SALLO. Report dell’evento “Keep it real”
Report dell’evento “Keep it real”: prima giornata nazionale di condivisione e coordinamento tra rapper che conducono Laboratori Rap in contesti di disagio. Tra identità professionale, ruolo sociale, metodo e attitudine.
di: Antonio Turano Dongocò
editing: Daniela De Marco
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KEEP IT REAL
Primo incontro Laboratori Rap
Venerdì 30 settembre 2022, Roma: l’Hip Hop italiano a servizio del mondo dell’educazione e della prevenzione del disagio giovanile.
Il movimento culturale dell’Hip Hop (HH) nato negli anni ‘70 nelle periferie di New York e fondato sui valori di “Peace, Unity, Love and Having Fun”, in Italia ha avuto la sua “età d’oro” negli anni ‘90 esprimendosi in tutte e 4 le sue discipline fondamentali: MCing, DJing, writing e breaking (seppure molti elementi trattati in questo testo hanno punti in comune con tutte le discipline, data la natura dell’evento vissuto e qui raccontato, ci concentreremo solo sull’MCing, sperando in nuove e future aperture sulle altre realtà). È interessante constatare cosa accadde al movimento all’inizio del nuovo millennio (in maniera decisamente meno lineare e semplice rispetto alla sintesi che segue ma che ci servirà da apripista per le nostre riflessioni): l’HH, in particolare il rap, sembra aver viaggiato contemporaneamente su due strade parallele, quella musicale con cui ha scalato le classifiche imponendosi come primo genere nel mercato discografico, nelle sue diverse derivazioni fino ad arrivare all’attuale trap, e quella sociale con cui ha continuato ad abitare le periferie, delle città e delle menti, producendo cultura attraverso i suoi MC’s, i maestri di cerimonia. Pur continuando le proprie carriere artistiche, molti di loro hanno incarnato l’eredità dell’HH di “educazione ed intrattenimento” nel sociale, mettendola e mettendosi a servizio del lavoro educativo rivolto soprattutto agli adolescenti, attraverso i laboratori rap.
Ed è su questa strada che è nato l’evento tenutosi lo scorso 30 settembre a Roma: molti rapper, provenienti da tutta Italia, sono stati invitati dall’associazione daSud per l’incontro “Keep it real” presso l’Accademia Popolare dell’antimafia e dei diritti, all’interno del festival #Restart2022. L’iniziativa ha intercettato, con una sorprendente sincronicità, il desiderio espresso pochi giorni prima da e tra alcuni di loro di condividere il proprio operato e le proprie esperienze, confrontarsi su risorse e criticità, sia tecniche/specifiche che di contesto. A questo primo incontro erano presenti circa 30 persone tra rapper storici che già conducono laboratori, giovani che ne hanno beneficiato, educatori e referenti di cooperative sociali, progetti educativi e fondazioni. Un momento di condivisione e confronto durato 5 lunghe e preziose ore, volate via con la leggerezza e l’entusiasmo di chi riconosce l’intensità e l’importanza del contesto creato, tra aneddoti, dubbi, riflessioni tecniche e racconti di vita personale. I moderatori dell’incontro non avevano domande preconfezionate, ma solo tanta voglia di conoscere e far conoscere le diverse realtà lontane nello spazio ma così vicine nel nucleo generatore: la cultura HH. Questo infatti è stato uno dei primi punti messi in evidenza dal susseguirsi degli interventi: il metodo educativo è pressoché condiviso. Anche se quasi nessuno ha effettuato un percorso formativo accademico specifico, c’è una modalità nella rappresentazione del proprio lavoro, nella sensibilità e nella metodologia, che farebbe pensare alla partecipazione di tutti ad uno stesso corso di formazione, ed in effetti non è del tutto sbagliato: l’HH ha educato questa generazione di rapper ora diventati educatori.
L’attitudine conscious che l’HH ha promosso è profondamente in linea con i più moderni approcci educativi “ufficiali”. Quello che pedagogisti come Maria Montessori e Paulo Freire, psicoanalisti come Donald Winnicott ed altri illuminati esperti dell’adolescenza avevano alla fine del ‘900 osservato, descritto e proposto, trova una concreta messa in pratica nei confini dell’HH utilizzato come contenitore e strumento di relazione per la crescita cognitiva, emotiva e sociale della persona attraverso l’arte. Assodato che i laboratori rap condotti con attitudine conscious non sono dei corsi di musica, poiché l’apprendimento tecnico è considerato conseguenza di una propria autenticità espressiva che attraverso la scrittura si invita a ricercare (Il Vero Sé in psicologia, il Keep it real nell’HH), un rapper che ha questo approccio può definirsi educatore o dovrebbe definirsi tecnico di laboratorio, o in che altro modo? Al di là dell’aspetto formale relativo ai titoli di studio conseguiti, questo discorso apre una profonda riflessione che è risuonata subito centrale per tutti i presenti: la definizione professionale e quindi l’identità.
