di  Giorgio Carratta

Il quarantennale del delitto Moro ha inaugurato una fase di riesaminazione profusa dell’episodio. E di moltiplicazione delle sue diverse narrazioni. Una massa di media – di documentari, di libri, di film – si è riversata sul Paese, ognuno recante la promessa di un elemento inedito sul caso. Di una parola non detta.

Una valanga che passa per le sei ore di documentario di Purgatori per La7 e per le sue varianti RAI, per i libri d’indagine (Fasanella tra tutti) e celebrativi (Damilano tra i tanti), per la famosissima lezione di Barbero sul 16 marzo, per poi concludersi nell’ultima, mastodontica impresa di Marco Bellocchio, la serie Esterno Notte.

Una valanga di racconti che promette di estinguere per sempre il nostro bisogno di conoscere quei fatti.

Ma attraversando questa massa sconfinata di informazioni, siamo spesso invasi dalla sensazione che il punto ci stia sfuggendo; e che il caso Moro in sé valga di più – significhi di più – della somma delle sue componenti aneddotiche ed individuali, che ognuna di queste narrazioni punta a ricostruire.

C’è un horror vacui nella valanga di materiale prodotto in questi anni sul caso Moro. Di fronte a questa massa, lo sguardo sembra fuggire in mille direzioni, e non trova pace.

Come quando guardiamo la parete del Sarcofago di Portonaccio, con le sue mille figure umane che diventano quasi marasma indistinguibile. Così, anche in questo caso, possiamo osservare a lungo i dettagli, le sottotrame, gli elementi contingenti che compongono la vicenda Moro – ma facciamo fatica ad allargare lo sguardo e ad abbracciarne in un colpo il valore complessivo.

Non solo la molteplicità delle narrazioni, ma gli elementi che esse tendono ad attenzionare contribuiscono a questa dispersione dello sguardo. La sopracitata lezione di Barbero segue in tutto il suo svolgimento la linea narrativa dei dettagli, attraverso cui racconta tutto ciò che ha condotto al 16 marzo. Anche il finale si svolge tutto intorno a questo nodo, attraverso l’elenco degli oggetti ritrovati nel covo delle BR in via Gradoli, oggetti che compongono il quadro di una sorta di schizzata quotidianità:  “una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia, una pistola calibro 675 (…) porzioni di salame, mortadella, provolone (…) un giubbotto antiproiettile (…) l’elenco di tutti i senatori della VII legislatura, libri gialli, libri di fantascienza, fumetti di Charlie Brown (…) pacchetti di sigarette, pomodori STARR, piselli De Rica, fagioli Cirio”.

Se quella di Barbero è una narrazione volutamente e sapientemente miniaturistica, la nostra discussione pubblica rischia invece di rimanere incastrata in questi elementi di dettaglio. Di perdersi in un labirinto di informazioni da cui è difficile trovare la via d’uscita; nell’impossibilità di elaborare il delitto Moro quasi come trauma collettivo – come ferita che esige, ancora oggi, di essere cicatrizzata.

Questa grafomania collettiva credo ci interroghi, in modo più generale, sulla maniera in cui raccontiamo la Storia, su come la consideriamo. Sulla nostra tendenza a ridurla, spesso, all’aneddotica. Ci pone quasi una domanda di metodo: la Storia può mai essere ridotta alle contingenze che la compongono? Il suo indirizzo si riduce davvero alla somma delle decisioni individuali dei suoi protagonisti? Esiste un ordine, una struttura (se non addirittura una struttura e una sovrastruttura) dello sviluppo storico? E come dobbiamo immaginare questa struttura, all’indomani della fine delle grandi narrazioni ideologiche collettive – dopo la fine della Storia?

Io credo che il motivo per cui il 9 maggio risulti così difficile da inquadrare sia legato all’impatto lacerante dell’esplosione della violenza politica in quegli anni.

Un’esplosione che ha quasi cancellato la possibilità di elaborarne le cause. Così che ogni momento in cui quella violenza è scoppiata – ed il 9 maggio tra tutti – appare quasi un piccolo buco nero della nostra memoria.

