Vampiri e fantasmi – Andrea Calvi e Tito Baldini
di Andrea Calvi e Tito Baldini
Abstract
Cosa porta l’inquieta presenza di fantasmi e vampiri al bagaglio clinico dello psicoanalista? Cosa mostra la loro immagine che spesso squarcia il sottile velo del sonno per esibirsi nel teatro onirico? La loro manifestazione accompagna da secoli il cammino dell’umanità intera, dando forma all’immaginazione collettiva. Fantasmi e vampiri sembrano costellare e dare forma al desiderio inconscio inammissibile o, utilizzando altri termini, all’Ombra collettiva; capita di incontrare, nella stanza di analisi, adolescenti o giovani adulti sospesi in un tempo cristallizzato, apparentemente incapaci, proprio come il vampiro, di intraprendere il cammino trasformativo che porta la vita ad esprimere le sue potenzialità.
Questo lavoro è composto da due contributi che dialogano: il primo, di Andrea Calvi, dal titolo Il vampiro e la sua immagine: amplificazioni simboliche e realtà cliniche, è stato presentato il 17 maggio 2019 presso l’ARPA, Associazione Ricerche Psicologia Analitica; il secondo, di Tito Baldini, è nato come testo di discussant, e portava il nome che poi è stato dato all’ensemble. In tale serata, l’incontro tra lo sguardo junghiano e quello freudiano sulla questione ha destato curiosità e interesse e per questo proponiamo una rivisitazione di tale approfondimento alla Redazione e ai lettori del Portale Psicoanalisi e Sociale, ringraziando Gabriella De Intinis per la pazienza negli accurati passaggi di revisione.
Il vampiro e la sua immagine: amplificazioni simboliche e realtà cliniche
Andrea Calvi
Questo breve saggio nasce da due incontri per me importanti: quello con Tito Baldini, psicoanalista romano, amico e collaboratore nel mondo della clinica dell’adolescenza e quello con Vito Teti, antropologo calabrese noto per numerosi saggi sul tema della “restanza”, anch’egli amico con cui ho condiviso giornate di incontri e dialoghi sui paesaggi interiori e geografici. Più passa il tempo e più mi rendo conto quanto sia importante, per il mio mestiere, la ricerca di appoggi nello sconfinato mondo delle immagini e delle narrazioni collettive; ancora di più perché queste “divagazioni” nascono e prendono forma attraverso incontri speciali che crescono nel tempo nutrendomi e rassicurandomi, alimentando la certezza di fare parte di una rete umana stimolante e creativa, senza la quale non sarebbe possibile seguire il percorso individuativo; lo studio e la scrittura senza lo scambio, l’amicizia, l’affetto, sarebbe solo un vuoto ed estetizzante filosofeggiare astratto. Di immagini si parla nel mio recente volume intitolato “Quel che resta di Dio”, pubblicato da Moretti & Vitali nel 2019, all’interno del quale giace la mia riflessione sulla presenza inquietante del vampiro, sulla quale tornerò in questo lavoro. Lavorare sulle immagini, sui sogni e sulle fantasie è compito inaggirabile di ogni psicoterapia, è forse uno degli elementi più caratterizzanti l’esperienza di cura psicologica nelle sue possibili declinazioni, sia private che istituzionali, e riguarda, con certi accorgimenti, l’espressione di ogni tipo di disagio psichico, anche di quello che si esprime nella maniera più esplosiva e, per così dire, istintuale, come nel caso degli adolescenti al limite ospitati nelle comunità terapeutiche e riabilitative all’interno delle quali dedico parte della mia attività professionale[1]. La facoltà immaginativa, la capacità di simbolizzare e quindi di riflettere su di sé e sui propri conflitti interni non è infatti un’acquisizione che vada a sostituire i livelli più istintuali del funzionamento psichico, ma è la chiave per potervi accedere e per potervi lavorare nella relazione di cura. Lo spiega bene Hillman in poche righe nel suo Saggio su Pan:
[Jung] descrive due estremi del comportamento istintuale: nell’uno abbiamo un modello di comportamento coatto e arcaico; nell’altro le immagini archetipiche. Sicché l’istinto agisce e nello stesso tempo forma un’immagine della sua azione. Le immagini fanno scattare le azioni; le azioni sono modellate sulle immagini. Perciò ogni trasformazione delle immagini incide sui modelli di comportamento talché ciò che facciamo nella nostra immaginazione possiede rilevanza istintuale.[2]
Spesso la cura coincide con la possibilità di immaginare (o di imparare a farlo), di trovare senso interiore attraverso narrazioni soddisfacenti, condivise ed inclusive, che ospitino la complessità delle esperienze e delle tensioni pulsionali, che sono il motore creativo del nostro essere vivi nel mondo. Imparare ad immaginare insieme, credo, possa essere una buona sintesi di ciò che avviene nei rapporti di cura, quando funzionano. Nelle istituzioni poi, tale compito si allarga a tutti gli attori implicati: trattare gli adolescenti in comunità significa infatti pensare insieme, condividere vissuti ed immagini dei nostri pazienti, imprestare la nostra mente e la nostra esperienza alle narrazioni non ancora trovate di chi ha imparato a funzionare “per sottrazione”, dissociando le esperienze insostenibili ed agendo il conflitto per evacuarlo, nel tentativo fallimentare di sedare l’angoscia dell’esserci senza riconoscersi, senza potersi percepire come qualcosa di positivo ed integrato. Per questo diamo così tanta importanza alle supervisioni ed intervisioni fra operatori e passiamo così tanto tempo a “fare rete”. Immagine come contenitore, come spazio psicologico all’interno del quale trovare un possibile senso ed una possibile forma al proprio vissuto, alla fase esistenziale che si sta attraversando, potendone magari intravedere un’uscita, una possibile sintesi, una possibile trasformazione.
Ho incontrato l’immagine del vampiro dialogando con Vito Teti attorno al suo libro, che nel 2019 era in corso di riedizione in forma ampliata, intitolato La melaconia del vampiro[3]. La sua lettura mi ha colpito profondamente ed ho iniziato anche io a scrivere; mi sono venuti in mente numerosi pazienti, soprattutto adolescenti e giovani adulti, che avevo in quel momento in analisi. Poi ne ho parlato con Tito Baldini ed è nata l’idea di proporre ai colleghi una riflessione insieme, ognuno a partire dal suo repertorio teorico ed immaginale. Ci siamo così trovati a Roma, la sera del 17 maggio 2019, a parlare di Vampiri e Fantasmi presso l’Associazione A.R.P.A (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica).
Il mio contributo di allora, come dicevo, in forma ampliata è stato poi pubblicato nel mio libro: qui lo riprenderò arricchendolo di nuovi spunti che sono nati nel corso del tempo.
Iniziavo il mio intervento evocando la presenza del vampiro come personaggio del folklore, responsabile di epidemie che dilagarono in Europa orientale a partire dal XVIII secolo, alimentando una spietata caccia al vampiro paragonabile, come ricorda Teti, alla caccia alle streghe che aveva interessato altri territori europei. Interessante, a questo proposito, soffermarci sui possibili significati che riguardano l’origine del termine:
Vampiro, osserva Teti, «viene ricondotto alla parola lituana wempti (bere) e wampiti (mormorare) »[4]. La sua terra natale è considerata la Romania, dove era usato anche il termine strigoi (colui che lancia strida), per indicare streghe o stregoni che tornavano dopo la morte. L’autore ci fa notare come anche in alcune comunità del nostro Meridione esistano espressioni, come il calabrese lu sangu fa murmuro (il sangue, mormora, parla, fa rumore), che ricordano i termini wempti (bere) e wampiti (mormorare). In Calabria il detto “il sangue mormora” si riferisce alla richiesta di vendetta da parte di chi è stato ucciso in maniera violenta.
Dracula, sostantivo spesso usato per riferirsi al vampiro, non sembra avere origini univoche: Dracul era infatti il soprannome di Vlad II, personaggio conosciuto come sanguinario e senza scrupoli nella sua lotta a difesa della cristianità contro Maometto II. Il figlio Vlad III, detto anche l’impalatore, è il personaggio che Bram Stoker scelse per il suo celebre romanzo, apparso nel 1897, intitolato appunto Dracula. D’altro canto in rumeno drac significa Diavolo e ul è un articolo determinativo: secondo numerose credenze il vampiro si aggirava in compagnia di un diavolo. Secondo altri studiosi Dracul deriverebbe da Drago: del resto Vlad II sarebbe appartenuto all’ordine del Drago di Sigismondo di Lussemburgo nel 1431 ed avrebbe adottato come simbolo il drago.[5]
Il vampiro rimanda inequivocabilmente ad un immaginario potente che ha a che fare con il versante ctonio della carnalità: la sua natura è intrecciata con il sangue che mormora, che chiede vendetta, che cerca immagini per essere rappresentato ed azioni per esprimere la sua verità. La sua presenza, come vedremo, si incarna in numerosi villaggi contadini, diventa un “ospite” indesiderato, obbliga ad occuparsi di lui, come ogni elemento del folklore presente nelle credenze popolari. Da un punto di vista psicologico il fatto che il vampiro esista, sia “visto”, sia “stanato”, sia “cacciato”, segnala che il suo messaggio, la sua presenza perturbante, non può essere evitata; pur trovandoci alle soglie dell’Illuminismo scopriamo che in talune realtà la psiche continua a vivere proiettata sul mondo, soprattutto la psiche di coloro che con la natura vivono a stretto contatto, che la lavorano e da lei dipendono. Il vampiro imperversa, è carne che non accetta la tomba, che non si adegua al ciclo naturale, carne che non vuole o non può liberare l’anima consegnandola all’eternità e che turba, con la sua ostinata presenza, la stabilità sociale e naturale delle comunità che colpisce.
