di  Giorgio Carratta

Il 13 gennaio un uomo si è ucciso. Aveva ventisette anni. 

Non era mio amico – lo conoscevo appena. Ma proprio per questo la sua morte mi si è imposta come un fatto incontenibile, inavvicinabile. 

Era per me una conoscenza, una comparsa. Ma proprio per questo pensavo che sarebbe comparso per sempre, a momenti alterni, a porgere un saluto, qualche parola di cortesia. 

Mi era già successo. Qualche anno fa un uomo di trent’anni, con cui avevo condiviso l’esperienza nel movimento ambientalista, è morto d’infarto. 

Probabilmente non associò mai il mio nome a un volto. Ed io non lo feci finché non morì. Eppure, anche lui, mi aspettavo dovesse ricomparire da un momento all’altro. E l’interrompersi improvviso di quella aspettativa – per cui no, non comparirà, non ti saluterà, non gli chiederai come sta, non ma ti ricordi, non chissà che fine ha fatto; ecco, il venir meno di tutto questo apre all’improvviso un vuoto. Come se un pezzo – pur piccolo – della mia vita si fosse dal nulla annientato, dissolto. 

Così oggi, di fronte al suicidio di un ragazzo di ventisette anni che ho conosciuto, con cui ho condiviso un pezzo di vita, una parte di me sprofonda in un oblio.

A Zacinto di Foscolo comincia con una tripla negazione. È raro, in poesia. L’effetto, per il lettore, è quello di sprofondare d’improvviso dentro al pensiero del poeta – per cui lo interrompiamo in medias res, nel mezzo di un labirinto di pensieri. 

Né più mai. È, nella sua semplicità, la formula essenziale di ogni assenza – e forse, più ancora, di quelle che ancora in vita anticipano la morte, come per l’esule. L’assenza – ogni assenza – pone questa tavola sulla nostra vita. Ci costringe, con la forza di una maestra violenta, ad impararla.

Esistono cose che non ci sono più. Esistono volti che non rivedremo. E né più mai che fanno eco attraverso la nostra vita. 

È una tentazione forte – per me, per mia madre quando morì mia nonna, per l’Occidente – relegare la morte al dopo. Confinarla nello stretto spazio del post, dell’ al-di-là  e così sconfiggerla. 

È uno sguardo consolatorio – che ci spinge a dare un senso alla vita, a farla nostra, a coglierla, proprio perché esiste la morte, perché finisce. 

È uno sguardo che ci è possibile grazie ad una concezione occidentale del tempo lineare che appare minoritaria nella Storia del pensiero umano. 

Ma, più ancora di questo, è uno sguardo che io non posso – non riesco a fare mio. 

Per me la morte è sempre stata un vuoto che rosicchia agli angoli la mia vita – un oblio in cui sprofondano voci e volti che pure rimangono. Una presenza

Esiste la morte nella nostra vita quotidiana – spesso è un oggetto, un modo di dire, un’immagine improvvisa, un profumo che non ricordavo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Se allora la morte non è un dopo, che io posso allontanare dal pensiero con un soffio, se mi accompagna/ dal mattino alla sera, insonne pensare la morte diventa in qualche modo più duro e più urgente.  

Non parlo solo della morte come possibilità, che compare in Heidegger come possibilità di non-poter-più esserci che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé perché la vita sia degna di essere vissuta. Non solo, insomma, l’angoscia della morte, la sua consapevolezza – ma la morte già avvenuta, in quel luogo della mia vita, in quel volto inghiottito dall’oblio. 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

L’ultima parola che Pavese dedica alla morte è quella del silenzio. E il silenzio – e la parola – hanno, in questo discorso, un loro posto. 

Venerdì sera mi trovavo sulla riva del lago di Albano. Avevamo camminato attraverso le fratte fino a giungere ad un piccolo spiazzo vuoto, a una palafitta minuta che sfiora il pelo dell’acqua. Da lì vedevo tutte le luci dei paesini che crescono attorno al lago – e, per questo ancor più buia, la distesa d’acqua che vi si stendeva ai piedi.

Un piccolo oblio. 

Come spesso mi capita, sporgendomi sull’acqua sentivo forte l’appel du vide, il richiamo del vuoto – quell’istinto di saltare che si presenta in noi più spesso come automatismo psichico che come autentica pulsione di morte. 

Ma accanto a questa voce ne distinguevo un’altra, più profonda e scura.

Pensavo, mentre guardavo l’acqua, che se la morte ci accompagna, dovremo allora avere il coraggio di abitarla, di allungarvi le nostre radici. Un compito assurdo, forse. Come abitare sul fondo del lago, in punta di piedi. 

Ma forse, pensavo, sarebbe necessario. 

Così mi parlava una voce dall’abisso.

Abitare, per me, ha sempre significato mettere in parola

Abitare come dare un proprio nome alle cose. 

Per questo, forse, abitare la morte mi risultava assurdo, come abitare in fondo al lago.

Perché della morte non si può parlare. Non ci sono parole. L’assenza, in se stessa, ci è indicibile, innominabile. 

Scenderemo nel gorgo muti.

Se della morte si volesse parlare, si dovrebbero inventare parole nuove – parole sottili, parole mute

Parole che non fanno rumore, insomma, parole dall’oblio. 