Si è detto che il caso Moro è, per impatto, l’undici settembre italiano. Ed è vero – se però consideriamo anche gli elementi più deteriori del modo in cui quell’evento si è imposto nella memoria nordamericana e globale. L’esplosione immediata ed apparentemente improvvisa della violenza terroristica ha quasi cancellato le sue premesse. Ha rimosso la Storia che ha condotto a quel punto. Come se ci fossimo tutti, d’un tratto, svegliati all’angolo di via Fani al primo colpo di pistola.

L’esplosione del momento Storico, in tutta la sua carica violenta e lacerante, tende per natura ad assolutizzare il giudizio. Ad isolare la prospettiva. Ed anzi appare spesso riduttivo, minimizzante, svilente, ricordare il percorso che ha condotto fino ad un certo punto. È ciò che accade, si badi bene, anche oggi, quando chiunque di noi si sforza di ricostruire le cause del conflitto russo-ucraino – e viene spesso tacciato di relativismo, di equidistanza. Dovremmo limitarci – ci viene in qualche modo detto – a sdegnare la violenza che domina quest’atomo opaco del male.

Questa sorta di assolutismo storico del nostro dibattito intorno al delitto Moro – come anche quello relativo all’undici settembre, ed oggi all’Ucraina – ha avuto in qualche modo una funzione politica, almeno fino al declino e sconfitta del terrorismo[1]. La fase della lotta al terrorismo aveva bisogno di questo assolutismo. Lo Stato ne aveva bisogno. Ma ne aveva bisogno, per altri versi, anche chi tentava di costruire un governo alternativo di quello Stato – e cioè il PCI.

Ma al di là di questa funzione politica c’è quasi una condivisa esigenza emotiva, catartica. Aveva bisogno di questo assolutismo una coscienza collettiva che chiedeva giustizia – e non poteva fermarsi ad elaborare appieno le tensioni di cui il 9 maggio è stato l’acme, le cause di cui è stato una necessaria conseguenza.

Mai noi, oggi, abbiamo non solo la possibilità – bensì l’esigenza di costruire una narrazione collettiva differente, più organica e comprensiva della complessità di quella fase, più capace di sanare le ferite che ne ereditiamo.

Elaborare la Storia del delitto Moro come trauma collettivo non significa condannare o frustrare la nostra esigenza morale di fronte alla violenza assoluta del terrorismo – bensì osservarne anche le zone d’ombra.

Senza equidistanza, ma con questa nuova esigenza, di sanare le ferite da cui quel sangue è sgorgato.

Il numero delle organizzazioni armate attive in Italia è passato da 2, nel 1969, a 91, nel 1977; ed a 269, nel 1979. Nel 1979 si sono registrati in Italia 659 attentati. Nel 1980 ci sono state 125 vittime di terrorismo, 85 delle quali solo nella strage di Bologna. Dal 1969 al 1975 si contano in Italia 4.584 attentati.

C’è una striscia di sangue che attraversa la Storia della Repubblica. Senza la quale ciò che è accaduto il 9 maggio 1978 è incomprensibile.

Non nel senso che in Italia si sia progressivamente sdoganata la violenza politica, come spesso diciamo. Ma nel senso – simile, ma in qualche modo profondamente più complesso – che in Italia si sia costruita una tensione sociale che è esplosa nel sangue.

Nel senso, cioè, che tutte le esplosioni di quella violenza durante gli anni di piombo sono in qualche modo epifenomeni di un unico fenomeno più vasto: che è lo sviluppo in Italia del conflitto sociale dalla nascita della Repubblica fino alla sua notte.

Io credo che se in ogni scuola superiore d’Italia il programma di Storia del quinto venisse sostituito dalla visione dei diciotto episodi de La notte della Repubblica, questo sarebbe un atto autenticamente rivoluzionario. Non solo per la profondità di quel lavoro, e per il materiale documentario prezioso che esso contiene, nelle interviste ai protagonisti di quell’epoca. Ma anche perché la stessa struttura de La notte della Repubblica riflette questa natura epifenomenica dei fatti che compongono quella fase. Dà quasi un’organizzazione spaziale agli anni di piombo. Nel seguire i diciotto episodi, non si ha l’impressione di star seguendo un viaggio lineare attraverso il tempo, bensì di star operando un movimento circolare attorno ad una stessa cosa. Per cui i vari episodi sono quasi tessere di un unico mosaico. Al centro del quale sta quella del delitto Moro. Che infatti, anche nella serie di Zavoli, occupa con tre episodi la posizione centrale.