Le comunità per adolescenti sono spesso declinate secondo la logica del controllo dell’impulsività, l’esplosione pulsionale non trova spazio di esprimersi, non ha il permesso di incarnarsi nell’immaginazione degli adulti che quella impulsività traumatizzata avrebbero la responsabilità di trasformare. Ogni provocazione, colluttazione, distruzione, ogni allusione o, peggio, ricorso alla sessualità sono da sedare, allarmano chi si occupa di vigilare, angosciano per la loro potenzialità irrefrenabile. Si rischia di rimanere vittime della contraddizione per la quale si desidera curare il comportamento senza permetterne l’espressione, si rischia di lavorare su di un’idealizzazione, privando i ragazzi della possibilità di apprendere dall’esperienza: meglio sedati ed adattati che incontrati nell’espressione del loro disagio, che spesso è anche l’unica chiave di ingresso alla loro unicità. Si rischia di continuare a ripetere l’unica cura che si poteva immaginare anche per i vampiri alle porte dell’Illuminismo: la normalizzazione. Il pensiero indirizzato procede spesso per semplificazioni, ha bisogno di chiarezza, di fare luce, di costruire la sua narrazione attorno ad un’unica verità, procede puntando alla rassicurazione del controllo, dell’univocità come unica possibile verità. Di diversa natura è la verità simbolica che tende invece a mettere insieme, a fare convivere nel paradosso diverse possibilità, che ha la saggezza necessaria a comprendere che non esiste luce senza ombra, ordine senza disordine. Riprendiamo il corpo del testo pubblicato in “Quel che resta di Dio” e seguiamo le vicende del vampiro settecentesco:
L’uccisione dei cosiddetti vampiri scatenò interesse e vide confrontarsi scienziati, uomini di chiesa, medici e governanti ed a partire da quei fatti vennero anche redatti diversi trattati sull’argomento. Queste opere, come vedremo, rappresentano una importante testimonianza della lotta che gli Illuministi ed i religiosi intrapresero contro la superstizione popolare: uno dei più famosi e dettagliati è quello scritto dall’abate Augustin Calmet intitolato “Dissertazioni”, apparso a Parigi nel 1746 e tradotto in italiano nel 1756. Egli assume un atteggiamento cauto e critico verso gli episodi riportati e prova ad evidenziare gli errori dei testimoni, concludendo che i vampiri non possano essere dei veri defunti; osserva che in ogni secolo ed in ogni nazione hanno regnato “prevenzioni” e “malattie”, come ad esempio il fenomeno dei flagellanti, di coloro che saltano e ballano in mezzo alle strade, nelle piazze e perfino nelle chiese, delle streghe e che «una nuova scena s’apre a’ nostri occhi in questo secolo da settant’anni circa in Ungheria, in Moravia, nella Slesia, in Polonia»[6]. In queste zone sembrano ritornare uomini morti che camminano, parlano, inquietano i villaggi succhiando il sangue ai vicini trasmettendo loro malattie fino a farli morire. Non ci si può liberare da queste creature se non dissotterrandole per impalarle, tagliar loro la testa, strappare loro il cuore e bruciarli.
Calmet riporta che in Germania, in quell’epoca, era opinione diffusa che i defunti divorassero tutto ciò che avevano a portata di mano, emettendo rumori e grugniti, come i maiali. Si raccontava pure che alcuni defunti avessero mangiato gli abiti nei quali erano avvolti e successivamente la loro stessa carne. Nel 1728 il tedesco M. Ranft
«riferisce che in alcuni luoghi della Germania ai defunti veniva posta sotto il mento una zolla di terra per impedire loro di mangiare e di masticare. In altre località nella bocca dei morti venivano poste una piccola moneta d’argento e una pietra e, in altre ancora, si legava strettamente un fazzoletto attorno alla gola del defunto». Ranft riferiva diversi episodi esemplari di defunti “affamati”. Una donna della Boemia nel 1345 aveva mangiato la metà del suo lenzuolo sepolcrale. Ai tempi di Lutero un uomo e una donna sepolti assieme si erano divorati le viscere. Un defunto in Moravia aveva divorato il lenzuolo di una donna sepolta vicino a lui. Calmet cita anche una relazione tratta dal “Mercurio galante” del 1693 e del 1694, in cui si parla di Oupiri o Vampiri presenti in Polonia e soprattutto in Russia, che appaiono da mezzogiorno fino a mezzanotte e vanno a succhiare il sangue di uomini e degli animali in quantità elevata. «Si dice, che ‘l Vampiro ha una spezie di fame, che gli fa mangiare il panno di lino, in cui è involto». Il Vampiro, uscito dalla sepoltura, o il demonio che ha preso la sua figura, di notte, abbraccia e stringe con violenza i suoi parenti ed i suoi amici e succhia loro il sangue fino a quando non perdono le forze e muoiono. La persecuzione non si limita ad una sola persona, ma si estende a tutti i membri della famiglia fino a quando al risurgente dissotterrato non viene aperto il cuore. Il cadavere del vampiro appare «molle, flessibile, carnoso e rubicondo», anche se la sua morte è avvenuta molto tempo addietro. Dal suo corpo (dalla bocca, dal naso e particolarmente dalle orecchie) esce una gran quantità di sangue e «alcuni lo raccolgono, lo mescolan con farina, e ne fan pane, e questo pane mangiato cotidianamente li preserva dalla vessazione dello Spirito, che non ritorna più»[7].
La Moravia è scenario di numerosi casi di vampirismo già dalla fine del Cinquecento ed è protagonista delle epidemie riportate dai trattatati nella prima metà del Settecento. Vale la pena ricordarne almeno una, sempre seguendo il resoconto di Calmet. Si tratta di un certo Arnaldo Polo, soldato di fanteria ungherese, che morì in un incidente, schiacciato da un carro che trasportava fieno. Trenta giorni dopo la sua morte ne morirono altri quattro, nella maniera in cui muoiono, stando alla tradizione del villaggio, coloro che sono molestati dai vampiri. Qualcuno si ricordò che Arnoldo, durante una spedizione sul confine Turco, venne forse infettato da un vampiro, divenendo in vita vampiro passivo, e da morto vampiro attivo. In cerca di riscontri su questa ipotesi si decise di dissotterrare il suo corpo circa cinquanta giorni dopo la sua morte e puntualmente lo si riconobbe vampiro: il suo corpo era ben colorito, le unghie, la barba ed i capelli erano cresciuti, le vene pulsavano di sangue caldo che colava su tutto il sudario in cui era avvolto. Il Governatore del luogo, esperto di vampiri, gli fece conficcare un paletto appuntito nel cuore, gesto che causò un grido acuto e spettrale da parte di Arnoldo (il sangue che sospira), il quale venne decapitato e poi bruciato. Lo stesso trattamento venne riservato agli altri 4 cadaveri, che erano stati infettati dal primo. Malgrado la risposta pronta da parte del villaggio, dopo circa cinque anni ricominciarono le morti sospette: infatti nell’arco di tre mesi vennero a mancare diciassette persone di sesso ed età diverse, alcune senza dare segni di malattia, altre dopo leggere infermità durate due o tre giorni. Viene riportato il racconto di una donna che, messasi a letto in perfetta salute, si svegliò a mezzanotte tutta tremante con urla e grida terribili, dicendo che il figlio del soldato Millo, morto nove settimane prima, l’aveva quasi strangolata, mentre dormiva. Da quel momento la ragazza iniziò e deperire e, dopo tre giorni, morì. Il corpo del figliolo di Millo venne subito riesumato e vennero riconosciuti i segni del vampiro. Si riunirono i medici del paese per scoprire come avesse potuto ripresentarsi il problema dopo le precauzioni prese negli anni precedenti e, dopo scrupolose ricerche, si scoprì che il defunto Arnoldo non aveva ammazzato solamente le quattro persone di cui si è dato conto, ma si era avventato anche sul bestiame, le cui carni erano state mangiate, tra gli altri, anche da figlio di Millo. Venne allora presa la decisione di dissotterrare tutti coloro che erano morti dopo Arnoldo e, di quaranta corpi riesumati, ne furono trovati diciassette con tutti i segni del vampirismo. Vennero quindi impalati, decapitati, cremati e le loro ceneri vennero gettate nel fiume.
Queste notizie si diffusero in tutta Europa ed ottennero risposte e provvedimenti da parte di intellettuali, uomini di scienza ed ovviamente della Chiesa. Va ricordato il commento sarcastico di Voltaire che da voce al pensiero Illuminista di quel periodo:
«Non si sentiva parlare che di vampiri fra il 1730 e il 1735: se ne scopriva dappertutto, gli si tendevano agguati, gli si strappava il cuore, li si bruciava. Qualcosa di simile a quanto era capitato agli antichi martiri cristiani. Più se ne bruciavano e più se ne trovavano. Si ebbe la prova che i morti mangiano e bevono. La difficoltà era se a nutrirsi era l’anima o il corpo. Fu deciso che erano tutti e due: le vivande delicate e poco sostanziose, come meringhe, panna montata e frutti canditi, andavano all’anima; il roast-beef al corpo.
Mentre i vampiri menavano la bella vita in Polonia, in Ungheria, nella Slesia, nella Moravia, in Austria e nella Lorena, non sia avevano notizie di vampiri nelle città di Londra e Parigi. Debbo ammettere che in queste due città ci fossero speculatori, strozzini ed altri affaristi che succhiavano il sangue la popolo, ed in pieno giorno, ma non erano certo morti, benché indubbiamente corrotti. Le vere sanguisughe non abitavano nei cimiteri, ma in palazzi assai confortevoli».[8]
Voltaire diventa così l’involontario inventore di uno degli aspetti del vampiro che lo avrebbe caratterizzato in futuro: il vampiro cioè come metafora del capitalista sfruttatore e dissanguatore della classe operaia.
Nel 1794 Benedetto XIV interviene per negare l’esistenza dei vampiri sposando, di fatto, le posizioni Illuministe per richiamare quella parte di clero che alimentava le superstizioni e le false credenze dei ceti popolari. «Certamente – scrive Benedetto XIV all’arcivescovo di Leopoli – deve essere la grande libertà di cui godete in Polonia che vi consente di andarvene a spasso anche dopo morti. Qui da noi, glielo assicuro, i morti sono tranquilli e silenziosi e, se non avessimo che loro da temere, non avremmo bisogno né di sbirri né di bargello»[9].
Agli inizi dell’Ottocento vengono promulgate leggi che vietano le violenze sui cadaveri e nello stesso periodo la Chiesa ortodossa deve vietare a più riprese le esumazioni non autorizzate. Sta di fatto che col finire del Settecento le grandi epidemie vampiriche scompaiono forse anche grazie alle numerose relazioni scientifiche, che tendono a dare spiegazioni anatomiche, epidemiologiche e psicologiche (paura dei morti) al fenomeno. Come dice Teti, il cerchio attorno ai vampiri folklorici sembra definitivamente chiuso.
[…] Le epidemie vampiriche del settecento sono particolarmente pericolose perché non si adeguano, per così dire, al calendario contadino, manifestandosi in maniera inaspettata ed incontrollabile: questi, da un lato si situano all’interno di arcaiche concezioni folkloriche, dall’altro sembrano figure “impazzite” dell’universo culturale tradizionale. La loro comparsa, concentrata proprio nella prima metà del settecento, in concomitanza con la rivoluzione culturale e sociale inaugurata dall’Illuminismo, sembra additare alla fine di un’epoca, quella delle società tradizionali segnate dal magismo e dalle superstizioni popolari. Nella lotta contro le superstizioni vampiriche, la Chiesa cattolica, che sposa le concezioni scientifiche dell’epoca e sostiene l’ordine politico e culturale, gioca un ruolo decisivo. Con questa battaglia viene portata a termine la guerra secolare contro le credenze ed i valori precristiani che avevano, fra l’altro, visto bruciare streghe e prosperare l’Inquisizione. È come se la lotta contro le false credenze condotta dalla Chiesa e dai Lumi avessero provocato un grido finale, un sussulto che ha dato voce all’agonia della cultura arcaica contadina[10].