Mi viene in mente, scrivendo, che fino a pochi anni fa il rap non era considerato musica, molte scuole ortodosse infatti lo etichettavano come semplice parlare, non riconoscendo il valore musicale di aspetti centrali come quello melodico/prosodico del flow e ritmico della metrica. Ecco che torna il tema del riconoscimento e dell’identità: prima de “l’essere o non essere educatori?” questa generazione di rapper si è già confrontata nel dibattito su “l’essere o non essere musicista?” con il bisogno di conquistare un’identità. Per chiarire questo dubbio è stato necessario che il rap occupasse prepotentemente le classifiche discografiche.
Guardando alle origini dell’HH ritroviamo le stesse necessità: esprimere sé stessi per definirsi, per farsi “riconoscere”, necessità che i neri d’America cercavano di soddisfare e nel farlo hanno dato vita al movimento culturale di cui stiamo parlando. Una vera e propria cultura dell’identità, dei processi di individuazione, della rap-presentazione di Sé, della riappropriazione della diversità come valore originale ed originario, della ricerca della propria autenticità, che per quanto potesse suonare dirompente e scomoda alle orecchie della piatta borghesia bianca, si armò della consciousness (coscienza e consapevolezza di Sé) come strumento di autenticità così da poter e dover pretendere che venisse riconosciuto a tutti ed a ciascuno il proprio posto.
Questi “processi psico-sociali di riconoscimento” sono stati alla base della nascita dell’HH negli anni ‘70, venti anni dopo hanno segnato la strada della conquista musicale dei rapper italiani e oggi, dopo un altro ventennio, ritornano in una nuova veste, che sempre la cultura HH ha fornito loro. Impossibile non percepire come questi cicli di 20 anni abbiano dei forti legami con il tema del riconoscimento e della ricerca dell’identità. A 20 anni, sulla carta, l’adolescenza è già abbondantemente terminata ma in realtà, e chi lavora nel campo lo sa bene, 20 anni è l’età in cui di solito inizia a stabilizzarsi una maggiore definizione di Sé, ed è un momento importantissimo, anche se finale, della fase adolescenziale.
Ecco forse perché il lavoro nei laboratori HH è così potente con gli adolescenti ed ha un così alto tasso di partecipazione e aggancio autentico. I ragazzi amano parlare tra pari, soprattutto quando si trovano a strappare ciò che erano per poter diventare realmente sé stessi, affrontando una ferita identitaria spesso spaventosa. L’HH è con loro, tra pari, con la sua ferita identitaria mai rimarginata completamente, una ferita aperta dentro cui perdersi e riconoscersi. L’HH è una cultura che per sua natura ha una spinta evolutiva, un invito a crescere e mettersi in discussione, per riscoprirsi ogni volta nel “qui ed ora”, in un’entrata di freestyle che quando finisce siamo già altro, un organismo vivo e in continua evoluzione, qualcosa ancora da scoprire, da cui si riparte, in a loop, così come sono i beats sui quali l’mc si esprime confrontandosi, attraverso un flusso di pensieri e associazioni libere, con il proprio mondo interno. Questo processo è sempre uno scossone alle certezze raggiunte, scossone necessario alla successiva evoluzione, e alle successive evoluzioni.
Nell’HH quella ferita identitaria probabilmente è, come diceva Jung, continuamente sanguinante. Diventa così feritoia che permette agli adolescenti di fare pratica, di familiarizzare, di non essere soli e terrorizzati in questo passaggio. Un processo, quello identitario, del quale gli adolescenti iniziano a sentire il peso insieme al valore. Non è un processo che finisce con l’adolescenza ma di certo in questa fase può disorientare maggiormente perché si affronta per la prima volta. Come sappiamo è un processo continuo ed i terapeuti che lavorano con gli adolescenti (e non solo) conoscono bene quanto sia indispensabile per poter proseguire in modo sano la propria evoluzione e non fissarsi nella rigidità tipica delle condizioni nevrotiche. Un processo, quello identitario, che tutti gli adolescenti iniziano a conoscere ma che, in chi è maggiormente designato dal contesto socio-familiare a soddisfare un’aspettativa, può trovare delle declinazioni particolarmente drammatiche. È questo che emerge, ad esempio, dalle preziose riflessioni sul lavoro fatto con ragazzi provenienti da famiglie appartenenti alla malavita. Come si può educare a tradire la propria famiglia? In questo la psicologia evolutiva ci ricorda che ogni processo di individuazione porta con sé un “tradire” ciò che eravamo per diventare ciò che saremo. Un processo del quale tutti gli adolescenti hanno bisogno di fare pratica, per poter, si spera, continuare a farlo per il resto della loro esistenza.