Esse stesse, voci dall’abisso. 

C’è un libro di poesie, l’unico per me, scritto con la polvere di parole mute.

Xenia I di Montale, e soprattutto Xenia II – entrambe sezioni di Satura dedicate alla morte della moglie. 

Un libro che, proprio per questo suo timido abitare la morte – senza pretese, senza missioni – fa fatica ad esistere. E con lui il suo autore. Che di continuo, davvero, dubita della propria esistenza, dell’esistenza del mondo. Come se l’oblio avesse, in un colpo, inghiottito tutta la sua vita. 

Avevamo studiato per l’aldilà 

un fischio, un segno di riconoscimento. 

Mi provo a modularlo nella speranza 

che tutti siamo già morti senza saperlo

Non solo, certo, la Vita complessivamente intesa – ma la vita di ogni giorno, di ogni abitudine e piccolo gesto. Così che ricorrono, in tutto Xenia, nomi e voci, piccoli dettagli – un prete, il fratello, il padre, il signor Cap., Celia la filippina – che compongono insieme un ex-mondo, una non-esistenza, una morte che ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne. 

Al Saint James di Parigi dovrò chiedere

una camera ‘singola’. (Non amano

i clienti spaiati). E così pure

nella falsa Bisanzio del tuo albergo

veneziano; per poi cercare subito

lo sgabuzzino delle telefoniste,

le tue amiche di sempre; e ripartire,

esaurita la carica meccanica,

il desiderio di riaverti, fosse

pure in uno solo gesto o un’abitudine.

In questa polvere di non-parole, di non-voci, c’è però un punto, una voce.

Un punto che c’è, e il poeta non sa dirne altro che questo. 

Una voce, un punto che, in varie forme, ricorre attraverso Xenia. 

Un’unica cosa che – quella sì – esiste, o almeno, è esistita

È la tua parola nella poesia VIII di Xenia I

La tua parola così stenta e imprudente 

resta la sola di cui mi appago. 

Ma è mutato l’accento, altro il colore. 

Mi abituerò a sentirti o a decifrarti 

nel ticchettio della telescrivente, 

nel volubile fumo dei miei sigari 

di Brissago. 

Una voce che si sente, fosse pure mutato l’accento, che esiste, in tutto il mondo di dubbia esistenza che il poeta trova attorno a sé. È una parola dall’abisso, sussurrata in punta di piedi dal fondo del lago, così stenta e imprudente, irripetibile, non trascrivibile, ma che proprio per questo c’è. 

È un punto nella poesia I di Xenia II

La morte non ti riguardava. 

Anche i tuoi cani erano morti, anche 

il medico dei pazzi detto lo zio demente, 

anche tua madre e la sua ‘specialità’ 

di riso e rame, trionfo meneghino; 

e anche tuo padre che da una mini effige 

mi sorveglia dal muro sera e mattina. 

Malgrado ciò la morte non ti riguardava. 

Ai funerali dovevo andare io, 

nascosto in un tassì restandone lontano

per evitare lacrime e fastidi. E neppure

t’importava la vita e le sue fiere

vanità e ingordigie e tanto meno le

cancrene universali che trasformano

gli uomini in lupi.

Una tabula rasa; se non fosse

che un punto c’era, per me incomprensibile,

e questo punto ti riguardava.

Sono, infine, le sole vere pupille della poesia V di Xenia II, che tutti conosciamo. 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Il fremito paradossale che ci attraversa leggendo Xenia ce lo rende chiaro il poeta spiegandoci insomma che l’unica parola di vita, nella morte che lo circonda, l’unico punto, le sole vere pupille con cui può guardare al mondo, sono quelle della moglie, anche dopo la sua perdita. 

Il Montale di Xenia abita l’oblio – ma ne viene risucchiato. 

E l’unico punto, l’unica voce che sentiamo dal suo abisso è anch’essa una voce irriproducibile, indicibile, innominabile, che può essere solo menzionata. 

Ma è questa l’unica voce – l’unico punto – che la Storia della poesia ci lasci, forse, per insegnarci ad abitare in fondo al lago. 

Una parola che c’è – ma non può essere letta. Una voce che sentiamo, e non possiamo dire. Che possiamo ripetere, forse, solo in negazione, solo in forma di domanda – come fa alla fine di Fuisse Andrea Zanzotto: 

anche per voi le labbra 

mie dall’assenza 

debolmente si muovono? 

 

Io non so abitare sul fondo del lago. Ma ogni giorno sento la morte rosicchiare agli angoli la mia vita, sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo. 

Sarà necessario – per me almeno – trovare una parola con cui abitarla, e il coraggio di non pronunciarla. 

 

L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,

delle carte, dei quadri che stipavano

un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.

Forse hanno ciecamente lottato i marocchini

Rossi, le sterminate dediche di Du Bos,

il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,

il Valèry di Alain, l’originale

dei Canti Orfici – e poi qualche pennello

da barba, mille cianfrusaglie e tutte

le musiche di tuo fratello Silvio.

Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura

Di nafta e sterco. Certo hanno sofferto

Tanto prima di perdere la loro identità.

Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio

Stato civile fu dubbio fin dall’inizio.

Non torba m’ha assediato, ma gli eventi

Di una realtà incredibile e mai creduta.

Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo

Dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.