Il vampiro folklorico sembra addossarsi uno scomodo fardello: incarna, è proprio il caso di dirlo, l’immagine di un’ombra sotterranea gravida di angosce perturbanti, rimorde infettando intere comunità presentando il conto della carne e del sangue, carne e sangue che non si adattano al ritmo sacro di vita e morte; con la sua fame bussa alla porta dei caseggiati e delle stalle, con una potenza che assume il ritmo di un “controcanto”. In effetti tale figura non è l’unica a cui è concesso di sopravvivere alla morte e permanere nelle rappresentazioni collettive: i cristiani, a partire dai primi secoli dopo la morte di Gesù, eleggono infatti i Martiri ed i Santi a tutela e protezione del territorio Sacro: nella ripetizione del martirio di Dio fatto uomo queste figure uniscono terra e cielo, diventano centro, irradiano con le loro spoglie la presenza salvifica ed ordinatrice del Cosmo sacralizzato, e lo fanno proprio a partire dai luoghi della loro sepoltura, nei primi secoli localizzata nei cimiteri fuori dalle mura, insieme agli altri morti. La loro morte, così come il martirio, è morte diversa da tutte le altre morti, è morte che sconfigge la morte, come quella di Cristo, ed i loro corpi portano nella carne il segno dell’eternità. Molti martiri già da vivi mostrano il perturbante segno della loro appartenenza ad una natura magica: essi non muoiono come gli altri, se mandati al rogo, se trafitti da frecce, essi muoiono solo dopo avere dato segni del loro potere e solo quando, infine, vengono decapitati. Alcuni non si decompongono, altri emanano profumi dolcissimi, altri ancora fanno miracoli. Sono corpi, carne e sangue che, come i vampiri, escono dal tempo, infrangono vittoriosi la legge naturale. Nascono così le reliquie che, negli anni, viaggeranno per tutto il mondo, venendo accolte dentro le mura cittadine, riabilitate dalla morte per dare senso alla vita ed alla speranza. Simile il comportamento, opposto il significato: il corpo santo è profumato, incorruttibile, benevolo, prodigioso, mentre quello del vampiro è oscuro, minaccioso, infettivo: sembra che l’eccesso di luminosità non possa fare altro che costellare il suo opposto. Ed il chiaroscuro è attraversato da un identico elemento, molto poco spirituale: sia per i santi che per i vampiri la “fame” è infatti elemento decisivo. Il popolo ha “fame” di Santi, una fame inarrestabile che si placa solo davanti alla reliquia: i cadaveri vengono smembrati, dissanguati, incastonati, sezionati pur di placare la fame di possesso della cristianità in espansione: una fame che offende la spiritualità, il distacco e la prudenza che contraddistingue fin da subito i cristiani, in opposizione aperta, ad esempio, con i misteri pagani dedicati a Dioniso, di cui si condannavano le orge, l’uso smodato di vino, addirittura i sacrifici umani. Quella fame, che è presente nel corredo umano, seppure combattuta, resa diabolica, minaccia innervando il desiderio di possesso anche dei più fedeli ed obbedienti cristiani. E, evidentemente, si ripresenta nel tempo, talvolta in maniera più “legale” (per quanto “legale” possa essere l’invasamento sacro che portò alla ricerca di reliquie, spesso ad ogni costo), altre volte in maniera più “dissociata”, come nel caso del vampiro folklorico, ma sempre presente, sempre vissuta, sempre con un suo posto nell’inconscio collettivo che dà forma ed immagini alla cultura. La chiesa, come abbiamo detto, decide di combattere, anche al fianco dei Lumi, la superstizione, si sente minacciata dall’ambivalenza simbolica che da sempre innerva la presenza Sacra, il numinoso come direbbe R. Otto. Il dogma sembra avere paura del potenziale creativo in cui radica il suo stesso oggetto. Dio o, meglio, i suoi ministri, hanno paura di se stessi, il loro eloquio sembra farsi “segno” rimandando se stesso a riferimenti precisi, a regole certe, alla certezza del male come imprescindibile architrave sul quale fare emergere il bene, il giusto. Eppure le vite dei Santi, così come quella di Cristo, racchiudono in sé vertiginose contraddizioni, potenzialità, prospettive, il senso della loro presenza è simbolico, non smette mai di rimandare ad altre possibili intuizioni, unisce invece che dividere. Il buon fedele deve invece adattarsi alla regola, deve obbedire affinché la sua anima, con la morte, si salvi in cielo. E nei corpi incorrotti, incorruttibili dei Santi sembra suggellarsi una volta per tutte il primato dell’eterno, idea platonica che con il suo valore universale è in grado di riscattare anche la materia viva. Tutto tende in alto, potremmo dire, salvo il fatto che, talvolta, i corpi, usando la stessa prerogativa di quelli santi, tornano per minacciare, per portare il messaggio dell’Altro, del fratello oscuro, della terra nera mai del tutto riscattata. E così il corpo rubicondo e molliccio del vampiro emerge dalla tomba in cerca di altro sangue, proprio mentre il pensiero razionale sembra avere trovato definitivamente il posto che gli spetta come chiave universale di lettura del mondo.
Ora, riprendendo il filo del saggio, facciamo l’ennesimo salto temporale per seguire il vampiro nel suo cammino in qualità di immagine collettiva: esso ha la straordinaria capacità di mutare al passo delle trasformazioni culturali e sociali, segno dell’importanza della sua presenza come portatrice di contenuti inaggirabili, “inseppellibili”, potremmo dire.
Il vampiro in qualità di immagine letteraria debutta durante il famoso incontro fra intellettuali avvenuto nel 1816 presso la villa Diodati, nei dintorni di Ginevra. Intervennero Lord Byron, Percy Byshe Shelley, Claire Clairmont incinta di Byron, Mary sorellastra di Claire che diventerà la moglie di Shelley e scriverà il famoso Frankenstein ed il giovane medico John William Polidori.
Sembra che fu proprio Byron a proporre, come tema delle storie di quella notte, il vampiro: Polidori compose un racconto che allontanò definitivamente tale figura dal suo ambiente naturale, trasformandolo in quella figura letteraria che avrebbe ispirato gli scrittori ed i poeti di tutto l’Ottocento. Intitolato Il Vampiro l’opera fu inizialmente attribuita a Byron, il quale successivamente precisò di non esserne lui l’autore, mentre Polidori spiegò di essersi ispirato ad un racconto di Byron. Il protagonista è Lord Ruthven, libertino frequentatore della Londra mondana dei salotti: appare come un personaggio ambiguo, generoso ed ozioso, misterioso e vagabondo, affascinante ed oscuro. È descritto come generoso, ma la sua generosità ha un effetto sinistro: è una generosità che rovina e distrugge.
«Sguardo beffardo e irresistibile, occhi di un verde putrido, pallore del volto, aspetto cadaverico e insieme bellissimo: il vampiro ha abbandonato l’aspetto rubicondo e florido che gli aveva consegnato la superstizione popolare per assumere tratti, lineamenti, comportamenti dell’eroe romantico, maledetto e fatale»[11].
Anche l’ambientazione è diversa rispetto a quella del vampiro folklorico: come aveva anticipato ironicamente Voltaire il moderno Dracula si muove in una metropoli, trasformato da negazione illuministica ad affermazione romantica. Non solo, come afferma Goethe nella sua famosa opera del 1797 La fidanzata di Corinto, trasposizione poetica di un mito vampirico della tradizione popolare greca, il viaggio del vampiro non finirà mai. Nemmeno il fuoco ed i paletti saranno sufficienti a sconfiggerlo ed infatti in tutti i racconti romantici su di esso, nella scena finale, vengono costantemente introdotti indizi del suo ritorno.
[…] La cultura romantica, in aperta polemica con le ingenue concezioni illuministiche, ci consegna un personaggio che rispecchia la lacerazione, l’ambiguità, la divisione interiore ed il rapporto con l’Ombra, spostando il focus verso l’indagine del mondo interno e delle forze che animano il desiderio e la volontà. Le opere letterarie non spingono più a scoperchiare tombe e disseppellire cadaveri, ma suggeriscono di interrogare ciò che ritorna, lo straniero dentro di noi.
Bisogna segnalare che numerosi romanzi e racconti in quell’epoca hanno come protagoniste donne vampiro, che sembrano impersonificare il lato oscuro, negativo del femminile. Spesso si tratta di uomini che sposano bellissime e misteriose fanciulle, per poi scoprire che sono vampiri e che, come leggiamo nel racconto di Hoffmann Vampirius del 1821, si nutrono di carne cruda e di cadaveri, mentre rifiutano la carne cotta (interessante la differenza fra carne cotta/cultura e carne cruda/natura), o, come nella Morta innamorata di Gautier del 1836, irretiscono trascinandolo nel baratro un giovane prete, costringendolo ad una doppia vita. Viene evocato l’archetipo dell’Anima che trascina l’uomo, il Logos, verso la pulsionalità indifferenziata, mostrandone l’Ombra irredenta[12].
In altri casi il vampiro, come abbiamo già accennato, assume i contorni del giovane eroe maledetto, anch’egli in profondo sodalizio con la Grande Madre. È il caso del romanzo di Thomas Preskett Prest e James Malcom Rymer, intitolato Varney il vampiro, ovvero il festino di sangue, pubblicato a Londra nel 1847. Varney incarna gli attributi dell’eroe maledetto romantico, è un seduttore irresistibile, raffinato, misterioso, eloquente. Immobilizza le sue vittime con uno sguardo penetrante, che non lascia scampo. Tuttavia Varney è infelice perché sa di causare dolore e sofferenze alle donne a cui succhia il sangue e soffre per la immodificabile coazione a ripetere che lo costringe in un copione eterno, ad un’immortalità che gli porta via i legami.
Gli scrittori che si dedicano a raccontare storie di vampiri sembrano focalizzare il tema della melanconia e del male di vivere che vede queste infelici creature confrontarsi col tema della sterilità, dell’impossibilità di attraversare le fasi dell’esistenza, condannati ad una sorta di eterna giovinezza dalla quale non si può morire. Lo comprendiamo leggendo Carmilla di J. S. Le Fanu, pubblicato nel 1872, bellissimo romanzo di successo: Laura, la protagonista, intesse col suo doppio Carmilla, vampiro affascinante e seducente, un rapporto lesbico che appare negazione della maternità e che rende sempre più la protagonista spossata, malinconica, indolente. Il culmine artistico, narrativo ed estetico viene però raggiunto dal popolarissimo Dracula di Stoker, pubblicato nel 1897: come tutti sanno narra le vicende di Vlad Tepes Dracula, personaggio storico principe di Valacchia. Londra, uno dei centri più sviluppati della modernità, diventa teatro delle azioni del vampiro, che viene descritto come un affascinante ed irresistibile straniero; egli vampirizza Lucy che inizierà ad esprimere desideri lascivi ed erotici, nascosti fino all’incontro con Dracula.