Ma perché, di tutti, il caso Moro è stato l’epifenomeno per eccellenza? Perché assume questa granitica centralità nella ricostruzione che ognuno di noi fa della Storia di quegli anni?

Non certo perché sia stato l’atto in sé più violento (per nulla) né necessariamente il più “rappresentativo” degli anni di piombo: dei 4.584 attentati citati prima, il Tribunale di Savona ne attribuisce l’83 percento alla Destra eversiva.

E allora perché il 9 maggio si è imposto, nella nostra memoria collettiva, come fulcro assoluto di quella fase? Perché la sua gravità storica è tale da attrarre a sé tutti gli altri episodi violenti di quell’epoca, quasi che fossero riducibili ad esso?

Io credo che il 9 maggio sia il centro degli anni di piombo perché ne rappresenta in un colpo, ne materializza, tutte le tensioni fondamentali. E cioé perché queste tensioni hanno riguardato soprattutto la disponibilità della classe dirigente italiana ad accettare quote via via crescenti di egemonia dei subalterni. Ed il conflitto sociale che in tutte le forme ne è dunque scaturito.

È per questo che il delitto Moro ci si impone come momento centrale: perché espleta la contraddizione su cui si disegna tutto lo scheletro del secondo Novecento.

L’attacco al cuore dello Stato è l’esplosione schizofrenica di una pressione derivata da questa contraddizione sociale. Da esigenze collettive diffuse che hanno incontrato, nel corso di un decennio, un’ostile, violenta, sistematica indisponibilità alla condivisione del potere. E soprattutto ad un’alternativa di potere.

Il delitto Moro non è comprensibile se non ci si dice prima che lo Stato italiano ha agito attivamente per evitare l’affermazione di questa alternativa politica – attraverso mezzi legali ed extralegali.

Tutto il cammino che va dal 1 marzo 1968 al 17 febbraio 1977, rovinando poi nel 9 maggio ’78 e nella dissoluzione preannunciata dal 14 ottobre 1980, si svolge attorno alla convinzione, dentro e fuori dai movimenti sociali, che i mezzi democratici fossero ormai inutilizzabili.

Una convinzione che oggi, a posteriori, possiamo certo mettere in dubbio (come fanno anche alcuni ex brigatisti); ma che in quegli anni si era concretizzata vividamente attraverso l’esplosione continua di queste violente contraddizioni: attraverso Piazza Fontana, piazza della Loggia, il golpe Borghese.

Una tensione crescente che accompagnava la crescita dei movimenti sociali; e, soprattutto, che ha accompagnato passo dopo passo la lunga traversata nel deserto fatta dal Partito Comunista Italiano nelle istituzioni della Repubblica.

In tutte e sei le ore della serie Esterno Notte di Marco Bellocchio c’è un colpevole assente. Assente, o al limite comparsa, a dir il vero, in molte delle narrazioni del 9 maggio, e dei cinquanta giorni che l’hanno preceduto: ed è proprio il PCI. E credo che questa sia una rimozione significativa.

A ben vedere, si potrebbe anche porla in questi termini: che gli anni di piombo siano stati ciò che è successo quando si è costituito un consenso di massa attorno ad un partito che non poteva andare al governo. E che non poteva andare al governo non solo per la tenace presa sulle istituzioni repubblicane da parte della classe dirigente democristiana; ma perché, in senso più strutturale, il sistema politico italiano non poteva tollerare il PCI al governo. Non lo poteva tollerare un delicatissimo equilibrio istituzionale, in una guerra (fredda) che si è consumata prima di tutto come conflitto per la conquista dell’Europa.

