Tarallucci e Thanatos
Tarallucci e Thanatos
di Maria Rosa Irrera
È una sera di primavera, penso alle varie discussioni coi colleghi del Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala di Messina… mi pare di scorgere dei fili conduttori. La psicoanalisi, persino se “sniffata” nel tirocinio, apre in certo qual modo (o, forse, in molti modi) a una progressiva responsabilità dei propri desideri, che sembra stridere sempre più con la rassegnazione precoce dis-orientata alla produzione (di che?) anche dei giovanissimi, con l’impotenza socialmente appresa che devia energie latamente erotiche (che potrebbero evolvere la realtà) verso inestinguibili debiti prestazionali (che la ripetono coi suoi copioni ossessivi).
La giungla unlimited del consumo non insegna a rompersi le corna sull’impegnativa meraviglia di divenire, offre grandiose distrazioni e innumerevoli trastulli narcisistici, trucca di frenesie luccicanti l’immobilismo del cuore e le mortificazioni sociali, annacqua l’agonismo dell’essere in una ansiogena raccolta punti… ma, tanto, il “premio” finale è sempre quello…!
Allontanandosi da un’ “origine” che, nell’essere compresa, inizia a farsi oltrepassare, la mobilitazione identitaria promossa dal pensiero analitico (almeno nella sua forma-sostanza più viva e interessante) è quanto di più distante da quel bieco “addestramento a esistere” che si spaccia spesso per competenza (anche in ambito psicologico), quanto di più distante da quell’invasione nichilistica che piega la vitalità e ne avvelena il pozzo.
L’allenamento di curiosità, frustrazione, fiducia che pervade lo studio e l’incontro profondo mi pare l’antidoto al logorio del noto (dentro e fuori), alla spenta necessità di accumulare (nozioni, oggetti, persone), rinuncia consapevole al controllo e al possesso: sfida lanciata alle apparenze, palpitante padronanza di una coraggiosa umanissima… irripetibilità.
Irrisolvibile innamorarsi della vita, intagliata dal suo limite più grande.
E mi pare una cosa molto affascinante che il lucido Principe del fatalismo siciliano, colui che in una frase corrode rivoluzioni presenti e future (non a caso rifiutato da un Vittorini engagé), il disincantato incantatore che fa vorticare Storia (e storie) dentro una malia di morte, fosse sposato con una psicoanalista, Alexandra Wolff Stomersee…
Non è che persino da quel tramonto umano-letterario si staccavano feconde scintille di trasformazione?