Anche il Novecento è attraversato dalla parabola vampirica, sia tramite la ristampa di alcuni classici dell’Ottocento, sia grazie alla produzione di numerosi lavori, che fanno da volano alla costruzione di un fenomeno di massa trasversale a tutto l’Occidente. A Padova, ad esempio, nel 1985 viene organizzata una mostra fotografica e cinematografica sui vampiri, accompagnata da una grande “festa horror”, il tutto per iniziativa dell’Assessorato ai Beni Culturali: Dracula è oramai una delle maschere più diffuse nei Carnevali, avviandosi a diventare un vero e proprio personaggio della “tradizione” popolare italiana (arrivando, come scrive Teti, a soppiantare Arlecchino e Pulcinella). Guido Ceronetti, in un intervento, sostiene provocatoriamente di essere diventato allevatore di vampiri, perché nella società postindustriale quelli naturali non bastano più: nella sua Vampiroteca essi vengono abituati a fruire di prodotti inutili e sottoposti a costante visione di pornografia. Non si può poi non citare poi il celebre Bram Stoker’s Dracula di Coppola, che sbancò i cartellini negli anni Novanta, portando sul grande schermo una rivisitazione del romanzo di Stoker.
Negli Stati Uniti ed in Canada, in quegli anni, vengono fatti censimenti dei vampiri in azione e, secondo il centro di ricerca sui vampiri di New York, i “succhia sangue” in Canada sarebbero circa 40, 550 negli Usa ed 810 in tutto il mondo. Degno di nota, nell’evoluzione dell’immagine e delle caratteristiche attribuite ai vampiri, è ancora l’opera cinematografica Intervista col vampiro (1994), del regista Neil Giordan. I vampiri non vengono più sconfitti dall’aglio o dalle croci e possono vivere anche in pieno giorno, frequentando chiese. Non sono più non-morti perché vengono contagiati in vita, succhiando il sangue dei loro <<creatori>>; ora sono degli eletti che vivono il passaggio come una festa, un nuovo inizio a partire dal quale saranno eterni, non potendo più morire. Nel film Luis è interpretato da Brad Pitt, Lestat da Tom Cruise e Claudia da Kristen Durst. I tre danno vita a rapporti sessuali promiscui di tipo omosessuale, bisessuale e polimorfo, caratterizzando in questo modo la sete di sesso ed il carattere erotico del vampiro. Non manca neanche in questa trama la tonalità melanconica: se i vampiri non devono più temere gli uomini, si accorgono di temere sé stessi. L’eternità a cui sono condannati è infatti intollerabile e per questo combattono fra di loro tentando di uccidersi a vicenda.
L’evoluzione, nel corso dei secoli, della figura del vampiro da elemento del folklore a personaggio letterario, fino a maschera dei Carnevali Occidentali, evoca contenuti che rispecchiano aspetti culturali e psicologici che meritano un approfondimento. La figura dell’eterno giovane, seduttore, promiscuo, condannato ad un eterno presente sterile, dipendente dalla vitalità degli altri, emerge dalle storie di vita e dai paesaggi emotivi di molti soggetti che possiamo incontrare pure nella stanza di analisi. Mi riferisco a quei pazienti che portano tematiche legate ad un narcisismo che sembra proteggerli dal sacrificio generativo e dal contatto con il vuoto e la morte simbolica. La teoria Junghiana utilizza l’immagine del Puer Aeternus per descrivere l’eterno figlio della Madre, il giovane eroe fluido ed errante, seduttivo e sempre in fuga. Nel volume 5 delle Opere di Jung (Simboli della trasformazione) il Puer viene paragonato all’Eroe mitologico e descritto come l’errante, sospinto da un anelito incoercibile che non trova mai il suo oggetto, ovvero la madre perduta. C’è una componente della libido, che Jung chiama “libido effrenata”, che desidera incestuosamente tornare alla madre ed in essa affondare, per rigenerarsi (è utile ricordare che per Jung l’incesto simbolico con l’inconscio è matrice di tutti i viaggi simbolici di morte e rinascita). Bloccata dal tabù dell’incesto, la libido non trova mai la sua meta e così eternamente vaga ed anela.
Hillman, nei suoi Saggi sul Puer, parte da questa descrizione di Jung, ma se ne discosta: egli propone di seguire il viaggio di Ulisse e ci ricorda che il suo desiderio non è per la madre, ma per la sua casa, per la sua isola e per la moglie. Il girovagare sembrerebbe quindi un problema di Eros e, più precisamente, di quella nostalgia erotica che i greci chiamavano pothos. L’errare per amore fa del Puer un’immagine positiva, propositiva, così vitale ed illimitata che deve essere tarata dalla presenza di una ferita o, meglio, compensata dal Senex. Hillman intravede nella figura di Ulisse la presenza di uno spirito Puer sempre pronto a rischiare e morire che è compensato dal bisogno Senex di persistenza e durata, individuando l’epifania di tale archetipo attraverso coppie simboliche. La più intuitiva è appunto quella Puer-Senex, all’interno della quale l’esuberanza ideale e spirituale dell’eterno adolescente viene temperata ed incarnata dalla virtù morale ed intellettuale del Vecchio Saggio, ma altrettanto interessante è quella fra Spirito ed Anima, descritta attraverso il paesaggio dei picchi e delle valli. Se le altezze rappresentano la distanza e la prospettiva propria dell’essenza spirituale, le valli evocano il terreno, il mortale, il fecondo proprio della prospettiva animica. Secondo Hillman «si tratta di ricercare le connessioni tra la spinta verso l’alto del Puer e l’abbraccio dell’anima che intralcia, dà impaccio, con la sua nebulosità»[13]. Il cosiddetto matrimonio fra Puer e Psiche (Anima) porta un aumento di interiorità; la camera nuziale, il talamo dà contenimento, argina l’esuberanza vitale e la mobilità spensierata favorendo la psichizzazione. «Invece dei soliti accoppiamenti giovane-ninfa, della virginale innocenza con il seme stupidamente sparso ovunque, si realizza il concepimento psichico e comincia a prendere forma l’opus della nostra vita»[14]. Ricordo il sogno di un paziente il quale, alla vigilia di una scalata alpina, sognò di essere nei pressi del rifugio dal quale sarebbe partito per la sua impresa e di incominciare ad alzarsi da terra levitando. Il suo compagno di cordata lo prese per una caviglia impedendogli di volare, cosa che procurò all’uomo un certo fastidio. Nei giorni successivi l’amico che lo obbligò, per così dire, al contatto con la terra, visto il meteo, si rifiutò di partire per la gita dichiarando di volere aspettare l’arrivo dell’alta pressione, causando una frustrazione difficilmente tollerabile al desiderio di altezza del paziente, ma riparandolo da una gita potenzialmente rischiosa.
A partire dal sogno fu possibile lavorare, nel tempo, sul tema del limite dato, dialogando con la frustrazione e la rabbia per non potere avere il controllo sugli altri e la meglio sulla realtà, potendo dare sostanza e dignità anche ai vissuti depressivi relativi all’impotenza, al vuoto ed all’assenza. Fu anche interessante scoprire che il bisogno Puer del mio paziente di compiere imprese senza tenere conto dei limiti contestuali era, per certi aspetti, una schiavitù mascherata dall’ideale di una libertà cristallina: rinunciare o anche solo aspettare non gli era permesso di fronte al desiderio, fino a renderlo schiavo dei suoi stessi slanci. L’incontro con il Senex, rappresentato nel sogno dal compagno di scalata, ha costellato il dialogo interiore, che nel corso del tempo ha contribuito anche a dare contenimento e forma allo slancio vitale, aprendo all’esperienza affettiva ed empatica con l’altro, che fino ad allora era stato vissuto soprattutto come mezzo per coronare progetti. Si è passati, in altri termini, da un narcisistico bisogno di controllo ad una disponibilità più accettabile alla condivisione, che gli ha anche permesso di sostenere la solitudine, prima vissuta con ansia ed angoscia di morte. In questo modo il paziente ha potuto progressivamente tradire (dopo averlo illuminato, visto dal di fuori) l’ideale di perfezione, a cui era soggetto, in favore di un più umano accoglimento della complessità che, come affermava Jung, propizia la completezza.
Le allusioni all’eterno fanciullo che abbiamo fin qui abbozzate rimandano associativamente anche alla figura del vampiro letterario, al suo potere sulla natura, al suo anelito verso il femminile, al suo essere eterno, alla sua seduttività, allo struggimento per amore, all’iper sessualità, etc. Ma Puer e vampiro, avrete capito, sono immagini non del tutto sovrapponibili. Il primo porta infatti in sé caratteristiche positive, vitali, generative, seppure tendenzialmente dispersive, e viene accostato al volo spirituale ed alla caducità, mentre il secondo è notturno, terreno, sterile, melanconico. Entrambi esprimono archetipicamente una coppia, ma anche in questa configurazione colpisce la differenza di valore: più positiva quella Puer-Senex (o Spirito-Anima) che sostiene e dà forma alla ricchezza e completezza dell’esperienza esistenziale, ctonia e malata quella che vede il vampiro (giovane e vecchio, vivo e morto allo stesso tempo) in coppia con la melanconia di Saturno. Se l’archetipo del Puer è compensato da quello del Senex, grazie alla figura del vampiro intuiamo però che tale polarità rischia di essere, per così dire, senza Ombra. Se il Senex contiene e limita la vitalità altrimenti dispersiva del Puer, mentre ne è positivamente contagiato, il vampiro rappresenta gli aspetti inquieti, oscuri, irrisolti dello Spirito Puer. Siamo giunti così al cospetto dell’Ombra, all’Ombra della coppia Puer-Senex. Ma l’Ombra va interrogata, quindi proviamo a chiedere al vampiro cosa ha da dirci: egli ci parla attraverso le pagine dei libri e le pellicole cinematografiche e ci interroga col suo lamento. Né vivo né morto è condannato all’eterna ricerca di una vitalità perduta, di quel sangue che è sia carne cruda, rimando al rifiuto dionisiaco dell’ordine sociale, sia vettore del desiderio di simbiosi, dell’amore puro ed ideale, incorruttibile dal tempo. Inchiodato ad un’eternità sterile perché inevitabilmente destinata alla ripetizione, sembra volerci comunicare l’angoscia di chi non può morire sacrificandosi alle dinamiche naturali di trasformazione e passaggio a nuovi instabili equilibri. Così l’eterno adolescente, in versione di vampiro, non si distingue dal vecchio Saturno, che lo attanaglia nella sua declinazione Crono, divoratore dei propri figli. Teti evoca l’incisione di Durer, Melancolia I, del 1514, in cui viene rappresentato un angelo inchiodato dalle sue ali, con il pugno chiuso che sostiene il viso.
