Una risata vi seppellirà: le sfide del pensiero alle dittature. Una riflessione sulla creatività
di Daniela Scotto di Fasano
Il breve video di Mahsa Amini Iran revolution (2022) mostra con preziosa efficacia come sia indispensabile, dove purtroppo una dittatura (che può essere di una nazione quanto, come spesso mostra la cronaca, individuale e familiare) impedisce brutalmente la libertà di azione e di parola, essere capaci di escogitare un modo materico di esercitare i propri diritti.
Nel video il diritto esercitato dai giovani è quello di minare creativamente, ‘giocando’, il potere del copricapo degli ayatollah, simbolo (in Iran come in altri contesti soggetti alla stessa dittatura di pensiero) del potere dittatoriale teocratico.
Il filmato, arrivato clandestinamente dall’Iran, mostra giovani e giovanissimi uomini e donne che fanno volare a terra i copricapo degli ayatollah, minando alla base, con tale forma di protesta uno dei più potenti simboli del potere. Si tratta di una protesta sofisticata, che mediante un ‘gioco’ colpisce alla radice l’espressione della dittatura politica religiosa.
Nel video ‘volano’ i turbanti degli ayatollah, e, se il taglio dei capelli delle giovani donne è un gesto di sfida al potere e di affermazione della propria libertà, il ‘volo’ dei turbanti degli ayatollah presi di mira attacca e sabota – in maniera non violenta – il potere stesso.
La forza di questo ‘gioco’ sta nel ricorso all’ironia e non a una protesta violenta.
Penso alla tesi di laurea in Psicologia di Paola Garbarini (2008), che è andata a Buenos Aires per incontrare l’Associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo e quella dei figli dei desaparecidos, la Agrupación H.I.J.O.S., con le quali ha lavorato per sei mesi, esaminando la letteratura specifica e intervistando i protagonisti di quella tragedia. Contro l’obbligo all’oblio, la Agrupación H.I.J.O.S. fa delle grandi feste intorno alle case dove abitano gli omicidi coperti dall’anonimato, in modo che tutti sappiano che lì abita qualcuno che ha nei confronti del paese delle responsabilità pesanti: solo musica, balli, teatro di strada perché nessuno sfugga alle proprie responsabilità. Nessuna violenza. A me pare questo, come il ‘volo’ dei turbanti, un invito etico perché non basato su catene vendicative e gesti aggressivi.
L’ironia diventa uno strumento raffinato di sfida creativa all’impossibilità ad esprimersi in modo democratico, libero.
Penso anche, negli stessi termini (in cui è il gioco a sabotare il potere), alla curda Leyla Zana, che ha dato prova di una creatività capace di paradossare gli eventi e i loro protagonisti per mezzo dell’ironia.
Essendo stata eletta in Parlamento e dovendo giurare fedeltà alla Costituzione turca che nega i diritti kurdi, mentre nei poligoni di tiro della polizia e delle unità speciali turche la sua foto è usata come bersaglio in quanto ‘incarnazione del nemico da abbattere’, ella in Aula dichiarerà solennemente: “Sono stata obbligata ad adempiere la formalità richiesta. Io lotto per la fraterna convivenza dei due popoli in un quadro democratico”.
Una dichiarazione che lei sottoscrive paradossandola e rendendola materia: intreccia tra i capelli tre nastri con i colori della bandiera kurda: giallo, rosso, verde.
L’immagine fu così materica che, pur essendo stato il suo discorso liquidato come ‘incomprensibile’, suscitò un dibattito politico sull’opportunità di cambiare i colori dei semafori, per non ribadire ad ogni crocicchio l’identità nazionale kurda da Leyla evocata con tanta sapiente e femminile maestria.
Insomma, come dichiaro nel titolo, una risata li seppellirà….

