Divisa e ciabatte

 di Maria Rosa Irrera

Una mattina, sul regionale veloce che va da Messina a Catania, l’uomo in ciabatte e l’uomo in divisa si incontrano. All’uomo in ciabatte manca qualcosa, anzi tante a dire la verità, e l’uomo in divisa ha la divisa proprio per verificare la presenza di una di quelle mancanze. Se l’uomo in ciabatte avesse avuto almeno il biglietto, infatti, tutto sarebbe finito lì: uno scambio insignificante come tanti. Ma l’uomo in ciabatte non ce l’ha, quell’unica cosa che interessa all’uomo in divisa. L’uomo in divisa lo fa alzare e insieme si allontanano un poco, ci sono tante signore perbene in giro e meglio vedersela tra uomini maschi. La discussione tra ciabatte e divisa si fa animata. Sono i due poli dell’umano finiti su un treno siciliano: buono/cattivo, bianco/nero, giusto/sbagliato, vecchio/nuovo, ricco/povero, Etna/mare. Non fanno nulla per sottrarsi al copione. Il copione che piace tanto. I due estremi destinati allo scontro frontale.

«Ma che cosa significa insolvibile? Io sto andando a Catania a cercare lavoro.»

Quella parola si conficca da qualche parte nei piedi nudi: continua a ripeterla, l’uomo in ciabatte, col documento d’identità in mano e il senso d’identità sotto i piedi; è esasperato da quella parola, sembra diventare nella sua voce accorata rabbiosa un mostro che lo sta divorando mentre ne affama il destino. A qualche livello, quella parola suona come una condanna senza appello, si lega a quel treno di altre parole (pazzo-cattivo-puttana-etc.) che, finché ci si sente dal lato “giusto”, sono solo possibilità del vocabolario.

A quel punto non posso più fare a meno di alzarmi e mandare in malora quello scontro polare tra divisa e ciabatte.

«Lo pago io il biglietto al signore.»

 «Veramente Lei si vuole mettere in questa cosa?» Il controllore mi sembra vagamente disgustato o, forse, a quel punto gli è meno chiaro come continuare a stare dalla parte giusta, il copione è interrotto. Ora anche la sua rabbia e il suo risentimento rischiano di sembrare rabbia e risentimento, non ragione e rispetto delle regole. Torniamo al posto, il signore in ciabatte mi ringrazia e mi chiede cosa faccio. Senza aspettare la mia risposta, dice: «Psicologa psichiatra.» Sorrido, per lui è la stessa cosa, in quel momento pure per me: siamo a un tale livello di essenzialità dell’umano che è la stessa cosa.

Quell’improbabile riconoscimento silenzia le ferite della mia, di identità.

Continua a darmi del tu e a chiamarmi dottoressa, un mix incongruente in cui mi sento molto congruente.

Torna l’uomo in divisa per farmi pagare il biglietto; dopo aver pagato, faccio un timido tentativo di capire meglio il suo punto di vista… che riaccende la sua rabbia, stavolta verso di me. È chiaro che c’è qualcosa per lui di molto disturbante nella situazione, che mi sarebbe tanto piaciuto ascoltare da lui… L’impressione è che, però, per esprimersi dovrebbe comunque uscire dal copione e, dentro il copione, non c’è un modo per esprimere la sua rabbia né tantomeno un modo per uscire dal copione. Non solo non ero voluta stare al “mio” posto, quello confortevole delle signore perbene, non solo non poteva manco mettermi coi cattivi, ma continuavo a rompere facendogli strane domande.

Intorno passeggeri muti e attenti che, forse, ora che si sta arrabbiando con me, faranno un po’ più fatica a metterlo dalla parte dei buoni o, forse, è lui stesso che già fatica.

«Vorrei incontrarti fuori senza la divisa», sbotta l’uomo in ciabatte: c’è una carica aggressiva, la sento, ma sono in dubbio se considerarla una vera e propria minaccia. Forse lo è, però io e lui senza la divisa ci eravamo trovati.

«Ha visto?» Il controllore sembra soddisfatto di poter confermare le posizioni e poter sviare l’attenzione dalla sua, impasse di rabbia.

Tutt’e due mi guardano cercando una legittimazione della propria rabbia. Non ce l’ho, la legittimazione, non c’ho manco la paura di stare lì, in mezzo, tra buoni e cattivi, divisa e ciabatte. La mia paura è che a un certo punto mi dicano che quella zona intermedia dove passa la vita senza ragione vada sgomberata.

«Lei forse crede che io sia ingenua?», chiedo alla divisa.

È troppo! La vedo allontanarsi infuriata e scandalizzata, dice qualcosa del tipo: «Questa chiede a me come sono le persone!!!»