«Non facciamoci catturare dal suo sguardo triste, ombroso, allusivo, pensieroso. Non indugiamo sul libro, la scala, le chiavi, la borsa, gli altri oggetti che rinviano all’ambiguo e inafferrabile universo interiore dell’uomo melanconico. Portiamo invece il nostro sguardo sul lato sinistro dell’opera. Sullo sfondo una lontana e piana distesa marina (Saturno era considerato anche signore del mare e dei naviganti). Il mare è immobile, sovrastato dai raggi dell’astro meridiano. In lontananza si scorgono i tetti di un villaggio. Sul mare, sopraffatto dal cartiglio con la scritta Melancolia I, s’innalza con le ali spiegate un inquietante pipistrello»[15].
Il Puer alato che ci aspetteremmo di vedere librarsi oltre le più alte vette dello Spirito nei suoi voli pindarici di eterna, libera ed amorosa ricerca, appare atterrato, incapace di movimenti, forse in attesa di qualcosa che non si mostra. Come una mia giovane paziente incontrata molti anni fa, intelligente e bella, che si sentiva rassicurata solo se riusciva a controllare il peso in favore di un ideale estetico efebico, attraverso il quale immaginava di essere la più desiderata sia dai maschi che dalle femmine. Incapace di sentire ogni tipo di emozione per sé stessa o per gli altri, doveva ubriacarsi per avere la sensazione di provare qualcosa e svincolarsi dalla certezza di essere morta dentro. Solo di notte, insonne, si concedeva abbuffate di barrette e dolcificante, in una dimensione in cui sentiva di non potere controllare il suo vampiro, che chiedeva, se non altro, nutrimento chimico. Congelata in una dinamica anoressica non permetteva al suo corpo di mostrare forme femminili, di fronte alle quali si sentiva angosciata e schifata. Neanche quando era davanti allo specchio ad osservare le sue ossa tirare la pelle candida o si trovava su di un cubo in discoteca con uomini e donne ai suoi piedi le era concessa piena soddisfazione, perché una parte di lei sapeva di essere condannata a tenere tutto sotto controllo in una logica di non vita, per così dire, eterna. In lei albergava però il desiderio di essere come gli altri, di potersi innamorare e di essere libera di mangiare in compagnia, mentre sentiva l’invidia della madre per ogni tentativo di smarcarsi dal suo controllo. Le era concessa solo un’intelligenza viva, Puer, con la quale poteva vedersi dall’alto, anche grazie alla mia presenza, e rappresentarsi il dolore ed il bisogno di aiuto per dare senso condiviso ai continui abusi e maltrattamenti subiti in famiglia da piccola. I suoi occhi azzurri erano un pezzo di cielo, di quei picchi spirituali dai quali poco alla volta sarebbe scesa per incontrare l’altra parte, il vampiro, e liberarlo dal giogo dell’eternità per provare a diventare, accettando il rischio di morire al controllo, una donna in-carne.
Questi nostri pazienti vivono la società e ne colgono gli elementi che rinforzano tragicamente le loro difese: il mondo in cui viviamo, grazie anche ai progressi scientifici e tecnologici, sembra permetterci sempre di più di rimandare il confronto con la morte, col vuoto, con l’assenza di senso, promettendo di conservarci in una sorta di eterna giovinezza votata al consumo di beni ed al potere ammiccante di un’estetica che ci permetterà di catturare sempre nuovi partner, specchio di una narcisistica e rassicurante irresistibilità. Si fanno figli per comprare la macchina nuova e si invecchia per dimostrare che la morte non esiste. La natura, ben lungi dall’essere teatro delle dinamiche inconsce, sembra essere diventata il campo da gioco per fuoristrada sempre più confortevoli o mezzo per raggiungere senza rischi il villaggio turistico di turno. Il tempo sembra non esistere in favore di una sospensione effimera che deve essere difesa, a tutti i costi. In questo scenario vengono allevati i nostri figli.
Ho assistito per caso, qualche tempo fa, ad una trasmissione televisiva in cui venivano intervistati giovani uomini e giovani donne uniti dalla decisone di rinunciare in maniera irreversibile alla procreazione. Il giornalista seguiva alcuni di loro nei giorni antecedenti l’intervento chirurgico che li avrebbe resi definitivamente sterili. Mi ha colpito l’eccitazione con la quale vivevano l’attesa, raccontando la loro decisione come una liberazione, come la definiva vittoria nei confronti di ciò che non rientrava nel loro progetto esistenziale. Dal giorno successivo all’operazione, affermava una delle intervistate, finalmente avrebbe avuto la certezza di potere fare sesso e vivere il proprio desiderio senza preoccupazioni, senza il pensiero di dovere prendere precauzioni fastidiose. Alcune delle adolescenti intervistate si erano già sottoposte, col consenso dei genitori, ad interventi estetici volti a migliorare o, più realisticamente, stereotipare il proprio aspetto in relazione alla forma del viso o del seno. L’intervento chirurgico per la sterilizzazione avrebbe scongiurato definitivamente la possibilità di vivere, in futuro, trasformazioni identitarie, ripensamenti, maturazioni, capitolazioni, relative alla genitorialità. Ho pensato a questi ragazzi come alla rappresentazione concreta della parabola del vampiro, vissuta in maniera acritica e letterale, epurata, probabilmente come la loro stessa vita, da ogni possibile incontro con il dubbio, con l’ombra, con la differenza. Questi gruppi sembra stiano prendendo piede attraverso il passaparola nei social ed il consenso implicito dei genitori: durante il reportage appariva una madre che, più attraverso i silenzi che attraverso le parole, rinforzava il progetto della figlia, rendendola, ai miei occhi, oggetto della sua rabbia narcisistica nei confronti delle frustrazioni di una vita di coppia e di madre che visibilmente sembrava avere disprezzato. Rimane il desiderio difensivo di avere il potere assoluto su di sé e sugli altri, rinforzato dalla cultura consumistica che prescrive per lucrarci l’illusione di potere fare ciò che si vuole in ogni momento, avvallando il consenso speranzoso dei più di non invecchiare mai, aggirandone o rimandandone semplicisticamente l’angoscia. Rimane nell’ombra, come insegna il vampiro, l’angoscia di non potere più cambiare idea, lo spettro dell’isolamento e lo scontro solo rimandato con la finitezza.
Mi vengono in mente alcuni pazienti giovani adulti che mi hanno cercato per essere guariti da stati d’ansia e attacchi di panico, apparsi prepotentemente da un giorno all’altro, in una vita in cui tutto era possibile e niente aveva mai dato problemi. Ne ricordo uno di circa 35 anni, di origini venete, che si era trasferito a Torino per convivere con la compagna, conosciuta in Turchia qualche mese prima. Giovane giramondo aveva vissuto, fino ad allora, di espedienti e lavori precari, sognando di fare il fotoreporter. Prima di conoscere l’attuale compagna aveva avuto numerose ragazze, con le quali seguiva una sorta di copione sempre uguale: le conosceva, se ne innamorava, rimaneva chiuso in casa con loro per settimane o mesi e poi si allontanava, spesso perché affascinato da altro. Nessuna stabilità, nessuna continuità relazionale, nessuna paura nell’affrontare qualsiasi avventura, sempre col sorriso sulle labbra. La caduta avvenne all’improvviso, poco dopo essersi trasferito a Torino, mentre era in autostrada e stava andando a raggiungere la compagna in qualche luogo. Un improvviso e feroce attacco di panico lo obbligò ad accostare ed a chiamare l’ambulanza, lasciando la macchina in una piazzola di sosta. Il lavoro insieme consistette nel dare spazio alla paura legata al limite, allo scorrere del tempo, alla sensazione di non avere più ai suoi piedi ogni possibilità, all’angoscia di vedere i suoi genitori invecchiare (nei giorni del primo attacco di panico era morto il nonno), all’immaginarsi come un uomo “normale”, con una relazione “normale” ed un lavoro “normale”. Celebrammo insieme la lenta ed inesorabile morte del suo ideale eroico vivendo il lutto della sua entrata nel tempo, cercando insieme di trovare compensazioni e possibili convivenze fra il suo bel spirito d’iniziativa e l’entrata in una nuova fase esistenziale.
Sempre più mi trovo, nella pratica clinica, di fronte ad adolescenti e giovani adulti apparentemente senza un mondo interno, incapaci di compiere lo spaventoso e vitale viaggio iniziatico che Jung descrive come incesto con l’inconscio, come morte e rinascita nell’adultità, come disponibilità ad intraprendere il percorso individuativo. Esseri umani che sembrano coattivamente aderire ad un’esistenza devota al presente per consumare senza progettualità, riparati dal confronto con sé stessi e con la realtà da una effimera stabilità, assicurata spesso da genitori distanti affettivamente e presenti soprattutto per i problemi concreti. Come vampiri, ma inconsapevoli, sembrano vivere isolandosi, rifuggendo ciò che il vampiro nel suo ritornare, sembra volerci insegnare: l’angoscia dell’eterno, l’impossibilità di vivere la fatica della relazione d’amore, il rimorso per la dipendenza verso gli altri, il desiderio di morire per rinascere limitati ed inseriti nel flusso temporale della propria storia individuale. Ma per “lasciare andare”, per compiere il gesto di Orfeo che si volta dando forma, per la prima volta, al suo passato occorre, come scrive Jung nel Libro Rosso, quando accoglie i morti che ritornano, un testimone, uno specchio che stia ed abbia la pazienza di rispondere alle domande sospese, alla richiesta di senso e di confronto che lo spirito del tempo sembra eludere[16].