L’HH oggi risulta un valido modello educativo, uno dei più riconoscibili ed efficaci per l’adolescenza, forse proprio perché non è effettivamente riconosciuto come tale, ed è quindi percepito come più vicino dagli adolescenti con cui condivide questa zona grigia, indefinita, dentro cui accompagnarsi vicendevolmente verso una sempre nuova definizione. Questa ricchezza che l’HH ha nel suo DNA ha portato naturalmente a questo punto e continuerà, inarrestabilmente, a far crescere questo organismo educativo, a prescindere dai rapper che lo praticano e dal maggiore o minore riconoscimento del contesto. Così come già è avvenuto in ambito musicale.
Le riflessioni scaturite da questo bellissimo primo incontro e che ho provato qui a sintetizzare, si sono rivelate a tutti molto preziose, in primis per il valore dell’incontro in sé: riunirsi e condividere per generare un pensiero comune e non essere più soli nel proprio lavoro. La capacità di accogliere le fragilità dei singoli, che risuonano in tutti, e arricchirle attraverso lo sguardo di ognuno è dimostrazione di maturità della comunità HH. Una consapevolezza che risultava aleggiare tra tutti alla fine della giornata è che, al di là delle definizioni istituzionali e professionali, la cosa più preziosa che ha nutrito e che si desidera continui a nutrire i presenti, è il poter vivere non come singole cellule sparse ma come tessuto vivo; incontrarsi ancora per confrontarsi, condividere ed emozionarsi nel riconoscersi gli uni negli altri, distanti e identici; per aiutarsi ad aiutare, per condividere il senso trovato e scoprirne di nuovi; per continuare a vivere questa nuova forma che nelle vite di ognuno ha preso l’HH e continuare a scoprire quante altre potrà ancora assumerne. La speranza di tutti i presenti è che molti altri possano condividere queste esperienze, farsi carico di questo pensiero comune e in continua evoluzione, unirsi per donare il proprio contributo, le proprie esperienze, le proprie identità. La stessa speranza e lo stesso augurio di continuità vale anche per tutti quelli che portano avanti laboratori di breaking, djing/beatmaking, writing e ogni altra disciplina condotta con un’attitudine Hip Hop.
Antonio Turano “DonGocò” (Roma)
con, e per, i presenti al primo incontro:
Mastino (Milano), Davide Fant (Milano), Kiave (Milano), Diamante (Milano), Moder (Ravenna), Fu Kyodo (Bologna), Zatarra (Siena), Er Pinto (Roma), Kento (Roma), Mister T (Roma), Oyoshe (Napoli), Lucariello (Napoli), Picciotto (Palermo).
Bibliografia:
T. Baldini – Ragazzi al limite. Seminari per conoscerli e aiutarli, Franco Angeli, 2011 T. Baldini – Laboratori, psicoanalisi applicata nel trattamento dei ragazzi al limite, Vecchiarelli Editore, 2021
P. Carbone – Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti dei giovani pubblicato, Bollati Boringhieri, 2009
P. Carbone – La via dei canti; il diaframma nell’integrazione Io-Sé. AeP Adolescenza e psicoanalisi, n.2, pp.79-90, 2018
F. Carlo Kento – Resistenza Rap, Round Robin Editrice, 2016
F. Carlo Kento – Te Lo Dico In Rap, Il Castoro, 2020
F. Carlo Kento – Barre; Rap, sogni e segreti in un carcere minorile, Minimum fax, 2021 P. Freire – La pedagogia degli
oppressi, Edizioni Gruppo Abele, 2018
P. Freire – Le virtù dell’educatore; una pedagogia dell’emancipazione, Edizioni Gruppo Abele, 2017 D.Fant – Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza, Carocci, 2015
A. Green – Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata, Raffaello Cortina, 1991 C. G. Jung – Gli Archetipi dell’Inconscio Collettivo, Bollati Boringhieri, 1977
M. Montessori – Educazione alla libertà, Laterza, 1970
U. Net – Bigger Than Hip Hop; storie della nuova resistenza afroamericana, Agenzia X, 2006 L. Preta – Prendersi cura, Alpes Italia, 2021
G. Petraglia – L’altra faccia della musica; il rap, voce contemporanea del tormento adolescenziale. AeP Adolescenza e psicoanalisi, n.2, pp. 51-64, 2018
V. Ruggieri – L’esperienza estetica; fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica. Roma: Armando, 1997
M. Simoncini Fu Kyodo – Hip Hop philosophy, Educare alla creatività con il rap, La Carmelina, 2021
D.W. Winnicott – L’uso della parola Uso, 1968 in: Esplorazioni psicoanalitiche. Milano: Cortina, 1995
D. W. Winnicott – Esplorazioni psicoanalitiche, Raffaello Cortina, 1995