Questa contraddizione si sviluppa proprio dalla nascita della Repubblica: quando “la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste (…) ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi (…)”

La contraddizione di un’intollerabilità strutturale al Partito Comunista al governo, e, d’inverso, di questo esteso e robusto tessuto unitario vivo nel Paese ha costituito una tensione crescente. Una tensione che il PCI non ha mai potuto rovesciare sul piano insurrezionale – che avrebbe equivalso ad un’immediata repressione da parte delle forze nazionali ed internazionali. E che si è dunque riversata sulla politica democratica; ma, non per questo, si è estinta. Ed anzi che – man mano che veniva rimandato, di anno in anno, l’appuntamento del Partito Comunista con il governo – andava crescendo. Andava sviluppandosi nelle forme nuove dei movimenti. Ed a queste nuove domande di alternativa corrispondevano nuove reazioni.

Fino al momento in cui, per una parte consistente della cittadinanza – e, soprattutto, di una generazione – le alternative sono parse due: “o torni a casa” o vai a sparare.

Molti sono davvero tornati a casa, per continuare ad usare questa formula della brigatista Barbara Balzerani. Tornati a casa a farsi di eroina, spesso.

Altri si sono ritrovati immersi in un gorgo, se possibile, ancora più profondo. E noi con loro, quel 9 maggio.

«Hai lavorato bene, brava talpa!»: così Hegel traduceva, nelle sue Lezioni sula storia della filosofia, una frase che Amleto rivolge al fantasma del padre. Un passaggio riadattato per indicare il moto tellurico, sotterraneo dello spirito nella Storia, e le sue incursioni improvvise dal sottosuolo.

Un’immagine che avrà una straordinaria fortuna, anche attraverso il celebre passo giovanile di Marx sul 18 brumaio:

Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo (…) E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!

L’architrave dialettico che Marx eredita da Hegel, pur spogliato della sua dimensione più autenticamente idealistica, ci impone di considerare la struttura dello sviluppo storico, la natura organica dei suoi eventi. Di non considerare solo le improvvise incursioni in superficie del fatto storico, con la sua violenza accecante, ma il moto sotterraneo che le determina.

C’è quasi un’ironia tragica nei dettagli che compongono questa storia. In due, fra tutti.

Il 16 marzo viene votata per la prima volta la fiducia, al governo Andreotti IV, da parte di una maggioranza DC-PCI. Il 16 marzo viene rapito Aldo Moro, che, come si sa, fu il tessitore più tenace, tra i democristiani, di una linea di dialogo con il Partito Comunista.

Il 9 maggio viene ritrovato il corpo di Aldo Moro, in una Renault 4 rossa; una macchina sita a pochi passi da via delle Botteghe Oscure, e non troppo distante da piazza del Gesù.

Questi due dettagli, su cui molto ci si è interrogati, sono, per aperta ammissione dei brigatisti, del tutto involontari. Eppure si sono imposti, credo, come elementi di rilievo nella nostra narrazione di quei giorni proprio perché, per citare Giorgio Bocca, “la simbologia è perfetta” [2]. Perché la storia del delitto Moro è una storia lunga trent’anni che parla in ogni suo dettaglio del conflitto tra due blocchi sociali – e dei due partiti che più ne hanno interpretato gli interessi.

Una prospettiva dialettica su questa parte della nostra Storia non equivale, ancora una volta, ad una forma di relativismo morale. Ma pone almeno il tema di una separazione metodologica: del riconoscimento che il concetto di colpa sta nel campo dell’etica, e quello di causa nel campo della Storia.

Ed osservando le cause – non le colpe – del delitto Moro, appare chiaro che esso sia stato una “risposta”: ad un sistema politico bloccato ed indisponibile ad accettare spazi d’alternativa; ad una violenza che veniva anche dallo Stato; ad una continua tensione che tutto si rovesciasse sul piano militare.

Anche il compromesso storico, in una direzione perfettamente speculare, è stato una risposta a tutto questo. E queste due linee contrapposte attraversano gli anni ’70, toccano la cacciata di Lama e i tumulti del 12 marzo, fino a ricongiungersi in superficie, all’improvviso, in una mattina di metà marzo in cui un gruppo di studenti comunisti rapisce l’uomo che stava portando il Partito Comunista al governo.

“Hai lavorato bene, brava talpa” ci sussurrano quei morti; “Ben scavato” ci sussurra il cadavere di Moro.

[1] Per citare l’episodio de La notte della Repubbica su quest’ultima fase.

[2] https://storicamente.org/cavallaro_link21