Sono passati circa tre anni dalla stesura del saggio che qui ho riportato; tre anni che hanno visto, fra l’altro, il diffondersi della pandemia da Covid 19 in tutto il mondo. La vita di ognuno è cambiata come è cambiato il modo di pensare al futuro con la fiducia di essere, tutto sommato, protetti da eventi catastrofici ed imprevisti. È difficile e forse è ancora presto per rispondere alla domanda su che tipo di influsso la crisi sanitaria ed economica abbia sulla psicologia delle persone; è, però, fuori di dubbio che ce l’abbia, lo vediamo nell’aumento esponenziale di accessi ai reparti psichiatrici e neuropsichiatrici infantili. Sintomatologie depressive, tentativi anticonservativi, stati cronici di ansia ed angoscia, attacchi di panico: è come se un senso pervasivo di insicurezza avesse preso piede in maniera spesso incontrollabile, invitandoci a difenderci chiudendoci all’interno di rigidi protocolli concreti e mentali come unica soluzione possibile alla minaccia globale. Diverso nella forma, ma non nella sostanza, l’atteggiamento opposto, quello negazionista, che rifiuta ogni possibilità di relazionarsi con la difficile presenza del virus, che se ne libera alla ricerca di rassicurazioni univoche, trovando, di volta in volta, nemici diversi come lo stato, i politici, l’economia, le cospirazioni. Mi chiedo se non ci troviamo, un poco come i nostri antenati del XVIII secolo, di fronte alla morte di un’epoca, di fronte ad una accelerazione della storia e ad un ineludibile nuovo adattamento, anche psicologico. Di fronte alla necessità di cambiare adattandosi attiviamo difese perché, a pensarci bene, cambiare assetti significativi del proprio modo di stare al mondo significa affrontare l’incertezza, la minaccia di una morte simbolica, quando non anche reale; più di un anno di pandemia ce lo ha insegnato forzatamente: la morte è una presenza ineludibile, è la cornice che racchiude la parabola di ogni singola esistenza, è lo spazio all’interno del quale si giocano le chances di ognuno ed all’interno della quale si esprime la legittima ricerca di una cura, sia essa di tipo medico scientifico che di tipo psicologico spirituale. Credo che sia importante ribadirlo: ogni possibile cura, anche quella più avveniristica, può solamente modificare di un poco la durata o la qualità (non sempre, ahimè) dell’esistenza individuale, ma non è in grado di sovvertirne la natura. “Morire” non fa piacere a nessuno, soprattutto in una società “Puer” come quella in cui viviamo, che sembra allevare giovani sempre più forti ed insicuri allo stesso tempo, i quali di fronte all’incertezza possono trovare rassicurazione, come abbiamo visto, nella fantasia di essere per sempre uguali, con le stesse potenzialità.
Forse vale la pena spendere ancora qualche parola sulla società Puer di fronte alla pandemia: parole che, spero, siano accompagnate dalla consapevolezza che ogni qualvolta si prova a definire inevitabilmente si semplifica. La rete sociale, complice anche una politica che trova nel “fare” l’unica possibile risposta agli eventi, sembra, nel suo complesso, rinunciare all’immaginazione. Immaginazione intesa come possibilità di aprirsi al confronto integrando punti di vista, dando valore all’impossibile, accogliendo i vissuti, soffermandosi nella paura trasformandola in pensiero, in relazione. Stare fermi, ascoltare, significa accettare, per quel che è possibile, anche il dubbio, l’incertezza, accettando di convivere col compromesso come via praticabile nell’impotenza.
Come ho esplicitato durante il mio intervento in forma di dialogo sulla piattaforma Psychiatry on line[17], alcuni miei pazienti che, come ognuno di noi, sono parte del pensiero collettivo, lo incarnano, portano una rabbia reattiva alla frustrazione, frustrazione che radica nella paura di chi è confuso, di chi si sente abbandonato perché senza riferimenti, senza rassicurazioni. In questa apparente insensatezza il nemico diventa lo stato che toglie la libertà, che gioca con i diritti e che usa il popolo come una cavia per sperimentare il vaccino. Allora l’unica narrazione possibile diventa la rivolta, l’impotenza si trasforma, nella fantasia, nel suo opposto; bisogna difendersi, contrattaccare, distruggere prima di essere annientati. La psiche di alcuni, in questi mesi così drammatici, sembra spopolarsi progressivamente di immagini, di possibili alternative. Come Edipo davanti al carro che gli taglia la strada, l’unica possibilità sembra quella di rispondere alzando il tiro, confinando nell’altro la propria colpa e la tragica consapevolezza di essere impotenti di fronte al destino. Ciò da cui si voleva fuggire, paradossalmente, è proprio ciò che si incontra; da quel momento Edipo diverrà ciò da cui cercava di scappare. Siamo soli con noi stessi, col nemico che ci minaccia allo specchio.
Stare nel dubbio, per quanto fastidioso, può propiziare l’immaginazione che serve per continuare a dare forma psichica all’istinto, ritrovando magari un poco di fiducia, sebbene condizionata, in quella paradossale parabola naturale di cui facciamo parte.
Il presente ci ricorda che la morte non è sconfitta: essa si aggira nel quartiere, fra i nostri conoscenti, sfiora o colpisce la nostra famiglia. Più passano i mesi e più vedo persone a me vicine, anche giovani, ricoverate in terapia intensiva; fra queste alcune muoiono, lasciando figli giovani. Il rifiuto della morte, la sua presenza “impossibile”, contribuisce forse a renderci ancora più sospettosi: «non è vero che il Covid è così mortale come viene detto», oppure «il vaccino è troppo pericoloso, si rischia di morire». Non vogliamo morire: teoria che condivido con tutto me stesso, ma che, ho l’impressione, un poco come Edipo, possa farci rischiare di cadere proprio in ciò che cerchiamo di negare. E la negazione della morte ha risvolti profondi nell’atteggiamento con cui si vive; mi vengono in mente storie di artisti come Frida Cahlo che ha vissuto nella prima metà del secolo scorso in Messico. La sua vita, come quella della sua generazione, era ogni giorno a contatto con la morte, il suo corpo fu segnato per tutta la vita dalla sua Ombra a causa dell’incidente che ebbe da ragazza e di tutte le conseguenze che la segnarono. I nostri nonni hanno vissuto due guerre; pensiamo anche a Jung e pensiamo alla creatività artistica e scientifica di queste persone, alla loro dedizione nell’impastare fino alla fine la materia della vita che si specchia nella finitezza, nella morte. Il mio sguardo va anche a quelle biografie, alla vita contadina, alla fatica di strappare un poco di futuro ad un presente inflessibile. Queste immagini mi accompagnano e mi tengono compagnia, mi interrogano mentre passano i giorni, disegnando in me ulteriori geometrie labirintiche.
La pandemia (“di tutto il popolo”) sottrae accesso al pensiero o, meglio, all’immaginazione. Per controllare l’angoscia la soluzione sembra essere la continua esposizione ai dati che narrano l’andamento dei contagi, le forniture dei vaccini, le zone colorate con le relative regole di movimento. La frustrazione, quando diventa insostenibile, mina la possibilità psichica di stare con l’assenza, con la sospensione, con l’incertezza creando pensiero, immagini, rappresentazioni. Dal simbolico e policentrico si cade nel concreto, nel bisogno improrogabile di trovare soluzioni e cause ai problemi che ci minacciano. In una società dove il pensiero spesso è strumento divisivo, dove l’urlo della sofferenza diventa fenomeno da gestire separandolo, arginandolo fuori dalle mura dei confini dello stato in campi di detenzione o, meglio, consegnandolo alla liquida “inesistenza” degli spazi marini, si può credere di essere più sicuri, più leggeri. Un poco come quegli adolescenti che rinunciano alla possibilità di procreare, un giorno, si rinuncia al rischio dell’incontro, rimandando la prova più difficile, ma anche la più vitale: la crisi. Crisi come occasione di dare senso alle dinamiche esistenziali che sembrano proporre continuamente la necessità di adattarsi a nuove possibili complessità sul crinale instabile della morte di alcuni assetti in favore di nuove sintesi. Il vampiro, ho l’impressione, continua a segnalarci l’impossibilità di essere eterni, il tranello teso sulla soglia di questo desiderio; la sua immagine continua, ancor più in questo triste e difficile periodo, a compensare, almeno per me, l’unilateralità di ogni slancio idealistico verso definitive e spettrali, quelle sì, rassicurazioni.
Andrea Calvi: Psicoterapeuta, Analista Junghiano, socio Didatta dell’Associazione ARPA, membro IAAP, Docente di Psicologia della religione presso la Facoltà di Psicologia dell’Istituto Universitario Salesiano Torino Rebaudengo, Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia IPAP (Istituto di Psicologia Analitica e Psicodramma; Presidente Associazione Tiarè, servizi per la salute mentale. associazionetiare.org.
andrea.calvi1@gmail.com
Vampiri e fantasmi
Tito Baldini
Il lavoro di Andrea Calvi mi pare colto, evocativo, immerso in costruttivo equilibrio fra simbolismo ontologico e realtà clinica. Introduce ed induce articolate riflessioni che spero di riuscire almeno ad abbozzare in questa mia. Mi pare che il tema sia:
cosa farne del desiderio inconscio.
Giocando con le date
Forse non è un caso che Freud nel ’12-’13 presenta Totem e Tabù (Freud 1912-1913), in cui sostiene tra altro che l’umanità si è costituita sull’interdizione del desiderio primo, paradisiaco, di avere presto, tutto e sempre, l’oggetto del desiderio; subito dopo, nel ’14, è pronto Introduzione al narcisismo (Freud 1914), opera che a mio avviso colloca al centro anche energetico della vita psichica non già l’Io, giudicato “debole”, ma il diritto al desiderio; appena dopo, nel ’15, con Metapsicologia (Freud 1915), affronta, tra altro, il destino delle pulsioni, e apre alla melanconia sulla quale tra altro Calvi riflette. Ho studiato a fondo tale questione nel freudismo, lavorando sugli stati limite in adolescenza (Baldini 2011) – mio ambito primo d’interesse, adolescenti e giovani adulti evocati anche da Calvi nel suo scritto. La vicinanza storica tra tali opere a mio avviso non è causale, perché Freud in quei dieci, quindici anni lavora un Progetto (1895), mai smentito, in cui sostiene in grossa sintesi che in principio non c’è l’Io ma la scarica, e l’apparato psichico ha appunto lo scopo di scaricare energia: o con l’oggetto, se disponibile; o, in sua assenza, con l’allucinazione. Tale apparato non è compatibile con la vita, perché non ci sarebbe discriminazione tra allucinazione e realtà, e comunque tutto si scaricherebbe e finirebbe. Dato ciò, è necessario che si crei una soglia, che di mio chiamo limite: all’interno dell’apparato psichico si seleziona un gradino, un ostacolo parziale all’energia, che ne freni almeno un po’; tale ostacolo è L’Io. L’Io quindi ‘solo’ un piccolo tentativo d’impedimento della scarica, per non morire. Immaginate la frattura epistemologica esercitata da tale posizione all’epoca di Freud, rispetto alla concezione filosofica, culturale, politica, ed economica dell’Io allora dominante[18]. Freud a mio avviso mette sempre al centro della vita psichica il desiderio pulsionale; per capire ciò è fondamentale considerare che egli a ben vedere presenti cronologicamente insieme le due topiche, quella ‘rassicurante’, costruita ne l’Interpretazione dei sogni (1900)[19], e quella passionale, ove si descrive l’eccesso di energia biologica che non si può psichicizzare e si scarica direttamente nel corpo: stato psichico, il secondo, ove non c’è rappresentazione rimossa, non c’è rappresentabilità degli affetti. I due concetti sono espressi entrambi nel 1894, del resto in due lavori definibili pre-psicoanalitici[20]: il primo in Neuropsicosi da difesa (Freud 1894a); il secondo in Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come ‘nevrosi d’angoscia’ (Freud 1894b). Quindi le due topiche presenti insieme nella mente di Freud. Quanto finora espresso serve perché mi pare importante in questo contesto provare che la psicoanalisi nasce e diviene al fine di rimarcare l’importanza, in ciò che è inconscio, del puer alla base del senex, il senex immerso nel puer[21], la pura passione irrappresentabile che subordina la ragione, ragione che può contribuire a realizzare una vita armoniosa solo se senex integra in sé puer che lo sostiene. Ma per assorbire puer dal di sotto fin dentro le spire della propria costituzione, senex deve averlo accettato, riconosciuto, ammesso, in tutta la sua esuberanza e inopportunità, ammesso pure con l’interpretazione personalizzata che puer opera dei fattori fisici dello spazio e del tempo. I ‘loro’, di spazio e di tempo, non coincidono con i ‘nostri’, ma, ‘loro’, chi sono? Certamente i puer di tutte le età e tutte le generazioni, bambini che per vari motivi non hanno potuto vivere per condizioni affettive primarie e/o ambientali sfavorevoli, e così non hanno potuto accettare di divenire-negli-adulti che intanto il loro psiche-soma diveniva, e quello, dato ciò, lo faceva di fatto divaricandosi dal puer, fino al distacco. A causa di quanto espresso, il bambino non ha potuto vivere né morire divenendo nell’adulto: è rimasto là, irrisolto, non vivo né morto, desiderante in modo “perverso polimorfo” (Freud 1905) come tutti i bambini, compresi quelli non cresciuti. Il puer è puro e folle come l’Eroe di tutti i tempi su cui riflette Calvi, prima e dopo quello wagneriano in Parsifal e Sigfrid. In tema di Eroi-adolescenti per sempre, primo tra i primi l’Umanità ha scelto Achille; scrissi su ciò (Baldini 2013a; 2013b), e sul nostro ruolo di moderni Ettore che devono convincere i nostri bellissimi pazienti Achille ad accettare di divenire più semplici ma vincenti Enea virgiliani; una missione, la nostra, tesa a fare questo per salvare loro la vita, tra-ducendoli[22] dalla distrutta Troia dell’infanzia all’Egitto dell’adolescenza fino alla Albalonga della adultità. Nel solo tracciato da Freud, sostengono Laplanche e Pontalis (1985), col più bel testo psicoanalitico sul fantasma, che il fantasma è l’espressione più vera del desiderio inconscio.
