mondo” che trovava in quel villaggio non finiva di aumentare ogni giorno.
Ma quella mattina in cui si era svegliato era diverso, non era più un bambino, non comunicava più con parole monosillabi, non era più stupido, aveva occhi diversi, da quelle pupille grosse nere e lucenti, erano diventati occhi di chi non aveva ancora capito di cosa avesse intorno, ma non voleva saperlo.
Anziché la nonna che preparava il pane e il vino e il nonno che buttava il fieno alle mucche, c’era una signora che ancora non pensava fosse effettivamente sua madre, di cui fino ai suoi quattro anni non sapeva né nome né esistenza.
Anziché il sentierino ciottolato davanti alla staccionata di legno della sua piccola casa in collina c’erano quattro mura di pietra fredde e grigie, pareti che davano l’aspetto di non far passare nulla se non senso di vuoto e tristezza, un cancello elettrico di ferro, un sentiero immenso fatto di un tappeto duro di pietra, nero come la pece dove schizzavano bestie di acciaio a destra e sinistra.
Anziché la solita signora davanti casa di nome Dana che lo salutava allegra ed energetica ogni mattina, c’era sua madre che lo svegliava e lo portava in giro per le case di varie signore per pulire le loro abitazioni in cambio di beni cartacei, la nonna era sempre solare e pacifica, ogni mattina che il bambino si alzava la nonna lo abbracciava e lo confortava se avesse avuto un incubo, mentre ogni mattina presto la mamma non si preoccupava neanche di salutare il figlio, lo faceva mangiare qualche dolciume confezionato con un bicchiere disgustoso di quello che dovrebbe essere latte, era freddo e secco, non aveva nulla di simile al latte che la nonna mungeva.
Un giorno apparve un uomo nella vita di quel bambino ormai cresciuto che ormai avrebbe potuto meritarsi più il titolo di ragazzino, ormai verso metà delle scuole elementari, il ragazzino aveva sviluppato un’indole molto agitata e trasgressiva per l’influenza da nonchalance della madre, e di quell’uomo che si mise nella posizione di “padre”, usurpando il posto di una figura nera e lontana, ignota al giovane. Passarono mesi e mesi di scuola, che il ragazzino contava con le dita per quanto sembrassero eterne le giornate, turbato e con i glutei anestetizzati da quella calda e trasudata sedia su cui il ragazzino si dimenava per il fastidioso sudore di marzo, al colloquio con i genitori qualcosa cambiò, iniziò tutto ad andare storto, le maestre parlavano in maniera molto dispregiativa sulla personalità iperattiva, turbata e fastidiosa del ragazzo, gli adulti di casa, non sapendo come reagire scelsero il pugno di ferro con un regime violento e disumano, creando un meccanismo di autodifesa nel ragazzo, influenzato anche dalla negatività della società grigia e triste in cui viveva, a rendergli una indole molto aggressiva e violenta…
Dopo anni e anni sottoposto a quella immensa tortura, ore messo in ginocchio con i glutei e le mani alzate dritte al cielo, impegnato a distrarsi dal dolore contando i secondi delle ore oramai infinite, arrivando addirittura a immaginarsi con sorprendente accuratezza un match di scacchi sulle lastre a quadretti del pavimento, ad ogni mazzata ricevuta sui retro coscia, sui fianchi e ovunque una maliziosa mente umana possa mai pensare, il freddo pavimento pungente che aggiungeva ancor più agonia nelle ginocchia che sostenevano le gambe in un fragile equilibrio come in una partita di jenga, il ragazzo continuava ad assimilare rabbia e rancore che non sarebbe mai riuscito a travasare contro i suoi artefici, i lividi si cancellavano ma non i ricordi, le lacrime continuavano a scendere, ogni sua lacrima era una goccia della sua forza, finché non toccò il fondale, le lacrime finirono come la sua forza, il senso di panico e agonia sparì venendo usurpato da pensieri masochisti, il dolore non sembrava più reale, la mente diventò disconnessa dalla realtà e la sua coscienziosità ne veniva a meno e ogni sua azione spropositata o meno non andava a dargli preoccupazioni e decise di scappare, non curante del futuro, delle condizioni e della destinazione.
Il ragazzo divenuto ormai un giovane uomo, un giorno finalmente riuscì a tornare al suo carissimo villaggetto natale, ma non sentiva niente…..
Il nonno non era in giardino a sgranocchiare uno spuntino alla luce del sole mentre leggeva il giornale, la nonna non era al vigneto, la vecchia tv in bianco e nero dentro era spenta senza che ci fosse il solito monotono telegiornale, gli animali erano bradi nella fattoria muggendo, starnazzando e grugnendo in cerca di cure e attenzioni, i veri mamma e papà non erano lì.
Uscì dal giardino dritto sulla strada e come un cavallo impazzito corse nella maniera più disperata possibile in cerca di qualche segno, qualche emozione, qualche sensazione che vagamente accennasse ai suoi vecchi ricordi….. Ma lui ormai non sentiva più niente
Inciampò improvvisamente sul sentiero tortuoso e sterrato, ma prima di sentire il dolore della caduta sentì una scossa attraversare la schiena seguito da un brivido che ripercorreva i suoi arti, il bambino piccolo e stupido non esisteva più….. C’era soltanto il suo vuoto recipiente cresciuto come uomo “hollow man”….. Sdraiato sul bordo del marciapiede, la tempia destra appoggiata su quella striscia bianca di marmo che divideva il marciapiede dalla strada, freddo, molto freddo, ricordava il freddo che provava alle ginocchia durante quei supplizi, il blocco che sentiva alla gola si spezzò in un gemito, iniziò a piangere ma nessuna lacrima usciva dai suoi occhi, il bambino stupido morì perché non era riuscito ad essere un bambino stupido finché poteva.

Morale della storia, non sbrigarti a diventare adulto senza assaporare tutte le essenze della gioventù, ricorda che ci sono bambini che non hanno mai vissuto abbastanza o niente della loro infanzia e non riuscirono a vivere come si doveva come adulti.

Towa, 17 anni