Ancora giocando con le date: vampiri e fantasmi[23]
Calvi saggiamente ci ricorda che nel 1897 viene dato alle stampe l’opera filologicamente più rappresentativa della letteratura sul vampiro: Dracula, di Bram Stoker (1897). Nello stesso anno, reso alle stampe nel successivo, viene in soli due mesi stilato da Henry James Giro di vite (James 1898): fantasmi nella mente[24]. In questo, un’istitutrice ventenne pare desiderare sensualmente, senza coscientemente poterlo ammettere, l’affascinante zio dei suoi assistiti Miles e Flora. Lei non può accettare il proprio desiderio e così inizia a vedere i fantasmi dei libertini Peter Quint e Jessel, rispettivamente giardiniere e precedente istitutrice, che pareva intrattenessero una relazione perversa e misteriosamente perirono. Ma per il desiderio indicibile della nostra giovinetta, essi, perirono ma non morirono, rimanendo a metà del ‘viaggio’ per rendere al male, pervertire, rendere male-detti, i due bambini. Gli spettri avrebbero inoculato la perversità nella mente dei piccoli innocenti e l’istitutrice il suo opposto, come antidoto. Il più bersagliato Miles non aveva scampo: tra ammettere di vedere i fantasmi e psichicamente morire[25], e non ammetterlo e morire per mano della stessa istitutrice[26]. La giovane in questione scinde e proietta il proprio desiderio sui bambini, secondo il noto meccanismo descritto da Melaine Klein (1946): tutto ciò che di nostro non possiamo tollerare lo scindiamo da noi, proiettiamo nella mente di altri con cui ci identifichiamo, e là possiamo passionalmente trattarlo, con i più svariati sentimenti quali amore, odio, angoscia, rabbia e così via. In anticipo su Klein, ve n’è traccia ovunque, dalla pericope evangelica della lapidazione dell’adultera[27] alla metafora del “capro espiatorio”.
Prima di tornare ai fantasmi per alfine arrivare ai vampiri, ancora un po’ di date che aiutino a farsi un’idea: come sempre, è solo la spaziatura epistemologica che dà senso ai fenomeni dell’umano. Il periodo storico culturale dei due romanzi in visione, e dei lavori di Freud sopra citati che danno nascita e primo sviluppo alla psicoanalisi, è fervido di fermenti vicini alla dubbiosità, e nello specifico al fenomeno del mondo delle passioni che subordina quello dell’Io: nel 1883 esce Zarathustra di Nietzsche, nel 1884 i Poeti maledetti di Verlane, nel 1985 i Racconti variopinti di Cechov, nel 1886 Le illuminazioni di Rimbaud e La potenza delle tenebre di Tolstoj, nel 1887 Poesie di Mallarmé, nel 1866 Delitto e castigo e nel 1879 I Fratelli Karamazof di Dostoevskij, nel 1869 Guerra e pace e nel 1875 Anna Karenina di Tolstoj, nel 1892 Una vita e nel 1898 Senilità di Italo Svevo, e solo più in là, ma il ‘più in là’ avrà senso per noi, nel 1926, Doppio sogno di Arthur Schnitzler[28].
Cosa si vuole dire con tutto ciò?
Il desiderio inconscio genera il fantasma, il Phantasieren metapsicologico (Freud 1915) che si offre come base allo psichismo. Il fantasma s’immerge nello psichico che fonda, e, a seconda di quanto vi s’insinua, determina la localizzazione delle presenze, in quanto più o meno tenebrose (Byron). Se il desiderio che realizza il fantasma è solo rimosso, il fantasma è buono, s’integra nella struttura psichica che appunto fonda, realizza la base inconscia in cui s’immerge l’Io, e sostiene l’Io stesso. Una base narcisistica se in tal modo la vogliamo definire, un “narcisismo di vita”, per dirla con Green (1983). Se il desiderio inconscio è inammissibile per il soggetto e impensabile anche nell’inconscio, di fatto esso viene forcluso, rinnegato, espulso dall’inconscio. Esso realizzerà un fantasma che non s’integra e che rimane altro dalla struttura soggettuale: tale è un fantasma cattivo, che non vuole ‘morire’ in quanto centro narcisistico, nucleo rudimentale dell’Io scisso dai mille altri come lui, non vuole morire nel soggetto, divenendo parte di esso. Il fantasma buono origina la creatività, è fonte di energia pulsionale che incontra il corpo e diviene libido, energia che tende al legame; dal di dentro mette nel soggetto tutta la potenza narcisistica al servizio di un Io in divenire che può addomesticarla e usarla. Il fantasma cattivo rimane esterno all’unità soggettuale, si configura come un fantasma letterario che si presentifica al soggetto, spaventandolo perché quegli non lo riconosce e non lo ammette. Spesso è un bambino, quello che il soggetto non ha potuto essere, bruciandosi l’infanzia. Il fantasma bambino non può vivere perché non è stato fatto vivere quando sarebbe dovuto, e non vuole integrarsi nell’Io in evoluzione del soggetto perché non ha mai avuto il suo momento di gloria in cui era l’assoluto, non è mai stato l’unico e senza esserlo stato non può rinunciarvi e andare oltre; quindi, non integrandosi, può solo morire, ma ovviamente non vuole morire, e allora s’aggrappa al soggetto, gli entra letteralmente dentro, parassitandolo, ma, non potendosi, lui, armonizzare col resto della struttura soggettuale, può solo renderla, come se stesso, fantasma, o altrimenti estinguersi in essa; scartata la seconda chance perché autoannullante, il fantasma bambino cerca disperatamente di rendere fantasma anche detta struttura; non ha scelta, come un naufrago che non ha posto su una scialuppa piena, comunque s’aggrappa ad essa, rovesciandola e facendo morire tutti con lui, ma, cosa potrebbe altrimenti fare: non può lasciarla andare via e abbandonarsi alla morte per il bene di quel carico umano, l’istinto di sopravvivenza glielo impedisce. Il fantasma bambino diviene di fatto il nemico dell’Io, nella sua azione si pervertisce in quanto pone a meta del desiderio non la costruzione ma la distruzione, co-agendo nella ripetizione di tale orientamento fino alla estinzione del soggetto di sé. Si comprende da ciò che quegli, il fantasma, lo fa per vivere e in tale direzione la perversione estrema risponde al tentativo disperato di vita; ancora l’annegante, che stavolta s’aggrappa al bagnino trascinandolo con sé nel sotto dei flutti[29]. Col concetto di genitore schizofrenogeno Searles (1965) ha squarciato il velo che all’umano celava la realtà del genitore che conficca nel figlio bambino la propria follia per tentare di salvarsene. Egli ‘infetta’ il piccolo, come l’istitutrice di Giro di vite, per tentare di divenire quel genitore premuroso di un bambino pieno di problemi; fanciullo che può impazzire e poi lo fa. In realtà il genitore rimane folle, come il vampiro rimane vampiro, e l’annegante diviene annegato, ma, tutti costoro, non possono fare a meno che illudersi di salvarsi trascinando l’altro nel proprio baratro esistenziale, nella propria cripta vampirica. Il vampiro a mio avviso può considerarsi la forma più rudimentale di fantasma cattivo, quello scisso e proiettato, quello non integrabile; in esso viene concretamente realizzata la condizione bio-degenerativa della non morte. Il fantasma ne sarebbe una rappresentazione maggiormente psichicizzata, dalle figurazioni più banali alla raffinatissima di Henry James sopra accennata. Nei fantasmi, sappiamo che la componente perversa è ovvia: sono perversi polimorfi come tutti i bambini (Freud 1905), e seducono nei viventi la componente sanamente perversa della propria natura, illudendola che essa si possa esternare di più, di più ancora, fino a far perdere al soggetto l’equilibrio, fra amore narcisistico e amore oggettuale, tra i quali, prima, il soggetto, trovava conflittuale armonia esistenziale. Ma ora si perde: ecco svelato il perché si abbini spesso il vampiro alla seduzione e al successivo cedimento alla dimensione perversa che, se estremizzata, annienta la natura umana (novello e sempiterno monito di cacciata dall’Eden). L’eroe, come il vampiro e il fantasma, non può crescere, e mette a disposizione la vita stessa per affermare il diritto alla non integrazione della dimensione conflittuale, condizione che rende adulti. In analogia al fantasma cattivo e al vampiro, l’eroe non integra il bambino nell’adulto: muore, così rimanendo per sempre “giovane e bello”[30]. Il giovane in stato limite della mente ha il problema del fantasma bambino che non ne vuole sapere di entrare nell’adulto che sta divenendo, e così rimane sospeso in una vita che forza i limiti della vivibilità stessa, e poi se ne va da eroe (Baldini 2013a,b). Oggi, caro Calvi, tali psichismi fragili sono sponsorizzati dal mondo consumistico, che li illude di risolvere con gli oggetti la questione del contatto con la propria mortalità elicitata dalla scoperta intollerabile dell’assenza[31]. Gli umani in età evolutiva vengono ‘vampirizzati’ da modelli di riferimento culturale che, avendo ucciso il Padre e sottratti i garanti meta-sociali (Kaës 1013), favoriscono l’illusione di una vita senza limiti, illusione sostenuta dalla presenza insostituibile degli oggetti al posto dell’assenza sviluppante pensiero, psiche.
Riprendiamo in chiusura, dopo tali considerazioni, la questione posta all’inizio, del cosa farne del desiderio inconscio. A mio avviso, nel trattamento analitico con tutti i pazienti – vieppiù con adolescenti, personalità narcisistiche e patologie al limite – dobbiamo, nel nostro controtransfert, lavorare (Russo 1998; 2000; 2015) l’importanza della dimensione desiderante, senza inizialmente troppo considerarne le conseguenze. Il paziente ci deve sentire in tal senso estremamente vicini, giacché, se è venuto da noi è perché nel suo desiderio inconscio la componente dissociata (rinnegata, forclusa) è considerevole, e allora egli, per riuscire a introiettarla[32], ha bisogno che detta componente sia, da noi, non solo genericamente compresa, bensì, amata, anelata nostalgicamente, col paziente condividendone il dolore della perdita, in lui come in noi stessi. Noi, protetti dalle annate di analisi, dall’autoanalisi, dall’edipico, dalla voce in noi degli Autori e dal nostro Gruppo scientifico di riferimento, noi con tali e tanti cavi di tenuta, noi, dicevo, ben supportati, possiamo, dobbiamo, immergerci nel pozzo[33] (Ginzburg 1948; de Céspedes 1948), nostro, dello struggente desiderio di qualcosa persa senza averla posseduta, un accadimento infantile, il crimine della sottrazione al bambino della sua infanzia. Solo se, nell’incantata atmosfera controtransferale, siamo tormentati da attraversamenti affettivi connessi a perdite irrecuperabili, e sentiamo tutto il bisogno di risolvere tali ultime a qualsiasi costo per rimanere vivi, allora, e solo e proprio allora, potremo essere così comprensivi della difficoltà del paziente a “smettere un vizio” (Pavese 1950), e rinunciare ad agire ciò con cui egli tentava di gestire l’angoscia del buco – “gorgo” (Pavese ibidem) risucchiante che ha nell’anima: vuoi che nel buco ci metta a riempitivo sostanze o altre dipendenze, vuoi che tenti di colmarlo infilandoci donne o uomini o figli, ri-succhiati vampirescamente dentro il vulnus insaturabile della mancanza primaria. La difficoltà per noi psicoanalisti consiste nel rinunziare di chiudere fuori dalla nostra esperienza affettivo-emotiva la scena del “gorgo” in cui noi stessi “scenderemo muti” (Pavese ibidem): solo se sappiamo sentire e gestire tanta angoscia, nostra e non sua, allora e solo allora il paziente, nel più intimo di sé non si sentirà mai più solo, perché, là, ci siamo, con discrezione, collocati noi analisti; egli si sentirà com-preso, con accanto noi che sappiamo di farcela – a risalire nelle spire mulinanti del gorgo insieme a lui – ed, entrambi, di viverci questa vita. E allora e solo allora l’analista troverà il coraggio di chiedere al paziente di farlo, e il paziente quello di chiedere a quel fantasma bambino di entrargli dentro ed ex-tingersi in lui, senza avere vissuto; accompagnato da noi, quel bambino ce la fa, si fida, sente che la manovra ha senso per lui, ed infine accetta di morire nell’adulto, e quest’ultimo acquisirà, introietterà, non già il bambino felice che non fu ma l’assenza di bambino, e la userà, insieme ad altro, per vivere una buona vita, mentre il fantasma, e, nella sua declinazione più rudimentale, il vampiro, scompare per sempre.
Tito Baldini: SPI – ARPAd
titobaldini@gmail.com
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NOTE
[1] Sono l’attuale Presidente dell’Associazione Tiarè, servizi per la salute mentale, di Torino. Ci occupiamo della clinica medico/psicologica in comunità Terapeutiche e Riabilitative ubicate in Piemonte. associazionetiare.org
[2] James Hillman, Saggio su Pan, Adelphi, Milano, 1977, pag. 62.
[3] V. Teti, La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma, 1994, pag. 39. Riedito: V.Teti, Il vampiro e la melanconia, Donzelli editore, Roma, 2018.
[4] V. Teti, La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma, 1994, pag. 39. Riedito: V.Teti, Il vampiro e la melanconia, Donzelli editore, Roma, 2018.
[5] A. Calvi, Quel che resta di Dio, Moretti & Vitali, Bergamo, 2019, pag. 74.
[6] A. Calmet, Dissertazioni sopra le apparizioni di Spiriti e sopra i Vampiri o i Redivivi d’Ungheria, di Moravia ecc. Tradotte dal Francese su seconda edizione riveduta e corretta, Venezia, presso Simone Occhi, 1756; ed. an. Carmagnola, Arktos, 1986.
[7] V. Teti, La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma 1994, pp. 44-45.
[8] Voltaire, Non dura, in O. Volta, v. Riva, I vampiri tra noi, Milano, Feltrinelli, 1960, pp. 58-59.
[9] V. Teti, La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma 1994, pag. 63.
[10] A. Calvi, Quel che resta di Dio, Moretti & Vitali, Torino, 2019, pgg. 74, 80.
[11] Ibidem, pag. 130.
[12] Riaffiora, in questi romanzi, la mitologia dionisiaca e la tragedia delle Baccanti, trattati nel capitolo sul “Morso di Dioniso”, presente in A. Calvi, Quel che resta di Dio, Moretti & Vitali, Bergamo 2019.
[13] J. Hillman, Saggi sul Puer, Raffaello Cortina Editore, Milano 1988, pag. 100.
[14] Ibidem, pag105.
[15] V. Teti, La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma 1994, pp. 233, 234.
[16] A. Calvi, Quel che resta di Dio, Moretti & Vitali, Bergamo, 2019, pgg. 80, 91.
[17] Dialogo col Prof. F. Mastropasqua del 19/04/2021, intitolato Lo sguardo crepuscolare, l’incertezza della coscienza e la realtà del mito, reperibile sul canale Youtube di Psychiatry on line.
[18] Posizione invisa spesso agli stessi psicoanalisti, finanche attuali, perché difficile, in quanto, direi, tutt’altro che rassicurante (non a caso gli psicoanalisti stessi hanno inventato il concetto di Sé).
[19] Sostengo che la cosiddetta prima topica freudiana sia rassicurante perché in essa il lavoro del sogno, dell’apparato psichico e della teoria e cura psicoanalitica, coincidono, e consistono in una serie di passaggi evolutivi che si devono susseguire, e che, se bloccati, si devono sbloccare con la cura psicoanalitica, e poi si ottiene la piena guarigione.
[20] Datando la nascita della psicoanalisi nel settembre 1897, con la lettera a Fliess dei “non credo più ai miei neurotica” (Freud 1897).
[21] Questo lo dirà chiaramente nel ’22 con L’Io e l’Es (Freud 1922).
[22] Scrissi sul ruolo dello psicoanalista in quanto coautore di una tra-duzione, dal testo psichico personale del paziente ad un altro condiviso a due con l’analista stesso e dai membri della coppia analitica accettato, perché sta bene, e fa star bene, a entrambi (Baldini 2013c).
[23] Affrontai la tematica dei fantasmi in un capitolo del mio libro Ragazzi al limite (2011).
[24] Giro di vite è l’opera che Virginia Wolf giudica la più bella mai scritta sui fantasmi, “che non urlano trascinando catene con in mano il proprio capo mozzato (…). Il nuovo gotico è dunque di natura psicologica e non si situa all’esterno dell’uomo bensì all’interno della sua psiche.” (Virginia Wolf, recensione al libro The supernatural in Modern English Fiction di Dorothy Scarborought, apparsa sul “Times Literatury Supplement” del 31 gennaio 1918 e poi raccolta nel volume Granite and Rainbow col titolo The Supernatural in Fiction, Londra: The Hogarth Press, 1960).
[25] Sostengo che ammettere onestamente di vedere fantasmi avrebbe provocato un morire psichico, perché il fanciullo, a suo dire, non li vedeva. Quindi, ammettere autenticamente di vederli avrebbe significato essere impazzito per compiacenza al fine di salvarsi.
[26] L’istitutrice sembra disposta a sottrarre la vita al ragazzo tramite una sorta di tortura inqusitoria per estorcere la verità al fine di liberare l’anima (psiche) dalla demoniaca presenza.
[27] Nella pericope dell’adultera, costei pagherebbe per i desideri sessuali dei probi giudicanti, da loro negati su sé stessi e rinnegati come giudizio sulla donna (Giovanni 8,1-11).
[28] Purtroppo il riferimento alla bellissima ed evocativa opera di Schnitzler citata non riesco in questa sede a svilupparlo per esigenze contenimento del testo.
[29] In tal senso a mio avviso va interpretata la famosa “nota 1” del capitolo 10 di Apprendere dall’esperienza di Bion (1962), la quale, a mio avviso, crea una frattura epistemologica col passato nella considerazione della sofferenza psichica estrema, nel senso della positivià e saggezza della messa in opera di meccanismi di difesa che ingenuamente, e difensivamente, la psichiatria ha considerato, e giudicato, essenza stessa della malattia, e Bion difesa estrema della salute.
[30] Mi riferisco alla nota frase de La locomotiva di Francesco Guccini, che cita “Gli eroi son tutti giovani e belli” (Guccini 1972).
[31] All’eroe non manca nulla: Achille è bellissimo, bravissimo e invincibile senza dovere nulla fare. Quando scopre l’assenza (ingiustizia, altro), combatte per risolverla, e, non potendo risolverla, perché parte dell’esperienza nel piano di realtà, muore.
[32] Sappiamo che nel caso in esame, per la parte espulsa, l’operazione psichica dell’introiezione significa morire dentro l’Io.
[33] La metafora della psiche profonda come pozzo in cui scendere, stare, annegare, depauperarsi, o invece arricchirsi, capire, risalire migliori, per sé e per gli altri; detta metafora, diversamente usata per quindi intendere processi costruttivi o distruttivi, fu oggetto di interesse di scrittori e intellettuali. Mi fermo all’inimitabile esperienza editoriale di Mercurio (1948) in cui Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes espressero, nei lavori in nota nel testo, pagine altissime sulla questione. Vedi pure sul tema il bel volume di Laura Di Nicola (2012).
© Vecchiarelli Editore – Tratto da “Raccolta Articoli Scientifici 2021” – ISBN 978-88-8247-452-2 – Riproduzione riservata



